Via San Felice

Questa strada collega l’asse viario principale della zona, Via S. Lino, con le fonti e la porta di San Felice, da cui prende il nome, non ha andamento rettilineo, ma disegna una leggerissima S con le due quinte di case, dal tipico andamento scalettato, che scendono verso la Porta S. Felice sulle mura. Le fonti, […]

Questa strada collega l’asse viario principale della zona, Via S. Lino, con le fonti e la porta di San Felice, da cui prende il nome, non ha andamento rettilineo, ma disegna una leggerissima S con le due quinte di case, dal tipico andamento scalettato, che scendono verso la Porta S. Felice sulle mura.

Le fonti, che danno il nome alla strada ed al quartiere, erano così chiamate per l’esistenza, nelle vicinanze, di una chiesa intitolata a questo santo, da identificarsi non con l’oratorio che si trova a ridosso della porta, ma con un’altra oggi scomparsa.

Gli edifici che danno su questa strada sono tutte abitazioni; la costruzione e l’impianto urbanistico della via sono databili, come vedremo, al Trecento, ma non rimangono molte tracce delle abitazioni di quel periodo, le case moderne sono il risultato della ristrutturazione di edifici del XVI-XVll secolo. All’inizio il lato destro della strada è occupato dalla parete laterale di Palazzo Campani, che ha la sua facciata principale in Via S. Lino ed è risalente al XVIII secolo.

Il 1 luglio del 1944 una cannonata sparata dall’artiglieria americana che stava avanzando verso Volterra colpì in pieno l’abitazione posta al n.1, uccidendo tre donne e ferendo altre persone che si trovavano al suo interno.

PORTA SUPERIORE DI SAN FELICE

Alla fine della strada ci troviamo di fronte una porta “superiore” di San Felice. Sotto di essa, sul suo lato destro, vi è un riquadro dove una volta era contenuta un’immagine della Vergine battezzata la “Madonna dei Gabellieri”. Questa apertura fu costruita nel 1500 per sostituire la porta “inferiore”, posizionata di fronte alle fonti omonime, che venne murata perché ritenuta scarsamente controllabile. Pochi anni dopo venne murata anche questa porta, che fu riaperta solamente nel Settecento.

Fino al 1824 al di là delle mura esisteva un ripiano che venne distrutto con la costruzione dell’attuale viale Trento e Trieste; questo ripiano era conosciuto con il nome di Piazza della Madonna di San Sebastiano o Piano della Madonna. Su di esso sorgeva infatti una cappella nella quale era venerata l’immagine della Madonna di San Sebastiano, qui arrivata da Montecatini Val di Cecina. La chiesa franò nel 1783, ma l’immagine era già stata trasferita nella vicina chiesa di San Francesco dove si trova tuttora.

ORATORIO DI SAN FELICE

Accanto alla porta possiamo vedere la chiesetta di S. Felice. Venne costruita nel 1701 con il contributo degli abitanti della zona, per essa Giuseppe Arrighi dipinse una tela con una “Madonna con Bambìno” ed un “San Felice”. Sull’altare vi è un quadro raffigurante San Francesco di Paola, opera di lppolito Cigna, e in un tabernacolo è racchiusa l’immagine della “Madonna dei Gabellieri”. Di fronte all’oratorio inizia la ripida stradina trasversale che conduce alle Fonti di S. Felice.

FONTE INTERNA DI SAN FELICE

Si tratta di una fontana monumentale costituita da un bacino protetto tramite una copertura sorretta da due archi in pietra, le pareti laterali e di fondo sono in muratura con paramento a blocchi. La fonte è alimentata da una unica bocca, posta nel centro della parete di fondo, a cui fanno però capo più condotti. Secondo Costantino Caciagli, che ha collaborato ai lavori di scavo e di recupero del complesso, uno dei condotti di alimentazione della fonte medievale è stato scavato in epoca etrusca, mentre un altro si collega con un condotto di epoca romana. Nella facciata esterna della fonte, sopra il pilastro centrale è conservata un’epigrafe che attesta la costruzione del porticato attuale; in base ad essa questi lavori sono stati compiuti nel 1319 da Chelino Ducci Tancredi per ordine dei “balitori” della contrada di S. Stefano.

Iscrizione:

(ANNO) D(OMINI) MCCCXVIIII
M(AGNIFICT) D(OMI)NT XII
(DE)FE(NSORE)S P(O)P(ULI)
VU(LTERRANI) P(RE)C(E)P(ERUNT)
CHELI(N)O DUCCI, GUAR(DUC)CIO
CHEC(H)I S(E)R FED(ERIGO) PIGI,
NARDO CACAR(I)E, (…)NI CHELIS
BALITOR(IBUS) C(ONTRA)TE BURGI
FOELICIS S(AN)C(T)I STEF(ANI),
Q(UOD) FACI(AN)T I(N)VENIRI
VENAS
AQUAS S(ANCTI) F(OE)LIC(I)S ET
P(ER)Q(UI)RE(N)DO
D(E) IP(S)IS VE(N)IS INVE(N)T(US)
FUIT I(N)
HO(N)C LOCO VIV(US) FO(N)S
SARACINOR(UM)
ISTE FO(N)S ET AQUA. CHE
LIN(O) DUCCI TANCREDI
SOP(RA)STA(N)TE

Al di sopra dell’epigrafe sono murate sei palle di pietra che dovrebbero fare riferimento allo stemma della famiglia Medici, non sappiamo quando furono collocate in quel punto, sicuramente in occasione di qualche lavoro effettuato alla fonte, ma è difficile dare una data precisa.

LA PORTA INFERIORE DI SAN FELICE

Sulla scarpata di fronte alla fontana è possibile vedere i resti delle opere idrauliche romane che costituivano la prima parte della conduttura di alimentazione di un impianto termale costruito poco al di là delle mura. A ridosso delle mura medievali, proprio accanto alla porta, si conserva invece un tratto delle mura etrusche al cui interno è incluso un brevissimo tratto di conduttura fognaria. La porta “inferiore”, che a lungo è stata ritenuta romana, fu costruita agli inizi del XII secolo contemporaneamente alle mura di cinta nel punto in cui, probabilmente, esisteva una postierla etrusca; fu murata e sostituita da quella cosiddetta “superiore” nel 1500, è stata riaperta solo recentemente, in occasione dei restauri dell’intero com plesso avvenuti nel 1979.

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L’area in cui è collocata la fonte medievale costituisce una piccola vallecola naturale aperta verso Sud e scavata dalle acque che defluivano dalla parte superiore della collina; in origine, appena al di là dello spartiacque settentrionale, si trovava un altra valletta aperta verso Nord e il canale naturale formato da queste due valli costituiva un facile percorso per valicare la collina in direzione Nord-Sud. Poiché il sito era dotato anche di sorgenti naturali è logico dedurre che sia stato sede di uno dei primi insediamenti umani della collina; questa ipotesi è stata confermata dal ritrovamento di alcuni fondi di capanne villanoviane avvenuto durante i lavori di ristrutturazione della fonte.

In epoca etrusca da questo punto partiva la strada che conduceva verso Montecatini e il mare; il ritrovamento di un bronzetto votivo databile al VI sec. a.c. ci informa che vi doveva esistere anche un sacello collegato alla sorgente e dedicato al culto delle acque. Poco prima del III sec. a.c. furono realizzate alcune opere di captazione dell’acqua; la più interessante delle quali consiste in un cunicolo con direzione Est-Ovest, che sboccava nel lato Est della valle e che verosimilmente raccoglieva l’acqua potabile per convogliarla verso una struttura che non è stata individuata dagli scavatori. Con la costruzione della grande cinta muraria etrusca, databile agli inizi del III sec. a.c., questo cunicolo venne abbandonato e al di sopra di esso, nel punto dove probabilmente sboccava l’acqua, fu costruita una grande fogna di drenaggio con direzione Nord-Sud che portava le acque sporche al di fuori delle mura.

LAVATOI DI SAN FELICE

La sistemazione della zona cambiò in epoca imperiale romana. Nella prima metà del III sec. d.C. fu costruito, poco al di fuori delle mura di cinta, in grande impianto termale. In quest’occasione fu allestita una conduttura in muratura con direzione Nord-Sud, che raccoglieva le acque provenienti da Nord e le convogliava in una vasca di decantazione posta a ridosso della cinta muraria. L’acqua depurata passava attraverso le mura tramite una canalizzazione, che non si è conservata, ed arrivava in un bacino di raccolta dal quale poteva essere erogata all’impianto termale in base alle necessità oppure conservata in vista delle stagioni secche.

Dopo la fine della città antica rimase in funzione solo una parte di questo sistema di raccolta: la vasca di decantazione a cui continuava ad arrivare l’acqua. Questa struttura venne sfruttata probabilmente come bacino per la concia delle pelli, ne è prova la presenza in questa zona di un toponimo Piscinale, documentato ancora agli inizi del XIII secolo, che si riferisce proprio a questa vasca.

Nel 1238-41 fu costruito un lavatoio nel punto dove si trova la fonte attuale, l’acqua proveniva da una deviazione ricavata dalla conduttura romana ancora funzionante, che però venne ostruita pochi anni dopo dall’accumulo di calcare depositatosi al suo interno. Altre riparazioni non meglio specificate sono ricordate negli statuti comunali del 1251, 1252, 1255, 1258.

In seguito questa fonte si disperse e una parte dell’acqua fu condotta, tramite una tubatura al di fuori delle mura, dove venne costruita una nuova vasca. Nel 1295 un documento ci informa che la fonte interna non era utilizzata, è citato infatti il toponimo in loco S. Felicis ubi dictu fuisse fons. Questa affermazione si potrebbe far ipotizzare che la struttura del lavatoio all’interno delle mura non fosse in pietra, ma in legno, e che prima del 1295 era andata distrutta. Altri lavori alla fonte esterna vengono pagati dal comune nel 1305.

Nel 1319 venne costruita la struttura ancora oggi visibile. Nel 1318 fu ordinato da parte del Consiglio che la fonte, che allora si trovava fuori delle mura presso San Felice, venisse ricondotta all’interno; la frase esatta dice che doveva essere ritrovata e ricostruita in modo che l’acqua vi abbondasse e che vi si costruisse un abbeveratoio, ma con la facoltà di realizzarlo sia dentro le mura che fuori. Le spese necessarie per la realizzazione delle opere furono stanziate il 13 maggio del 1319: si tratta di cinquanta lire, cifra stabilita dopo la supervisione del progetto fatta dal bistarius Butus Michelis Falippe. Sempre in questa data fu decretato che a sovrintendere ai lavori fosse Neri Rustichini. Le strutture edilizie dovevano venire realizzate dagli abitanti delle contrade di Borgo, Fornelli e S. Stefano residenti dentro le mura, sotto il controllo degli ufficiali del “danno dato” e del “vessillifero dei seicento”, a spese del comune volterrano.

L’acqua destinata ad alimentarla proveniva dalla deviazione nella conduttura romana che aveva alimentato il lavatoio del secolo precedente; opportunamente ripulita, e a arrivava dal fianco destro, dove ancora oggi c’è uno portello, e forse è proprio a questa conduttura che si riferisce l’epigrafe posta sulla fonte con la frase: “inventus fuit in hoc loco vivus fons saracinorum”, sappiamo infatti che nel medioevo con il termine “saracino” o “dei saracini” erano solitamente chiamati i resti di edifici e di sepolcri antichi o di cui non era possibile definire la data di costruzione. Il termine era usato per indicare ogni cosa insolita con la quale si poteva avere a che fare.

In un secondo tempo questo afflusso di acqua cessò, probabilmente perché la conduttura antica era nuovamente ostruita oppure perché, a causa dell’eccessiva urbanizzazione dell’area, la pioggia aveva trovato altre vie per cui filtrare nel sottosuolo. Fu così che nel 1320, il 9 aprile, fu mandato a Massa Marittima un incaricato per cercare un guerco di Montieri che ritrovasse la vena, costui scavò un tunnel di captazione in direzione Est-Ovest, andando a prendere l’acqua che proveniva dal lato Ovest della valle.

L’abbeveratoio previsto nel 1320 non era stato ancora costruito nel 1335 quando si rese necessario un nuovo intervento dell’autorità cittadina per imporne la realizzazione. Nel 1335 venne migliorata la viabilità con la costruzione di una nuova strada che conducesse dalla contrada di Borgo fino alla fonte. Questa via non era altro che l’attuale Via San Felice. Il nuovo tracciato viario, che arrivava fino alle case di proprietà dell’abbazia di S. Giusto poste sulla via chiamata il Corso, doveva essere costruito recta corda, cioè in maniera ortogonale e più breve possibile. In base agli ordini del consiglio questa via doveva ricalcare il percorso del “bottino” di Borgo, che attraversava le mura presso la porta San Felice.

In un altro capitolo degli statuti del 1335 si ordinò che le varie vene che rifornivano di acqua la fonte fossero convogliate in un unico canale. Nel 1359 fu ordinato di costruire de novo un abbeveratoio presso la fonte; probabilmente si tratta dell’abbeveratoio posto all’interno delle mura e che finirà per sostituire quello esterno. Dopo di allora scarseggiano le notizie sui lavori compiuti a quest’opera idrica, sappiamo che vi si intervenne ripetutamente per ripulire le condutture, ma non vi sono notizie su lavori più complessi.

Nel Settecento l’acqua fu analizzata e venne ritenuta adatta anche alle cure termali; per questo motivo fu costruito un piccolo edificio al di fuori delle mura dove potessero essere comodamente praticati i bagni curativi. Questa destinazione terminò comunque ben presto. Nel secolo scorso furono costruiti dei grandi lavatoi pubblici alimentati da una diversa vena sotterranea, che sostituirono la fonte medievale ormai quasi completamente ostruita dall’accumulo dei depositi calcarei nelle condutture e decretando così la fine dello sfruttamento di questa grande sorgente.

VICOLO CAMPANI

Questo brevissimo vicolo voltato, che mette in comunicazione Via S. Felice con Piazza degli Avelli, prende il nome dal sovrastante palazzo di proprietà di una nota famiglia volterrana. Fino agli anni 1950 si chiamava così l’attuale Vicolo Mozzo, mentre questo vicolo non aveva nome; infatti l’addetto ai lavori che aveva posizionato le prime targhe civiche, collocò la targa qui destinata nel Vicolo Mozzo dove rimase fino al 1958, senza che nessun funzionario addetto alla toponomastica se ne accorgesse.

© Pacini Editore S.P.A., ALESSANDRO FURIESI
Via San Felice, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
A. AUGENTI – M. MUNZI, Scrivere la città. Le epigrafi tardo antiche e medievali di Volterra (Secoli IV-XIV), Firenze, All’insegna del Giglio, 1997, pp. 76-78;
M. BATTISTINI, Volterra illustrata. Porte, Fonti, Piazze, Strade, Volterra, Carnieri, 1921, pp. 12, 22, 48;
C. CACIAGLI, Il disegno della fonte di S. Felice, in “Rassegna Volterrana”, LIV-LV, 1979, pp. 71-101;
C. CACIAGLI, Disegno e restauro delle fonti di S. Felice in Volterra, in “Rassegna Volterrana”, LVI, 1980, pp. 133-160;
M. CANESTRARI (a cura di), Il piano di Volterra, Roma, Officina Edizioni, 1991;
A. CINCI, Guida di Volterra, Volterra, 1885;
E. FIUMI, Appunti di toponomastica volterrana, in “Studi Etruschi”, XVIII, 1944, pp. 371-382;
E. FIUMI, Ricerche storiche sulle mura di Volterra, in “Rassegna Volterrana”, XVIII, 1947, pp. 32-93. Ristampato in: E. FIUMI, Volterra e San Gimignano nel medioevo, San Gimignano, Nuovi Quaderni, 1983, pp. 26-78;
A. FURIESI, L’approvvigionamento idrico di Volterra nell’antichità e nel Medioevo, Tesi di laurea, Università di Pisa, Facoltà di Lettere – Filosofia, a.a. 1994/95, pp. 143-148;
F. LESSI, Le fonti di S. Felice in Volterra, in “Rassegna Volterrana”, LIV-LV, 1980, pp. 67-70.

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