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Via San Lino

È la strada che, oggi, conduce da piazzetta S. Cristoforo a Porta S. Francesco. Lunga 240 metri e lastricata, la via ha assunto l’attuale denominazione solo a partire dal 1940, in onore del pontefice volterrano della nobile famiglia dei Mauri che, stando alla tradizione, avrebbe avuto una casa nel luogo ove, un tempo, sorgeva il convento delle clarisse, oggi adibito, in parte ad abitazione, in parte a scuola. Lino fu successore di S. Pietro nel 67 d.C. e venne poi martirizzato nel 76 in Roma. il nome moderno della via ha ripreso quello antico, dopo aver assunto diverse denominazioni e aver rappresentato un unico tratto con l’attuale Via Ricciarelli. “Attorno alla strada di S.Lino, di impianto medievale, si organizza una serie di sistemi edilizi di natura e di epoca molto varia. Una prima diversità si nota tra i fronti a nord e a sud del piano camminabile: a sud uno spazio che giunge fino alle mura con vicoli a pettine; a nord palazzetti e nuclei maggiori affacciati con orti sulle mura. Unitaria fino alla facciata dell’ex convento di S. Lino, la via viene divisa in due fronti dagli alberi che chiudono Piazza Inghirami”. (M. Canestrari, p. 165). E la via mostra subito una serie di palazzi, di grande spessore artistico, appartenenti ad alcune delle famiglie più illustri del patriziato e della nobiltà volterrani.

Affacciato sulla piazzetta S. Cristoforo, di fronte alla casa abitata dai fratelli Del Bava Arrighi, spicca il quattrocentesco edificio dei Falconcini con i piani superiori sporgenti e sorretti da medaglioni ed archetti in cotto. Residenza gentilizia, il palazzo, di pregevole impianto, con struttura muraria in cotto a faccia vista risalente al XVI-XVII secolo, presenta in angolo con piazzetta S. Cristoforo e Vicolo Belladonna, castonali e strutture in pietra che denunciano un impianto del XII-XIV secolo. La casata Falconcini, da sempre, ha avuto nella città una folta rappresentanza. Numerosi e potenti nel Cinquecento, nella prima metà del Seicento, i Falconcini subirono un ridimensionamento, comune a tante altre famiglie che dovettero assistere ad un decisivo calo demografico. Appartenente comunque alle ventuno agnazioni volterrane più longeve, i Falconcini, di antico patriziato, furono tra le famiglie volterrane più rappresentative nell’ordine di S. Stefano. (C. Pazzagli, p. 82). Tra i più eminenti personaggi di Casa Falconcini, occorre citare Ludovico, autore della Antiquissimae volaterranae historia, e Persio Benedetto, “tra i più deboli” dei funzionari del Granducato, al tempo di Pietro Leopoldo, ma emblematico rappresentante nobiliare di una mentalità in evoluzione.

PALAZZO INGHIRAMI – FEI

Davanti, sul lato destro della strada per chi scende verso Porta S. Francesco, gli fa eco il palazzo seicentesco degli Inghirami-Fei. Residenza gentilizia, l’edificio presenta belle e pesanti mostre di macigno intorno alle finestre e al bel portale in legno scolpito. All’interno, sul giardino all’italiana, con al centro una vasca circolare, è visibile un originario ed imponente loggiato, costituito da archi in cotto e colonne e capitelli in pietra. Gli Inghirami sono, senza dubbio, il casato più numeroso e rappresentativo nella storia della città di Volterra. Dall’antico ceppo, nel corso dei secoli, si sono snodati vari rami, fra cui quello degli Inghirami-Fei-Montoni. La famiglia Fei, già presente nel catasto del 1428-29, nella prima metà del Seicento subì quel ridimensionamento demografico che costrinse il cav. Giuseppe Fei, privo di eredi, a lasciare patrimonio e nome ad uno dei nipoti della moglie. Marcello Inghirami, notissimo per aver dato origine alla prima vera scuola di alabastro e per essere stato protagonista in quella famosa campagna contro i francesi del 1799, non contravvenendo alle disposizioni testamentarie del Fei, dette inizio al ramo autonomo degli Inghirami-Fei.

PALAZZO FALCHI PICCHINESI

Lo segue, ai nn. 10-14, un altro elegante e luminoso palazzo, di proprietà dei Falchi Picchinesi. Ragguardevole esempio di quello stile alla fiorentina – anche se ha subito notevoli rimaneggiamenti nella facciata – di cui parla il Ricci, il palazzo, prima appartenuto alla famiglia dei Cecina, presenta ampie finestre con archi a tutto sesto, definite da bozze e marca davanzali ai piani superiori, mentre, al piano terra, le finestre sono rettangolari e cinte di semplici cornici. Già presenti nel catasto del 1428-1429, come uno dei 28 casati componenti il patriziato volterrano, i Picchinesi, nel 1757, in conseguenza del nuovo Regolamento della Nobiltà e cittadinanza, riusciranno ad essere ascritti al patriziato solo per linea femminile. In via di estinzione confluirono nella nobile famiglia, originaria di Cagliari, dei Falchi. Da allora, cioè dal 1757, diventarono Falchi-Picchinesi.

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Conclude il fronte il Vicolo Sarperi, al di là del quale la Scuola Elementare di S. Lino dà inizio ad uno dei complessi chiesistico-conventuali dei più importanti e famosi di Volterra.

Ma torniamo, per un attimo, al lato sinistro della strada. Superato Palazzo Falconcini, il fronte di case tra Vicolo Chinzica e Via di Porta S. Felice, corrispondente ai nn. 7-19, è da ascrivere al XVIII-XIX secolo anche se le murature in pietra dimostrano un più antico impianto. Dopo Via S. Felice, il palazzo ad angolo tra la via ora menzionata e Via S. Lino, è Palazzo Campani.

PALAZZO CAMPANI

Residenza gentilizia, il palazzo, dal bel disegno con il portale centrale, è da ascrivere al XVII secolo. Presenta pregevoli marca davanzali e forti cornici di bozze di macigno scuro alle finestre, rettangolari al primo piano, quadrate al secondo e al piano terra, ove si notano anche due grandi finestre inginocchiate. Ristrutturato nell’Ottocento, il palazzo, all’interno, presenta numerosi soffitti affrescati del XVIII-XIX secolo e arredi dello stesso periodo. Come tante altre famiglie volterrane, anche i Campani hanno origini antiche, essendo già presenti nel catasto del 1429. Il più noto della famiglia è sicuramente Luigi Campani, ideatore e progettista del Teatro Persio Flacco, della nuova facciata della villa di Roncolla, oggi di proprietà degli Inghirami, e della facciata del collegio di San Michele.

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In un alternarsi di stili e epoche diverse, dopo Palazzo Campani, incontriamo prima un edificio (nn. 25-29) da ascrivere al XVI-XVII secolo e poi, ai nn. 31-35, Casa Funaioli. Costituito da due unità distinte, le nn. 33-35 e la n.31, l’edificio è da attribuirsi al XVII secolo, anche se la presenza degli archi in cotto (circa XV secolo) con decorazione e la struttura stessa lo dicono di origine più antica. Interessante notare che nelle cantine della casa sono stati trovati reperti archeologici.

Casa Funaioli, nell’economia della strada, è l’unica struttura degna di nota, almeno fino all’incrocio con Via Borgo Nuovo. Tutti gli edifici, ascrivibili ad un periodo compreso tra Cinque e Ottocento, per dimensione e forma dei dettagli, denunciano tutti un’origine più antica. Interessanti i palazzi ai nn. 45-47 e 49-51, entrambi con bei portali in pietra, e il palazzo ai nn. 67-69, dal bel fronte con motivi decorativi in cotto del XV secolo, e quello, ai nn. 63-67, che spicca in modo particolare per la presenza di due archi ribassati d’ingresso in cotto, uno dei quali con sopra stante decorazione geometrica, di ascendenza quattrocentesca.

Il lato opposto, invece, se non è caratterizzato da case o palazzi artisticamente e stilisticamente pregevoli, causa anche i numerosi e recenti rifacimenti, certamente gronda di storia volterrana e, vista la importanza che un Papa dovunque riceve, anche mondiale.

Via S. Lino, che si qualifica per una massiccia presenza di edifici religiosi, alcuni tuttora atti a svolgere le proprie funzioni, altri diventati monumenti storico artistici, proprio con l’ottocentesco edificio, oggi sede delle scuole materne ed elementari, ci fa entrare direttamente nel mondo, un tempo, tutto clericale monastico tra i più emblematici di Volterra. Ed ancora notiamo una straordinaria assonanza tra il contesto di Via S.Lino-Piazza Inghirami e Via Don Minzoni-Piazza XX Settembre. Più volte abbiamo accennato al prestigio e alla straordinaria funzione religioso-sociale delle due più importanti chiese, dopo la Cattedrale. E attorno a S. Agostino e a S. Francesco, tutta una serie di chiese, conventi e oratori testimoniano ed accrescono questa loro particolare caratteristica.

Chiesa e convento di S. Francesco, chiesa e convento di S. Dalmazio, chiesa e convento di S. Lino sono i tre importanti sistemi artistico-religiosi che, da tempo, hanno trasformato lo Via di S. Lino in una delle più devote e religiose strade di Volterra. Ogni chiesa e ogni sistema conventuale di questa strada ha rappresentato, nella storia volterrana, significativi luoghi di culto, di prestigio nobiliare, di educazione, ed ognuno di questi istituti, in maniera diversa, ha dato lustro alla città.

CHIESA E CONVENTO DI SAN LINO

L’edificio scolastico, corrispondente ai nn. 16-20, dall’aspetto neoclassico faceva prima parte del monastero delle clarisse. Intitolato a S. Lino Papa, l’intero fabbricato, gli attuali nn. civici 16-24, risale al 1480. Fu in quella data che una vedovo volterrana, Piera de Mattonari, proveniente probabilmente dall’ambiente delle pinzachere, presenti a Volterra, dette inizio ad una forma di vita comunitaria che seguiva la Regola di S. Elisabetta, Regina d’Ungheria, del terzo ordine francescano. Ben presto a lei si unirono altre nobili fanciulle e il Maffei volle loro costruire un luogo più consono e adatto alla preghiera e al silenzio. La prima pietra del nuovo monastero fu posta nel 1480 e la fabbrica fu completata nel 1517. Le giovani converse e Suore vi si trasferirono nel 1519, passando dal terzo al secondo ordine francescano, diventando clarisse. Il fatto è ricordato anche in un’iscrizione in marmo murato, posto nella chiesa di S. Lino:

HOC DIVI LINI VOLTERRANI
COENOBIUM SUMPSIT EXORDIUM
A.D. MCCCCLXXX CUIUS COENOBII
MONIALES PIA RAPHAELIS
MAPHEI LIBERALITATE ET LEONIS
X SUMMI PONTTFICIS DIPLOMATE
S. CLARI INSTITUTIS ET REGULAE
SE ABSTRINSERUNT A.D. MCXIX

Sembra che la presenza clariana a Volterra risalga al 1244, quando Filippo Longo, ordinator, visitator et corrector per tutti i monasteri e le monache dell’ordine di S. Damiano, decise di inviare alcune religiose del Monastero di S. Maria della Marca di Castelfiorentino a Volterra, dove in località “Leonaia”, era sorto un monastero intitolato a S. Agnese. (M. Bocci, pp. 43-45). Nel 1576 erano presenti 82 ragazze e, qualche anno dopo, 112. La vita si svolgeva tutta nel segreto della clausura, fra il lavoro, le preghiere, l’osservanza della regola e nella cura delle giovinette in educandato. Superata la crisi del XVI secolo, quando il vescovo Guido Serguidi, in pieno clima post tridentino e obbedendo ai dettami di una bolla di Clemente VIII, effettuò una revisione globale della vita monastica, la vita delle clarisse continuò a trascorrere tranquilla e celata agli occhi esterni, entro le mura impenetrabili del convento. Tra i tanti personaggi, che il monastero accolse all’interno dei suoi atri per chiedere una grazia, ci fu anche Maria Maddalena d’Austria, moglie di Cosimo III. Venuta a Volterra nel 1612, implorò grazia per il fratello Mattia e, una volta vista esaudita la sua preghiera, l’arciduchessa soddisfece al voto con una cospicua elemosina, donando alle sorelle una veste nuova per la Beata Vergine, insieme ad un prezioso presepe d’argento. La statua della Vergine, detta “Madonna del presepio”, oggi non più esistente, doveva essere vestita con un abito verde e con un mantello azzurro o forse, essere parte di un tabernacolo sul cui retro era dipinta una conversa alla quale la Vergine era apparsa.

Così, all’inizio del Settecento, il monastero contava 50 clarisse, ovviamente tutte nobili. Vennero costruite celle personali che abbellirono il convento; suor Selvaggia Bava fece pavimentare il chiostro grande; suor Eufrania Minucci provvide all’erezione dell’altare maggiore ove, ancor oggi, si ammira la tavola di Francesco Curradi del 1597, rappresentante la “Madonna in trono col Bambino” e i Santi Lino, Giovanni Battista, Chiara, Maria Maddalena, da una parte, e Giusto, Vittore martire, Antonio da Padova e Caterina d’Alessandria dall’altra. Infine suor Maria Caterina Vivenzi fece erigere l’altare della Natività di Maria dove c’è il dipinto di Cesare Dandini.

Dopo la rivoluzione operata dal Granduca Pietro Leopoldo del 1786, le clarisse accettarono di trasformare il monastero in Conservatorio e solo sei vollero mantenere la vita claustrale. Ristabilita, nel 1802 con il Regno d’Etruria, la clausura, le francescane di S. Lino avevano appena riconquistato la pace religiosa, quando 1’ondata napoleonica provocò danni ancora più gravi. La mattina del 23 aprile 1808 soldati e commissari francesi irruppero in monastero, sequestrarono cassa, registri, inventariando tutto quello che si trovava nell’edificio. Intimato lo sfratto, le clarisse furono costrette all’esodo. Dopo la definitiva soppressione, nel 1810 di tutti i conservatori, lo stabile, costituito da due piani con 38 vani al primo piano e 77 celle al secondo, fu ridotto a tribunale francese. Tornate, nel 1819 in S. Lino, le monache, dopo l’Unità d’Italia, per allontanare le nuove e minacciose nuvole con sentore di soppressione, aprirono il monastero all’esterno e vi instaurarono le scuole pubbliche per l’educazione delle fanciulle. La nuova scuola per bambine dai sei ai nove anni della parrocchia della Cattedrale, di S. Francesco, di S. Stefano, di S. Giusto e di S. Alessandro, fu inaugurata nel 1863. Ma nel 1866 la tanto temuta soppressione che scioglieva gli ordini religiosi, fu attuata e le monache persero ogni loro sostanza, compreso il monastero.

Nel 1934, intanto, le monache di S. Lino passavano alla regola di S. Chiara, cambiando il nero abito con la semplice tonaca marrone delle Clarisse propriamente dette. In seguito al Concilio Vaticano II e in adesione alle nuove norme liturgiche, la comunità di S. Lino provvide alla sistemazione del coro e all’erezione di un nuovo altare, consacrato nel 1964, per poter partecipare alla celebrazione eucaristica. Nel luglio del 1972 un improvviso cedimento della volta della chiesa di S. Lino, su cui posava il coro delle monache, procurò un altro scosso nella già tormentata storia delle clarisse volterrane che, nel 1978, lasciarono definitivamente Volterra per andare a rifugiarsi in San Casciano Val di Pesa.

Facente strettissima parte del complesso monastico, si trova la chiesa di S. Lino. Come il monastero, la chiesa fu fatta costruire nel 1480 da Raffaello Maffei, la cui tomba si trova all’interno dell’edificio religioso, sul fianco sinistro dell’altare maggiore.

Dal bel portale in pietra, la struttura, ad una sola navata, è intitolata al secondo Papa della cristianità, successore di Pietro e appartenente alla famiglia dei Mauri o Murria. Economicamente agiata, la famiglia di Lino, benché avesse proprietà e case vicino Morrona e Bibbona, preferiva trascorrere la maggior parte del tempo nel palazzo, accanto alle terme romane volterrane. Fu qui che, intorno all’anno 18, Claudia, moglie del senatore Ercolano Mauri, dette alla luce Lino. Lasciata la città natale all’età di ventidue anni per continuare gli studi a Roma, non vi fece più ritorno. Diventato Papa, nel 76 fu decapitato dal console Saturnino su ordine di Vespasiano. Una tradizione vuole che, nelle fondamenta della chiesa di S. Lino, sia nascosta una sua pantofola.

E comunque a causa ed onore del Santo, che la via è stata denominata Via S. Lino. La chiesa, costruita quindi dove si dice fosse stata la casa di Lino, fu consacrata nel 1576 dal vescovo Guido Serguidi, come dimostra l’iscrizione:

GUIDO SERVIDIUS EPISCOPUS
VOLATERRANUS HOC FANUM ET
ARAM CALENDIS MAII QUO DIE
ANNIVERSARIO XL DIES
INDULGENTIAE EX FORMA
ROMANAE ECCLESIAE CONCEDIT
DIVO LINO CONSECRAVIT
MDLXXVI GREGORIO III SUMMO
PONTEFICE ET FRANCISCO MEDiCI
ETRURIAE MAGNO DUCE

Oltre alla lapide che ricorda il passaggio delle monache dal terzo al secondo ordine francescano, altre lapidi riempiono le pareti della chiesa, come quella che attesta la ristrutturazione dell’edificio nel 1986 e la benedizione della riapertura di Giovanni Paolo II, in visita a Volterra nel 1989. E posta nel presbiterio c’è un elogio alla vita angelica di Domitilla Falconcini, una delle primissime componenti del monastero, morta nel 1512.

La chiesa, ad una aula semplice ricoperta, che doveva rispecchiare la riservatezza dell’ordine e servire prevalentemente alle abitatrici dell’annesso monastero, presenta una facciata austera e priva di segni iconografici o architettonici rimarcati, tranne il bel portale in pietra, il cui cornicione presenta l’iscrizione:

ANNO DOMINI MDXIII

Un tempo nella facciata della chiesa, vi era un busto policromo di S. Lino di Benedetto Buglioni, risalente al secondo decennio del XVI secolo e ora nel Museo di Arte Sacra.

È, comunque, l’interno che racchiude monumenti pittorici e scultorei di pregio. Molte sono le opere di Cosimo Daddi. Presente a Volterra nel 1596, ricevuta protezione dall’arcivescovo Serguidi, Daddi firma e data 1597 la sua opera migliore in S. Lino. E La “Visitazione” che si trova sull’altare sinistro della chiesa. Ed ancora del Daddi sono le dodici lunette in tela con “Storie della vita di Cristo”, fra cui quella di “Gesù fra i Dottori”, che reca l’autoritratto del pittore che regge una carta con firma e data: Cosmus Daddi pinxit anno 1618, e tutte le decorazioni della volta. (E. Carli, pp. 107- 10B). Come dell’autore sono tutte le decorazioni della volta della chiesa.

All’altare destro c’è “la Natività” di Cesare Dandini, mentre la grandiosa tavola sull’altare maggiore, rappresentante “Maria Santissima, S. Lino ed altri santi” è opera del Curradi, datata 1597. Ai lati dell’altare maggiore erano altri due dipinti su tela: un “S. Giovanni evangelista” e un “Cristo nell’orto”, opera forse del Daddi. Come ancora del Daddi è la “Visita di S. Elisabetta”.

Nella chiesa è presente anche il sepolcro del suo fondatore. Di finissimo marmo carrarese con semplici, ma eleganti ornati, il monumento, dove sono racchiuse le spoglie mortali del Maffei, è opera di Silvio Cosini, collaboratore e scolaro di Michelangelo. La statua del volterrano è opera di Mino da Fiesole e rappresenta il defunto in atto di appoggiare il capo alla destra e sollevandosi dall’urna e tenendo nella sinistra una fascia in cui è scritto Sic itur ud astra.

Il monumento, noto e apprezzato dal Vasari, è una tomba a parete. La posizione del defunto, ricalcando la tipologia dei sepolcri a parete dei secoli precedenti, risulta similare a quella dei defunti dei coperchi dei sarcofagi e delle urne etrusche, “tanto che la soluzione adattata per la rappresentazione come di un defunto vivente, con la testa reclinata e gli occhi aperti, risulta una delle prime fra quelle realizzate agli inizi del Cinquecento”. (Dopo il Rosso, pp. 27-28). Le statue dell’Arcangelo Raffaele e del Beato Gherardo, protettore della famiglia Maffei, sono di Stagio Stagi di Pietrasanta.

La chiesa, il 25 aprile 1819, dopo essere stata chiusa al culto, fu riaperta con la consacrazione del nuovo altare maggiore, “di marmi duri fatti fare a spese del vivente vescovo”.

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Accanto alla chiesa troviamo l’Hotel S. Lino, immobile che è il risultato della fusione di più unità edilizie con antico impianto, visibile nella struttura in pietra e nei pregevoli archi, riconducibili ai secoli XII-XIV. Superato un altro edificio del XVIII secolo, la strada, sul lato destro, si interrompe aprendosi su Piazza Inghirami.

CHIESA E CONVENTO DI SAN DALMAZIO

Dalla parte opposta, in angolo con Via Borgo Nuovo, si sviluppa l’altro grande complesso monastico di S. Dalmazio. Un tempo formato dalla chiesa, tutt’ora esistente, anche se chiusa al pubblico, e dal convento, trasformato, in epoche successive in scuola e poi in abitazioni, la struttura venne edificata agli inizi del Cinquecento, come testimoniano il portale d’ingresso della chiesa e quello ogivale in pietra del convento. Compreso tra le mura medievali, l’ex monastero di S. Dalmazio è tra i complessi conventuali volterrani compresi in un sistema chiuso, voluto e costruito appositamente per preservare intatta la integrità delle ospiti dell’edificio. La struttura, oltre alla chiesa e al convento, presenta gli orti e, lungo la Via di Borgo Nuovo, si apre un varco che immette nel pregevole chiostro con il bel loggiato dalle colonne e i capitelli in pietra arenaria. Accanto al chiostro, e facente parte dell’intero complesso, ora di proprietà della famiglia Inghirami, un vecchio frantoio i cui spazi più antichi nascondono volte a botte lunettate.

Fabbricata a spese del Comune e, si dice, su disegno di Bartolomeo Ammannati, la chiesa fu consacrata nel 1547 da Mons. Cherubino Scarpelli. Sull’altare maggiore, fatto di stucchi e dorature, si trova il coro sovrastante la navata, impreziosita da stucchi policromi e con finte architetture di cupole, aperte verso il cielo, su disegno del padre scolopo Leopoldo Dal Pozzo. La chiesa è a tre soli altari: uno a destra, uno a sinistra e l’altare maggiore. Presenta la “Deposizione della Croce”, un olio su tavola centinata, nell’altare maggiore, opera di Giovan Paolo Rossetti, eseguita tra il 1551 e il 1556 e che ritrae anche la monaca suor Elisabetta Incontri, committente del quadro. Un “Noli me tangere”. sull’altare destro entrando, di Giovanni Balducci, come attesta la tela stessa sul fondo; una “Ostensione dell’immagine di S. Domenico”, nella cappella Tozzi-Pini sull’altare sinistro, di Jacopo Vignali e due ovali con storie di S. Benedetto di Giovanni Sagrestani. (A. Cinci, Guida, pp. 138-139). E nel 1525 Tommaso Palacchi dipinse per il refettorio del monastero una “Cena di Gesù con gli apostoli”.

L’intero complesso di proprietà della famiglia Inghirami, appartenne alle religiose della regola di S. Benedetto che, nel 1510, chiesero al Comune di Volterra di trasferirsi in città dalla Villa di S. Dalmazio dove, fin dal 1146, avevano il loro monastero. Nel 1438, un grave incendio danneggiò il sacro luogo e benché papa Eugenio IV avesse promesso tre anni di indulgenza a tutti coloro che avessero contribuito alla ricostruzione del monastero e benché la Repubblica fiorentina, con speciali provvedimenti, fosse venuta loro in aiuto, guerre unite ad altre angherie subite costrinsero le benedettine, ai primi del XVI secolo, ad abbandonare il monastero e a trasferirsi a Volterra. Fu per “liberarsi dalle molestie che quegli abitanti; continuamente gli infierivano, e per allontanarsi dalle frequenti scorrerie che succedevano, che le religiose presero la decisione di abbandonare l’originaria dimora”. (Torrini, pp. 151-153 M. Battistini, Il convento di S. Dalmazio, pp. 49-51). Ciò avvenne nel 1511.

Dai protocolli notarili, già alla fine del secolo XV il monastero non contava un gran numero di religiose. Nel 1484 ve ne erano 14, nel 1486 10 e nel 1514 solamente 4. Col trasferimento in città il convento rifiorì e nel 1517 venti erano le monache che tenevano il monastero assieme alla nuova badessa Benedetta di Giovanni Battista Incontri. Nel 1526 erano trenta e nel 1565, trentadue per giungere a novantadue nel 1576. (M. Battistini, Il convento di S. Dalmazio, pp. 49-51).

Da quell’epoca in poi in S. Dalmazio si raccolsero le migliori fanciulle volterrane: Incontri, Del Bava, Minucci, Vincenti, Sermolli. Seguendo una regola non strettamente claustrale o comunque non paragonabile a quella del vicino convento delle clarisse di S. Lino, il monastero teneva anche fanciulle in educandato. Ma poiché si trattava di entrare, sulla carta almeno, in clausura, occorreva il permesso della Santa Sede e l’educanda doveva essere maggiore di 7 anni e minore di 25 anni. Le educande abitavano in un luogo a parte, destinato e separato da quello delle religiose, in un dormitorio dove ciascuna ragazza aveva una camera propria. Come le religiose, però, vestivano modestamente e dovevano osservare le leggi della clausura e del parlatorio, non potendo uscire se non a 25 anni, terminata la propria educazione.

Sarebbe lungo esaminare i motivi alla base della creazione di un nuovo monastero. Studi approfonditi sul mondo claustrale femminile, nonché gli stessi documenti dell’epoca, testimoniano il non eccessivo zelo delle religiose nel rispettare le regole dell’ordine. Le ragazze che, fin da piccole, erano collocate in monastero, rappresentavano per la famiglia di appartenenza un impaccio e un pericolo per l’integrità patrimoniale e, di conseguenza, del benessere pubblico. Non dimentichiamo che la quasi totalità delle abitatrici dei conventi apparteneva a famiglie nobili, i cui rappresentanti maschili detenevano le più alte cariche pubbliche. Nella fattispecie la conseguenza naturale fu che la vita delle religiose di S. Dalmazio, come quelle di S. Marco, contrariamente a quelle di S. Lino e di S. Chiara, dove vigeva l’austerità claustrale, non fu di perfette religiose, ma di educande o di pensionanti, per forza, recluse.

Le benedettine di S. Dalmazio vissero, fino al 1612, sotto la regola di S. Benedetto e poi furono aggregate alla congregazione cassinese. Come l’altro monastero di S. Lino, anche quello di S. Dalmazio, nel 1785, fu trasformato dalle leggi leopoldine in Conservatorio e, nel 1786, lo stesso Leopoldo ordinò che patrimonio e religiose fossero aggregati agli altri conservatori della città. Il motuproprio granducale portò 20 monache in S. Lino, 6 in S. Pietro e solo una rimase a S. Dalmazio. Nel 1786, infatti, Pietro Leopoldo ordinava “che le convittrici di S. Dalmazio fossero in libertà di passare in uno degli altri due ordini di S. Lino o S. Pietro o in altri Conservatori o Convitti a loro elezione; che il patrimonio fosse diviso per metà fra i predetti due conservatori; che la fabbrica fosse destinata a rifugio a tutte quelle oblate, dispensandole dal tenere scuola e educazione, riducendosi a semplice convitto di quiete”. (M. Cavallini, p. 108). Nel 1791 lo stabile passò in proprietà a Marcello Inghirami-Fei che vi aprì la sua Scuola Laboratorio.

Se, come si è già accennato, la chiesa nasconde la bella Deposizione del Rossetti, un’altra opera, all’interno dell’edificio, ha fatto parlare molto di sé, per lo meno al tempo della sua, per altro, veloce esecuzione. E la volta della cappella principale, affrescata, agli inizi del Settecento, da Ranieri Del Pace. Pittore pisano, dalla critica ricordato come un potenziale brillante autore in rococò del primo Settecento fiorentino, fu chiamato nel 1709 a Volterra dalle suore di S. Dalmazio. A quell’epoca, infatti, le ormai ex-benedettine avevano deciso di ristrutturare la chiesa per renderla “più maestosa e bella”. (E. Carli, p. 110). Ranieri accettò di buon grado, ma la sua bravura e dedizione all’opera commissionata fu turbata e, alla fine offuscata, dalla tremenda gelosia che lo assillava. Causa la moglie, una certa de’ Cecchi, bella e di buoni costumi, che per la mania del marito, era costretta ad essere segregata in casa, rinchiusa dentro un armadio. Geloso anche delle suore, il Ranieri trascinò la moglie anche nella chiesa, dove, sotto l’occhio attento del marito, arrampicata sulle impalcature, seguiva l’opera pittorica. La vigilanza di Ranieri, però, non fu così accorta da evitare gli sguardi, dal basso, dei lavoranti e aiutanti del primo pittore, tanto che le religiose, per far tacere le inopportune chiacchiere e dicerie, sollecitarono Ranieri ad affrettarsi nella conclusione dell’opera che “non passò la mediocrità”.

Per i volterrani la chiesa di S. Dalmazio è la “Chiesa del briaco” perché, in base ad una disposizione testamentaria di un membro della famiglia Inghirami, nel giorno della scomparsa del committente veniva celebrata una messa di suffragio. La funzione, che si svolgeva la mattina molto presto, finì con raccogliere sempre meno persone e soprattutto uomini che, avendo abbondantemente bevuto durante la notte, prima di ritornare a casa, si fermavano in chiesa. Altri invece giustificano il nome con la inebriante passione del committente per il vino. (P. Porretti, p. 241).

Marcello lnghirami-Fei, nipote di Giuseppe Fei, morto senza eredi e diventato lui stesso erede del nome e delle sostanze dello zio, nel 1787, dette origine alla prima scuola di alabastro a Volterra. Già verso la metà del Settecento troviamo una scuola di disegno e plastica, poi l’Inghirami incrementò lo studio dell’alabastro e del disegno, chiamando da Roma, Napoli e dalla Sicilia, nomi rinomati nel campo. Con lo scopo di “risvegliare nei volterrani il gusto del bello e di farli notabilmente progredire nelle arti scultoree” (A. Cinci, Storia, p. 24), l’iniziatore del moderno Istituto d’Arte dette nuovo impulso e lustro alla scuola. L’Officina dell’Inghirami, inoltre, determinò una nuova fisionomia alla manifattura alabastrina volterrana, sia per l’importanza artistica che il fenomeno assunse, sia per l’ampliarsi della produzione. Inoltre l’Inghirami, con l’escavazione degli alabastri di Castellina Marittimae con la fabbricazione di vasi d’ispirazione classica e moderna, principale attività del laboratorio, avviò a quella tecnica e maestranze, tutte volterrane, famose in tutto il mondo. Nel 1799 l’opera dell’lnghirami, infervorato dalla missione antifrancese in Toscana e animato da un fermo atteggiamento di sfida e di odio nei confronti dei transalpini, ebbe un decisivo arresto. La vittoria francese, poi, dette il colpo di grazia: l’azienda fu costretta a chiudere e Marcello Inghirami, dopo breve periodo, abbandonò Volterra.

Superato il complesso di S. Dalmazio, il fronte prosegue fino a giungere alla Porta di S. Francesco. Caratterizzato da costruzioni, da ascriversi tra il XVII e il XIX secolo, il lato conclusivo di Via S. Lino denota impianti più antichi, visibili nei portali in pietra (n. 85) e nella stessa struttura dei fabbricati. La parte compresa tra il n. 91 e il n. 101 è formata da più edifici: parte del complesso, inglobato nelle mura medievali e nella porta di S. Francesco, è caratterizzato da numerose aperture nelle mura stesse e da una torretta merlata, unico esempio a Volterra. Il fronte opposto, tutto Ottocentesco, non presenta caratteri degni di nota.

PORTA SAN FRANCESCO

“È la più grande porta della città. Semplice, austera, con il suo arco a tutto sesto, libera da ornamenti. La porta acquista valore artistico per la eleganza del suo arco e per i suoi tre rozzi merli che la ornano”. (M. Battistini, Volterra, p. 15).

Anticamente, prima che fosse innalzata la chiesa omonima, la porta era chiamata Porta di S. Stefano, dalla vicina chiesa ora distrutta, ed anche Porta Pisana per essere rivolta verso la città di Pisa. La storia di questa Porta risale al 1260, quando contrasti e guerre sfrenate avevano indotto il Comune di Volterra a fortificare meglio la città in un ferreo cerchio di mura impenetrabili. Gli abitanti, su ordine dei maestri costruttori, tagliarono e sagomarono la pietra, sistemarono mura e barbacani e anche la Porta di S. Francesco si innalzò, con la torre e con i merli da dove i balestrieri potevano, con maggiore efficacia e con minor pericolo, difendersi e attaccare. E sopra la porta, così come sopra a quella di Porta Fiorentina, si vede una croce in marmo bianco in campo nero, come insegna collocata dai volterrani nel 1249, per ricordare che i Ghibellini, dopo aver scacciato il partito Guelfo, di nuovo si riunirono con i Volterrani. (G. Contugi Serguidi, p. 79). Pro maiore fortitudine civitas Vulterre, fu previsto anche un fosso pieno d’acqua. La “canna volterrana”, già scolpita nell’angolo destro della porta, avrebbe concluso il lavoro di costruzione.

Nel 1246 il Maggior Consiglio ritenendo che le strutture difensive già costruite non fossero abbastanza sufficienti a salvaguardare Volterra dai pericoli esterni, deliberò che, in ogni porta aperta e da aprirsi, si dovesse pitturare ymaginem Beate Marie Virginis cum filio suo benedicto in braccio suo. Così nel 1292-93 la Porta di S. Francesco, nella imbotte dell’arco interno, si arreda delle immagini della Madonna con il Bambino e di quelle dei Santi Patroni della città. Per anni la porta ha salvaguardato la città dai nemici interni ed esterni, con i santi che hanno vegliato a lungo sulla tranquillità dei volterrani.

Poi nel 1472 arrivarono i Fiorentini e nulla poterono i fortilizi volterrani che, insieme ad abitanti e città, furono messi al sacco. E la porta, infatti, è celeberrima anche per essere stata teatro di uno degli assassinii più atroci compiuti dal Ferrucci. Abituato ad uccidere chiunque avesse osato fargli un torto, il Ferrucci fece eseguire la più macabra delle impiccagioni, appendendo il tamburino del Maramaldo ad uno dei merli della Porta con il tamburo al collo.

Gli affreschi murali della porta, riscoperti per caso nel 1977, per la impostazione pittorica, per la costruzione dei trittici e per la tecnica dei colori, sembrano databili all’inizio del Trecento. E le carte ci informano anche dell’autore dei dipinti: un certo Gherardo di Bustichello che, nel 1291, fu pagato con 20 soldi dal Comune pro faciendo fieri unum porticum super picturas Sancte Marie apud portam Sancti Francisci. L’uso di affrescare con immagini le porte della città, anche secondo Fiumi, era un usanza comune. Il desiderio di vedere decorate le porte della città è attestato anche negli Statuti volterrani e nelle relative riforme dei secoli XIV-XV. (E. Fiumi, Ricerche storiche sulle mura di Volterra, p. 45). Sono gli Statuti del 1411 a dichiarare esplicitamente che “ad onore di Dio e della Beata Vergine e di tutti i Santi, si dipinga in qualsiasi porta della città l’Immagine della Beata Vergine con in braccio suo Figlio Benedetto e che sopra l’immagine sia un portico affinché non sia alterata dall’acqua o vento e così in perpetuo si debba osservare e mantenere”. (M. Battistini, Tommasino da Pesaro, p. 90). Ed infatti, nelle carte dell’archivio comunale, troviamo pagamenti ad altri pittori per lavori di pitture ed affreschi delle porte. Così troviamo un certo Thomassino Thomassi de Civitate Pesari, pictor, autore ed artefice, insieme a Tommasino de Bonomia, degli affreschi nelle porte di S. Stefano e di S. Marco nel 1348. Si dice, infatti nelle carte, che la somma uguale a quella data a Bustichello per la Porta di S. Francesco, uguale a 20 scudi, venisse versata a Chielino di Puliese e Chele di Provenzano, a Filiotto di Iacopo, a Rustichino di Anguliese, a Ciuccio di Ranieri e a Giuntarino di Grazia per il medesimo lavoro per S. Agnolo, porta a Selci, all’Arco, di S. Felice, della Penera, di S. Marco.

VICOLO SARPERI

Di proprietà privata, insieme a Via San Felice era, un tempo, un unico percorso viario che collegava la zona di Vallebuona con l’attuale zona delle Colombaie. Selciato romano, nei secoli, ha subito l’interruzione con Via S. Lino e con la costruzione di edifici in Vallebuona.

© Pacini Editore S.P.A., CECILIA GUELFI
Via San Lino, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
P. FERRINI, Perché si chiamano così: storia e curiosità delle strade cittadine, in “Volterra”, a. XVI, nn. 2-10, 1977; Il piano di Volterra, a cura di Manuela Canestrari, Roma, Officina Edizioni, 1991;
C. PAZZAGLI, Nobiltà civile e sangue blu. Il patriziato volterrano alla fine dell’età moderna, Firenze, Olschki, 1996;
C. GUELFI, Il “libro di famiglia” di Persia Benedetto Palconcini, podestà di Pietro Leopoldo, Tesi di Laurea, Università di Firenze, Facoltà di Magistero, a.a. 1991/92;
M. BOCCI, Il monastero di S. Lino, in “L’Araldo”, a. XLIII, nn. 43-45, 1972; Dopo il Rosso. Artisti a Volterra e Pomarance, catalogo della mostra, Marsilio, 1997;
A. CINCI, Guida di Volterra, Volterra 1885;
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M. BATTISTINI, Tommasino da Pesaro pittore del sec. XIV, in Memorie Storiche Volterrane, pp. 89-94;
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M. BATTISTINI, Il contento di S. Dalmazio, in Miscellanea Volterrana, n. 4, 1, pp. 49-51;
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