Quanto viene pubblicato è un estratto della tesi di laurea in Architettura dal titolo “Il Bastione del Belluzzi a Volterra. Ipotesi di riuso”. da noi discussa presso l’Ateneo Fiorentino nel marzo 2000 con la supervisione del Prof. Arch. Domenico Taddei e la collaborazione del Dott. Arch. Simonetta Mangano.

Della relazione originaria, formata da cinque sezioni, abbiamo deciso di pubblicare il corpo centrale, nel quale si possono distinguere tre parti fondamentali: la prima, relativa a Cosimo I Medici e all’architettura militare del ‘500, vuole mettere a fuoco soprattutto le cause sociali, politiche e strategiche che in Italia hanno portato alla costruzione e all’evoluzione degli edifici difensivi.

Nella seconda parte si analizza la figura del maggior architetto militare della corte di Cosimo I: Giovanni Battista Belluzzi, progettista del Bastione di Volterra.

A conclusione, l’ultima parte cerca di ripercorrere, pur brevemente, la storia e le trasformazioni subite dal Bastione fino ai giorni nostri.

Abbiamo invece escluso da questa pubblicazione il primo capitolo, relativo ad un excursus storico-urbanistico sulla città di Volterra, e l’ultimo, più tecnico e volto a spiegare il nostro intervento progettuale di riuso.

Il materiale da noi consultato per questa ricerca è in prevalenza conservato nell’Archivio Storico di Volterra e nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. E’ opportuno sottolineare in questa sede che eventuali limiti di questo lavoro sono da imputare all’intento con cui è stato realizzato: si tratta infatti della documentazione di corredo ad un progetto, e non di una ricerca storica fine a se stessa, pertanto non intende esaurire gli spunti di studio e analisi sul Bastione, ma vuole soltanto stimolare i volterrani a considerarlo alla stregua degl i altri bellissimi monumenti che rendono la città così ricca.

L’EVOLUZIONE DELL’ARCHITETTURA FORTIFICATA NEL RINASCIMENTO

Già nel corso degli ultimi anni del ‘400 l’affermarsi dell’artiglieria nei sistemi di offesa andava sensibilmente modificando la concezione delle opere di difesa. Se la caduta di Costantinopoli del 1453, dovuta alle pesanti artiglierie mussulmane, aveva lasciato indifferente la lontana Europa, la discesa in ltalia di Carlo VIII, Re di Francia, nel settembre del 1494, contribuì senz’altro ad affrettare la trasformazione dell’arte fortificatoria. Le artiglierie francesi avevano adottato pezzi ingegnosamente incavallati, fissandone gli orecchioni su due ruote, in modo da rendere facilmente trasportabili al meno le più leggere bocche da fuoco in dotazione; inoltre erano armate con palle di ferro fuso del diametro di circa 10 centimetri, abbandonando quelle di pietra dai diametri considerevolmente maggiori.

L’adeguamento del sistema difensivo delle città a questo nuovo modo di fare guerra iniziò con la trasformazione delle architetture esistenti. La cimatura delle alte torri delle cinte fortificate tardo medievali o interne alle città, troppo esposte al tiro, pericolose in caso di crollo e praticamente divenute inutili, consentì una difesa meno vulnerabile, ma limitò al tempo stesso la capacità di avvistamento del nemico, ed inoltre le torri si dimostrarono inadeguate a sorreggere il peso ed il rinculo delle nuove artiglierie. Per questo vennero rinforzate e terrapienate nell’interno.

Allo stesso tempo, per recuperare il tiro radente furono inserite altre torri intermedie abbassando i pezzi nelle casematte, che vennero pertanto provviste di camini di volata e sistemi di ventilazione adeguati.

In questi anni l’architettura, fortificata arriva ad interessare anche i numerosi architetti che avevano fatto del Rinascimento italiano un periodo di straordinario fervore artistico; fioriscono i trattati teorici sull’argomento e si realizza anche una notevole sperimentazione pratica, alimentata dalle richieste dei Principi dell’epoca, preoccupati, questi ultimi, di difendere le sorti dei loro territori dalla minaccia degli attacchi esterni.

Il primo a trattare in maniera organica le nuove esigenze dell’architettura militare è Francesco di Giorgio Mattini, che assegna alla fortezza il ruolo di “elemento centrale nella problematica architettonica e urbanistica”, pertanto “le ricerche formali si fondono organicamente con le ragioni militari”. Secondo Francesco di Giorgio la fortezza deve avere come suoi scopi principali quello dell’economia e dell’efficienza; nel suo trattato definisce chiaramente quali sono, secondo lui, le parti fondamentali nella progettazione di architetture difensive e fornisce 38 esempi di fortezze. Alcuni storici individuano in Francesco di Giorgio il padre stesso della fortificazione moderna; certo è che con lui inizia un nuovo modo di intendere la trattatistica di architettura militare, che si avvale del disegno come importante integrazione al testo, pur avvertendo di non disporre delle tecniche di rappresentazione adeguate:

“Quantunque difficil sia in disegno ogni cosa demostrare, neanco per scrittura in alcun modo molte cose spriemar non si può, perché son tante le varietà delle cose interrotte e opposite l’una all’altra che a occupare si vengano, e però è necessario quasi di ciascuna cosa modello fare”. Francesco di Giorgio, pur essendo al servizio del duca di Urbino per oltre un decennio, a partire dal 1477, e pur occupandosi della realizzazione dei progetti del duca, non riesce comunque a tradurre le sue intuizioni in un repertorio di forme e principi generali: manca, infatti, lo spirito cinquecentesco fatto di forme, grandezze e rapporti misurabili. Senz’altro sua invenzione è l’avanzamento delle casamatte entro speciali costruzioni – caponiere o capannati – poste all’interno dei fossati.

Nello stesso spirito vanno scomparendo anche le caditoie e le merlature, mentre subiscono sostanziali trasformazioni le feritoie, che da strette e verticali diventano circolari con svasatura conica, adatte all’utilizzo di moschetti e archibugi.

Nascono nuovi concetti di resistenza, ora non più inerte e rigida, tutta affidata alla massa del muro, bensì “assorbente”, ovvero capace di attutire o respingere i proiettili non esplosivi. Ne è sostenitore Michelangelo che sotto le minacce dall’esercito di Clemente VIl rafforzò il forte di San Miniato con un bastione incamiciato di mattoni crudi e stipe, giungendo alla teoria del rimbalzo del proiettile, riuscendo a mantenere così quella torre “tutto il tempo della guerra, che durò un anno senza che mai fosse offesa e giovando grandemente per salvare la torre e offendere li nemici”. Nella stessa occasione dimostra di porre molta attenzione all’aspetto offensivo e si produce in progetti basati su ardite soluzioni geometriche, ma tecnicamente molto discutibili, e pertanto non riproducibili. Del suo apporto all’architettura militare, quindi, si può dire che fu “vivace, ma molto limitato”.

Anche Giuliano e Antonio da Sangallo il Vecchio svolgono un ruolo importantissimo nella definizione della nuova architettura rnilitare, mettendo a punto, fra gli ultimi anni del 1400 e i primi del 1500, il baluardo con il “fianco ritirato”, ovvero tale da defilare dai colpi dell’avversario le artiglierie che dovevano proteggere la cortina muraria con i tiri radenti. Si tratta di una serie di accorgimenti elaborati sulla base dell’esperienza più che su un effettivo calcolo; in ogni caso i puntoni, adottati dai Sangallo per rafforzare le loro fortezze, verranno ben presto adottati nella difesa delle mura urbane.

Contemporaneamente si apre il dibattito sulle forme geometriche più adatte alla difesa dai tiri deII’artiglieria; se da un lato i Sangallo propendono per l’adozione di strutture poligonali, dall’altro Leonardo da Vinci è convinto sostenitore dell’impianto circolare per le fortezze, a cui poi abbina piante rombiche o quadrate e ri vellini triangolari. Le fortificazioni circolari saranno di nuovo riprese nel 1527 da Albrecht Durer nel suo trattato sulle fortificazioni, che si dimostra convinto dell’efficacia della resistenza passiva da esse offerta.

La forma semicircolare rappresenta senz’altro la tradizione, ma Leonardo riesce comunque a fornire un apporto significativo all’evoluzione dell’architettura militare; a differenza dei disegni di Francesco di Giorgio, che pure aveva sicuramente avuto modo di vedere, gli schizzi di Leonardo compiono quella svolta che anticipa le innovazioni del XVI secolo, perché “rivelano il movimento”. L’intuizione geniale di Leonardo consiste nell’applicazione della prospettiva al progetto delle fortezze: traducendo in linee prospettiche le traiettorie delle palle di cannone, queste ultime arrivano a delimitare i contorni della fortificazione, proprio come accade nella prospettiva, dove le lineae occultae definiscono l’oggetto sul foglio da disegno: altro fattore da non trascurare è l’adozione sistematica della sezione quale strumento per la descrizione degli edifici.

Chi invece contribuì all’evoluzione dell’architettura militare fu Antonio da Sangallo il Giovane, nipote dei due Sangallo sopracitati, e senz’altro il loro più diretto erede anche per quanto riguarda la progettazione di fortificazioni. Il giovane architetto è incaricato nel 1533 di realizzare il Forte di San Giovanni Battista (la Fortezza “da basso”), e questi nella progettazione ricalca lo schema già sperimentato dallo zio Giuliano per la fortificazione di Poggio Imperiale. Realizza infatti un perimetro pentagonale con i cinque angoli rafforzati da bastioni, e si occupa anche della decorazione della cortina muraria, adottando il bugnato a punta di diamante per ingentilirne l’aspetto in modo da renderlo più gradevole alla cittadinanza fiorentina.

Attorno agli anni trenta del 1500 il baluardo poligonale diviene elemento costante nella difesa delle città, e taluni storici lo definiscono come la forma architettonica più signitìcativa del Rinascimento: certamente si può affermare che l’adozione della difesa fiancheggiante determina un profondo cambiamento nella fisionomia delle città, che da questo punto in poi perde il suo storico legame con le mura; il bastione, poi, determina un distacco fra la figura dell’architetto civile e quello militare, perché la progettazione dei nuovi edifici difensivi necessita di perizia tecnica e grande esperienza nell’arte della guerra. Si vanno quindi affermando figure di tecnici specializzati, fra i quali spicca la figura di Nicolò Tartaglia, consideralo il fondatore della balistica ed autore, nel 1546, di un’opera (“Quesiti et inventioni diversi”) in cui affronta le fortificazioni con un metodo basato sulla matematica, avvalendosi anche dei consigli di Francesco Maria della Rovere.

Negli stessi anni numerosi sono i personaggi significativi nella scena dell’architettura militare: è in questo stesso periodo che lavorano il nostro Giovanni Battista Belluzzi, ed ancora trattatisti del calibro di Pietro Cataneo, che nel 1554 pubblica “I quattro primi libri di architettura”, dove inaugura la trattazione della difesa delle città mediante piante basate sui poligoni regolari, evolvendo le soluzioni di Francesco di Giorgio e rendendole misurabili; lo stesso Cataneo è Il primo a stampare un testo con le traiettorie del cannone che definiscono la forma dei baluardi, rendendo accessibili le intuizioni di Leonardo sull’uso della prospettiva nella progettazione, pur non avendo avuto modo di conoscerne gli studi.

IL SISTEMA BASTIONE

Pur non potendone esattamente attribuire la paternità, abbiamo visto che il baluardo assume la sua espressione già alla fine del Quattrocento in Italia.

Nella maggioranza dei casi, il baluardo viene concepito simmetricamente attorno al suo asse, che è il bisettore dell’angolo del muro che protegge, che per questo viene definito capitale. I due lati che confluiscono nel vertice sporgente sono detti facce, quelli che invece ne collegano gli altri estremi alla cortina si chiamano fianchi.

Il quinto lato del pentagono, interno, è detto gola e congiunge gli incroci dei fianchi con la cortina. Il baluardo pentagonale è dunque un gioco di pareti inclinate rispetto al tiro nemico, che per la obliquità risulta meno dannoso. Gli angoli interni compresi fra facce e fianchi, detti angoli di spalla, verranno modificati nel corso degli anni, fino a giungere alla loro definitiva configurazione in cui la congiungente di due baluardi attigui, parallela alla cortina, determina la linea avviluppante della base. La congiungente del vertice di un baluardo con il vertice del fianco contiguo costituisce la linea di difesa.

Più tardi verranno aperte nei fianchi le bocche delle batterie che spazzeranno il fosso; queste sono spesso realizzate su più livelli, fino a tre ordini sovrapposti di fuoco, cioè con casamatta coperta e con doppio “gradone” (uno basso e uno alto). Compariranno anche torri quadrate con l’asse diagonale alla cortina – i cosiddetti rombi – che però saranno subito abbandonate.

Poiché le batterie di fianco risultano fin dall’inizio troppo esposte al tiro nemico, vengono man mano. perimentati accorgimenti tali da aumentarne la copertura. In un primo tempo si riduce l’angolo di spalla e si ruota all’indietro il fianco, poi vengono ritirati indietro fianchi e batterie e per aumentarne la sicurezza, oltre a giocare un fattore sorpresa nei confronti del nemico, si modifica l’incontro tra facce e fianchi, appiattendolo (musone) o arrotondandolo (orecchione). La batterie risultano così nascoste (o traditore) e l’aspetto delle fortificazioni diviene quello caratteristico a foglia d’edera o ad “asso di picche”. La massima efficienza della cortina bastionata si raggiungerà soltanto quando il fianco verrà disposto normalmente alla linea di difesa, fiancheggiando la faccia del baluardo contiguo, spazzandone il terreno antistante.

COSIMO I E LA DIFESA DEI SUOI TERRITORI

Dopo che Piero de’ Medici nel 1494 viene esiliato da Firenze per essersi sottomesso senza opporre resistenza a Carlo VIlI, la città conosce prima il governo di Savonarola e poi, dopo la condanna a morte di quest’ultimo, la repubblica del Gonfaloniere Pier Soderini. I Medici torneranno a governare Firenze nel 1512, ma conosceranno un nuovo periodo di incertezza e di nuovo saranno cacciati, fino a quando l’imperatore Carlo V li riporterà definitivamente al potere.

Nel 1530, infatti, l’imperatore, alleatosi con il Papa Clemente VII – anche lui un Medici – accetta che sia Alessandro, figlio naturale del duca di Urbino e ultimo discendente del Magnifico, a reggere il governo di Firenze; il suo dispotismo però gli costerà la vita: nel 1536 viene assassinato da un altro Medici, Lorenzino.

Quest’ultimo sarà costretto all’esilio e della nuova situazione beneficerà Cosimo I (1519-1574), figlio del notissimo condottiero Giovanni dalle Bande Nere, che succede al duca Alessandro grazie all’opera di Francesco Guicciardini, e nel 1537 la sua nomina è ratificata dallo stesso Carlo V. Cosimo I getta le basi per uno Stato terrìtoriale: mirando alla conquista di tutta la Toscana, ed essendo osteggiato in questo dalla Francia, si tiene legato alla Spagna e nel 1539 sposa la figlia del viceré di Napoli, Eleonora di Toledo. Nel 1554 obbliga Siena a cedere per fame dopo un lungo assedio e nel 1565 fonda l’Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano a Pisa con lo scopo di proteggere le coste toscane dall’attacco dei pirati barbarici; inoltre dà impulso alle nuove industrie e potenzia quelle esistenti; si occupa dell’agricoltura e inizia la bonifica della Maremma. Consapevole, poi, della fragilità del suo potere, consolida i suoi possedimenti, rafforzandone le difese: in quest’ottica vanno lette le numerose opere di architettura militare da lui promosse, per le quali si avvale della competenza dei migliori ingegneri-soldati dell’epoca.

Già nel 1538 incarica Nanni Unghero di aggiornare le fortificazioni medievali di Pistoia, dove dal 1544 Belluzzi realizzerà il Forte Santa Barbara, ad impianto quadrilatero e con quattro bastioni, fra loro molto simili e tutti privi di fianchi arretrati, agli angoli.

Al 1544 risalgono anche gli interventi a Borgo Sansepolcro, a Firenze, a Montepulciano e a Castrocaro, sempre opera del Belluzzi, e parte dei lavori per la cinta bastionata di Lucca, per la quale furono impegnati molti architetti; l’anno seguente il Belluzzi stesso è impegnato anche nella realizzazione del bastione di Volterra.

L’esempio forse più rappresentativo della politica di rafforzamento militare intrapresa da Cosimo l è costituito dalle fortificazioni di Portoferraio, che avrebbe dovuto cambiare il suo nome in Cosmopoli proprio in onore del duca. Qui Giovanni Camerini realizza una cinta bastionata che separa la città dal resto dell’isola, mentre la difesa dagli attacchi esterni è costituita dal mare stesso; si tratta di un’iniziativa particolare perché subordina l’aspetto urbanistico a quello militare.

Al 1551 risalgono invece i primi studi per la Fortezza nuova a Livorno, affidati a Bernardo Buontalenti e Giovanni de’ Medici con lo scopo di difendere la città dagli attacchi di terra, per affiancare la Fortezza Vecchia di Antonio da Sangallo il Vecchio, che invece la difendeva dagli attacchi di mare; Cosimo si occupa direttamente della buona riuscita dei lavori, che però non riuscirà a vedere terminati, e nel 1571 compie un sopralluogo in cantiere.

Nel 1556 il duca affida a Francesco Lapparelli l’aggiornamento del fortilizio medievale di Cortona; ne esce una fortezza di pianta trapezoidale con bastioni tutti diversi fra loro, e quindi molto disomogenea. L’anno seguente si iniziano i lavori anche a Lucignano, ma si interromperanno quando sono realizzati soltanto due bastioni e la cortina muraria che li collega.

E’ del 1560 l’iniziativa della costruzione del Forte di Santa Barbara a Siena, affidata a Baldassarre Lanci; si tratta di un edificio molto regolare e di notevoli dimensioni, quadriìatero e con quattro possenti bastioni agli angoli.

Lo stesso Lanci è incaricato attorno al 1562 di fornire a Grosseto una cinta bastionata che inglobi anche un precedente fortilizio, sempre voluto da Cosimo I, mentre nel medesimo anno troviamo Simone Genga impegnato nella costruzione di un Forte bastionato presso Montalcino.

Sempre Lanci è l’autore della città-Fortezza bastionata di Terra del Sole, insediamento di nuova fondazione iniziato nel 1564 quale capitale della Romagna fiorentina, con una forma vagamente di farfalla, unica fra tutte le fortificazioni italiane e studiata ad hoc per questo intervento. Nello stesso anno e per mano dello stesso autore è iniziata anche la Fortezza di Radicofani, dove una preesistente fortificazione viene inglobata nel sistema bastionato cinquecentesco, conferendo all’insieme un suggestivo profilo irregolare. Nel 1566 a Giovanni Camerini è affidato il progetto per la Fortezza di Sasso di Simone, mentre tre anni più tardi troviamo ancora il Lanci impegnalo nella costruzione della Fortezza di San Martino presso San Piero a Sieve, con la cottaborazione del Buontalenti; di forma irregolare e poligonale, la Fortezza di San Martino occupa un’intera collina ed era in grado di ospitare un intero esercito; al suo interno si trova un ridotto (o “mastio”) che contiene a sua volta veri e propri edifici. Questa straordinaria quantità di manufatti non esaurisce la descrizione delle opere promosse, nell’ambito dell’architettura rnilitare, da Cosimo I: sappiamo infatti che si occupa della difesa di molti altri territori, fra i quali citiamo Fivizzano, Capriglia, Barga, Montecarlo, Pisa, Arezzo, San Gimignano e San Casciano.

GIOVANNI BATTISTA BELLUZZI: LA VITA E LE OPERE

La fama di Giovanni Battista Belluzzi, annoverato da alcuni storici come il principale architetto militare di Cosimo I Medici, è stata per lungo tempo oscurata dalla grande confusione che si è generata sul suo nome. Noto anche come il Sanmarino, dal toponimo della città che gli aveva dato i natali, e con il suo nome fiorentinizzato in Bellucci, è stato oggetto di numerose storpiature, dovute a cattiva trascrizione dei suoi manoscritti. Questo ha inevitabilmente portato a numerosi errori sull’effettiva paternità delle sue opere, sulla quale – in alcuni casi – si sono mantenute molte riserve fino ai giorni nostri.

Nato a San Marino il 27 Settembre 1506, appartiene ad una delle famiglie più autorevoli della piccola Repubblica; suo padre, Bartolo di Simone Belluzzi fu per sei volte Capitano Reggente.

Compiuti gli studi in patria, il Belluzzi nel 1524 si reca a Bologna per avviare la pratica del commercio presso un mercante, ma due anni più tardi, colpito dalla febbre, è costretto a far ritorno nella sua città per curarsi. Vi rimarrà per quattro anni, attendendo al commercio autonomamente. Nello stesso periodo si sposa in prime nozze con Antonia Peruzzi da Cagli. Rimasto ben presto vedovo e senza eredi, nel 1535 decide di raggiungere a Roma il cognato Antonio Peruzzi, cavallerizzo di Ascanio Colonna, e ben presto è assunto dai Colonna stessi in qualità di cameriere di fiducia, incarico che gli consentirà di venire in contatto con molte persone iIlustri e di seguire i padroni nei numerosi viaggi. Delle località visitate in queste occasioni ci dà notizia lo stesso Belluzzi all’interno del suo Diario; sappiamo che visita Roma e la campagna circostante, prendendo parte anche alle cerimonie papali, quindi si spinge in Campania e Toscana ed ha modo di vedere fortificazioni antiche e moderne (Nettuno, Ostia, Civitavecchia, Montefiascone, Caprarola).

Nell’agosto dello stesso anno riceve una lettera del padre che gli ingiunge di tornare in patria, perché è stato combinato per lui il matrimonio con Giulia Genga, figlia del celebre Girolamo di Urbino. Alla fine del mese di novembre dello stesso anno si reca a Pesaro a casa dei Genga e nel mese di dicembre si fidanza, quindi rientra a San Marino per il Natale.

Nel 1536 è introdotto dal suocero nell’ambiente urbinate e fa la conoscenza di Francesco Maria Della Rovere, per il quale Genga sta costruendo la Villa dell’Imperiale di Pesaro e restaurando la fortezza di Gradara. Sposata Giulia nel mese di maggio, ad agosto Belluzzi è inviato ad Urbino come ambasciatore, mentre alla fine di settembre inizia a collaborare ai due cantieri del suocero, e contemporaneamente alla realizzazione della Fortezza di Pesaro, nella quale è impegnato lo stesso Della Rovere; inizia qui l’apprendistato di architettura militare per il Belluzzi.

La direzione dei lavori all’Imperiale lo occuperà per tutto il 1537, e sarà affiancato in cantiere dal cognato Bartolomeo Genga, che gli insegna la pratica del disegno d’architettura. L’anno seguente è incaricato di un’ambasciata presso Venezia; sospende intanto i lavori presso l’Imperiale a causa della guerra fra i Della Rovere ed il papa.

Nel 1539 è a Bologna per rilevare, per conto del suocero, la facciata di San Petronio; l’anno successivo compie ambasciate a Gubbio e a Carpi, ricevendo l’incarico di progettare due case presso Jesi, delle quali però non dirigerà il cantiere. Nel 1541 Belluzzi è colpito da due gravi lutti – la morte del suo secondogenito Belluzzo e del fratello Annibale – che concluderanno tristemente il suo Diario; l’anno seguente perde anche la moglie. Rimasto solo con due figli, si occupa del restauro del Palazzo Pubblico di San Marino.

La svolta professionale per il Belluzzi arriva nel 1543: a luglio è inviato a Firenze come ambasciatore presso Cosimo I e nel mese di ottobre è già a servizio del duca in qualità di architetto militare; è certo che, come riporta Vasari, Belluzzi fosse impegnato nei lavori delle fortificazioni del dominio mediceo “secondo i bisogni che giornalmente accadevano”, talvolta anche eseguendo fortificazioni su disegno di altri.

Nei primi mesi del 1544 fa dei sopralluoghi a Pistoia, Castrocaro e Borgo S. Sepolcro, e nel mese di febbraio inizia la costruzione dei baluardi di Porta a Borgo e di Porta Fiorentina, nonché del Forte di Santa Barbara per la cinta pistoiese.

Dal mese di giugno lo sappiamo attivo, oltre che a Pistoia, anche presso le fortificazioni di Castrocaro, Montepulciano, Borgo S.Sepolcro, Livorno e, forse, anche a Pisa; inoltre restaura le mura fiorentine da Porta S.Niccolò a Porta S. Miniato e realizza la forbice che chiude la chiesa ed il convento di S.Miniato.

Nell’agosto dello stesso anno invia a Chiappino Vitelli una lettera in cui dichiara di aver concluso nel mese di luglio la stesura del Trattato delle fortificazioni di terra.

L’anno seguente continua i lavori a Pistoia ed inoltre è annoverato fra gli esecutori del baluardo di S. Piero Gattolini a Firenze e deI bastione di Volterra.

Fra il 1546 ed il 1547 esegue, per conto di Cosimo, disegni delle città toscane, con indicazione delle fortificazioni esistenti ed eventuali suggerimenti per le loro modernizzazioni. Il corpus dei disegni del Belluzzi, realizzati a penna e colorati, è attualmente conservato alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, ed è stato oggetto in passato di erronea attribuzione a Francesco De Marchi”.

Nel mese di aprile del 1548 è inviato a Portoferraio da Cosimo, che intende fortificare la località elbana, fondando una nuova città che si chiamerà Cosmopolis in suo onore. Belluzzi inizia subito la costruzione del forte Stella, sul colle più basso del golfo, e del forte Falcone, su quello più alto, e nel mese di maggio i lavori di terra sono già terminati; qui iniziano le prime controversie fra Belluzzi e i militari, che accusano l’architetto di procedere a rilento a causa di scrupoli estetici, e ai primi di giugno Cosimo è costretto a diffidare il Sanmarino dall’incarico, inviando all’Elba in sua sostituzione l’architetto militare Giovanni Camerini; quest’ultimo, di più docile temperamento, accetta di buongrado i suggerimenti dei militari. Il Belluzzi continuerà a collaborare saltuariamente ai lavori inviando disegni e consigli, ma mantenendosi lontano dall’isola.

Nel 1549 lo troviamo impegnato nella realizzazione del rafforzamento delle mura di Barga, ed è ancora impegnato a Pistoia e a Firenze; preoccupato poi dell’inadeguatezza delle mura sammarinesi di fronte alle nuove artiglierie, scrive ai Capitani Reggenti della sua patria proponendone la modernizzazione e offrendosi di seguirla personalmente.

L’anno seguente Cosimo chiede all’ambasciatore Averardo Serristori a Roma di far ottenere al Belluzzi una patente che gli permetta di circolare liberamente nello stato pontificio e di rilevar alcune fortezze per il trattato sulle fortificazioni che sta redigendo per il duca.

Nel 1552 Belluzzi si occupa del rilievo delle fortezze di Camaiore, Prato, Mirandola, mentre nell’anno successivo sarà la folta di quelle di Empoli, Pisa e S.Casciano. intanto si occupa ancora della forbice presso S.Miniato a Firenze.

All’inizio del 1553 esegue una visita di sopralluogo ai torrioni di Poggio Imperiale, nonché alla rocca di Castrocaro; quindi farà disegni delle cittadelle assediate di Monticchiello, Lucignano e Montalcino. Nei pressi di quest’ultima località è ferito da una mina nel mese di giugno, perciò viene ricoverato in casa di un amico a Montepulciano. Da qui invia a Cosimo dei progetti per la fortificazione di Foiano in Val di Chiana; poco dopo la guarigione riesce ad infiltrarsi di nascosto nella città di Siena e ad effettuarne il rilievo per preparare l’assedio.

Nel mese di febbraio del 1554 Cosimo nomina Belluzzi capitano di una compagnia di 200 fanti, da arruolare nel ducato di Urbino per partecipare alla guerra contro Siena; nel mese seguente è inviato dal suo comandante, Gian Giacomo de’ Medici Marchese di Marignano, ad attaccare la piccola fortezza di Aiuola in Chianti: l’attacco fallirà e lo stesso Belluzzi, colpito alla testa da un’archibugiata, morirà il 23 marzo. Le sue mansioni di ingegnere militare saranno assunte dal giovane Bernardo Puccini, che curerà personalmente una edizione del Trattato sulle fortificazioni, in cui perfeziona e amplia quanto esposto dal suo maestro qualche anno prima.

GLI SCRITTI

Come abbiamo già avuto modo di dire, il nome di Belluzzi è stato a lungo dimenticato, perché tramandato in maniera distorta; ovviamente anche i suoi scritti hanno seguito lo stesso destino, ed è stato solo grazie a numerosi studi che si è potuto far chiarezza sul loro autore.

La prima opera del Belluzzi è il suo Diario autobiografico, che ripercorre gli avvenimenti salienti della sua vita professionale e privata durante il periodo (dal 1535 al 1541) che precede i dodici anni trascorsi al servizio di Cosimo I Medici. Il manoscritto originale era conservato a Pesaro nella biblioteca del marchese Antaldo Antaldi al momento in cui, nel 1842, lo storico Carlo Promis richiese, senza successo, di poterlo vedere. Successivamente passò al conte Giacomo Manzoni, che ne scrisse l’intestazione errata: “Bonelli da S.Marino, soldato di ventura. Diario autografo, dal 1534 al 1541” e fu così catalogato nella Biblioteca Vittorio Emanuele di Roma, dove si trovava già nel 1894 e dove è rimasto. Nel 1907 fu Pietro Egidi a riscoprirlo e a curarne una preziosa edizione a stampa, corredata da una Nota sul dialetto curata da G.Crocioni. Il Belluzzi si esprime in un italiano rozzo e talvolta inquinato da termini dialettali; del resto lui stesso ammette di trovare molta fatica nello scrivere e di non essere del mestiere.

L’opera più impegnativa per il Belluzzi fu quella commissionatagli dallo stesso Cosimo I, ovvero la redazione di un Trattato generale sulle fortificazioni; purtroppo Belluzzi non poté mai concluderlo, perché in quegli anni fu molto occupato ad allestire le fortezze nei possedimenti medicei e a preparare la guerra contro Siena, durante la quale, poi, rimase prematuramente ucciso nel 1554.

II manoscritto, ancora disorganico e sotto forma di appunti, ebbe notevole successo presso i suoi contemporanei, tanto che fu ripetutamente copiato, non sempre fedelmente, e talvolta fatto proprio da alcuni del mestiere; vediamo però in dettaglio come è giunto a noi.

Giuliano Gori (1727-1805) all’interno del suo “Breve dettaglio degli uomini illustri di S.Marino” parla di “Giovanbatista Belluzzi rinomato Capitano ed eccellente architetto militare”, sostenendo che negli anni 1544-1548 questi fosse stato autore di un “Libretto di memorie di proprio pugno scritte in rapporto alle nuove fortificazioni aggiunte in Firenze, Pistoia, Pisa, Castrocaro e Portoferraio”, che il Gori dichiara di avere in possesso, ma del quale, purtroppo, si sono perse le tracce.

Ci è giunta invece una copia anonima, risalente al XVI secolo, del trattato rimasto incompiuto; è intitolata “Bellucci Gio Batta. Della fortifìcatione. Trattato” ed è formata da 31 capitoli divisi in quattro parti: la prima introdottiva, sulle fortificazioni in generale e sulle conoscenze necessarie alla progettazione di opere militari; la seconda dedicata alle opere di terra; la terza sulle opere di muro ed infine la quarta sul modo di apprestare le ritirate. Di questo testo si conosce anche una copia risalente al XIX secolo, anch’essa anonima, ed intitolata “Trattato della fortificazione del Sig. Gio Battista Bellucci da S. Marino”.

Sempre alla medesima copia del XVI secolo, sembra riferirsi l’edizione data alle stampe a Venezia nel 1598 da Tommaso Baglioni, tipografo, editore e libraio. Si tratta di un testo molto corretto, che richiama talvolta illustrazioni che poi non compaiono, rendendone incomprensibile la lettura, e persino il nome del suo autore è sbagliato, trasformato in Belici: l’opera infatti è intitolata “Nuova inventione di fabricar fortezze, di varie forme, in qualunque sito di piano, di monte, in acqua, con diversi disegni, et un trattato del modo che si hà da osservare in esse, con le misure et ordine di levar piante, tanto in fortezze reali, quanto non reali. Di Giovan Battista Belici. Con un discorso infine intorno al presidiar, e guardar fortezze, e quanto fa di bisogno per il loro mantenimento”.

Sempre anonimo e risalente al XVI secolo è il manoscritto conservato alla Biblioteca Oliveriana di Pesaro (ms. n.196) con il titolo “Trattato delle fortificazioni di Giambattista Belluzzi, patrizio pesarese e di S. Marino”; si tratta della copia che più si avvicina ad un completo trattato sulle fortificazioni così come probabilmente Belluzzi lo avrebbe concepito, ed include una parte introduttiva che si sofferma sull’evoluzione delle fortificazioni nella storia dell’architettura ed una lunga sezione dedicata alle scelte strategiche dei siti. Il manoscritto risulta pieno di errori ed è stato redatto a più mani; lo stile, rozzo e prolisso, e la forma disomogenea, che assomiglia molto ad una raccolta di annotazioni di studio, farebbero supporre che si tratti della fedele copia degli appunti del Belluzzi stesso.

E’ del XVI secolo anche la copia redatta da Bernardo Puccini, allievo del Belluzzi e suo sostituto in qualità di ingegnere militare agli ordini di Cosimo I, che ricevette dal maestro il manoscritto incompiuto del trattato ed il duca lo incaricò di completarlo. Ma questi, preso dai molti impegni al servizio dello stesso Cosimo, decise di ricavarne un riassunto, intitolato “Trattato di fortificazioni”, che terminò nel novembre del 1558; si tratta di una sintesi dell’opera di Belluzzi, che ne ricalca la struttura esponendone in modo chiaro e veloce i contenuti, talvolta aggiungendo considerazioni proprie del Puccini.

Riguardo al ristretto sulle fortificazioni di terra, di cui lo stesso Belluzzi parla nella lettera a Chiappino Vitelli, ce ne sono giunte diverse versioni, di cui una, conservata alla Biblioteca Riccardiana di Firenze, è autografa. Si tratta del “Tratato delle fortificationi di terra” di Gio Batista Bellucci, datato Estate 1545 (Ms. Ricc. n. 2587). Il trattato è dedicato a Stefano Colonna, luogo tenente di Cosimo I e consulente militare di Belluzzi nelle fortificazioni di Pistoia, Castrocaro e Borgo Sansepolcro; nella lettera di dedica il Belluzzi precisa che si tratta soltanto di una parte di quel trattato più generale sulle fortificazioni che era intento a scrivere. In questa circostanza Belluzzi fornisce prova della sua esperienza in materia di fortificazioni di terra, dimostrando una certa avversione per l’erudizione relativamente all’architettura fortificata: è sua convinzione che siano i soldati, coloro che si intendono dell’arte della guerra, che conoscono l’uso delle moderne artiglierie, a doversi occupare del disegno delle fortificazioni, e che nell’architettura militare vadano tralasciati ornamenti e decorazioni, considerando l’edificio bellico dal punto di vista strettamente tecnologico; sarà poi compito di un capomastro che conosca i principi d’architettura la direzione dei lavori e la loro esecuzione.

Belluzzi si limita, in maniera molto concisa, a fornire i principi generali che riguardano l’uso della bussola, lo studio del terreno e la scelta delle dimensioni della fortificazione, da determinarsi sulla base delle artiglirie che verranno adottate (parla infatti di fortificazioni “reali”, nel caso che si disponga di cannoni di grosso calibro, “non reali” nel caso contrario), mentre si sofferma con maggior attenzione sulle norme da seguire nell’allestimento del cantiere.

L’ultima parte del trattato è dedicata alla descrizione dei lavori da lui eseguiti presso Pistoia ed è un documento importantissimo perché ci fornisce i prezzi e le operazioni delle maestranze in un grandioso cantiere di fortificazioni della sua epoca.

Riscoperto nell’800 dall’architetto Carlo Chirici, questi ne fece una copia assolutamente fedele, svolgendo alcune abbreviazioni e dotandolo di moderna punteggiatura, conservato alla Biblioteca Reale di Torino (Ms. Saluzzo n. 77) ed intitolato “Trattato di fortificazioni di terra. Codice Riccardiano n. 2587. Secolo XVI. Copiato l’anno 1834 dall’Arch. Carlo Chirici”.

Sempre alla Biblioteca Riccardiana è invece conservato un altro manoscritto, anonimo, (Ms. Ricc. n. 2574) intitolato “Trattato di agrimensura, opere rustiche ed edificatorie”, sul cui frontespizio è scritto Del San Marino ed ancora Di Gian Battista Rosemini delli amici sui, 17 giugno 1600; si tratta di una copia molto scorretta e con illustrazioni rozze, ma che presenta aggiunte sulle furtificazioni di Livorno, che potrebbero indurre a pensare che Belluzzi avesse redatto più di una versione del “ristretto”; simile a quest’ultimo manoscritto, ma mancante di tutta la parte relativa alle fortificazioni di Pistoia (mentre è presente l’allusione a Livorno), è la copia conservata alla Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli (Fondo Farnesiano, ms. Xll. D. 30), intitolata “Varie cose militari, anch’essa anonima ma priva di illustrazioni”.

Una copia assolutamente fedele del manoscritto del Belluzzi è invece contenuta nel “Trattato di architettura militare del Capitano Francesco de Marchi, Bolognese e gentilhuomo romano. Ricavato da un Manoscritto Autografo inedito che si possedeva da Giacomo Tazzi Biancani indi acquistato dal Sacerdote Francesco Calzoni, datato 1555; il Calzoni, ultimo discendente dell’architetto bolognese, acquistò dal Tazzi Biancani il manoscritto del suo avo e nel 1793 ricopiò e rilegò i quattro volumi del trattato del De Marchi, inserendo nell’ultimo libro 65 carte a loro volta copia di un manoscritto inedito conservato a Firenze. Quest’ultimo altri non è che il trattato sulle fortificazioni di terra del Belluzzi, che il De Marchi aveva copiato per uso personale e del quale si servì marginalmente nello stendere il suo trattato.

A fare un uso molto disinvolto del testo di Belluzzi fu, invece, Giacomo Lanieri, architetto militare, matematico ed economista bresciano, che nei suoi “Duo libri del modo di fare le fortificazioni di terra”, datati luglio 1559 e primi, su questo argomento, ad essere dati alla stampa, ricalca abbastanza pedissequamente l’impostazione seguita dal Sammarino, ingentilendole nella forma ed adattandole al contesto lombardo.

LA COSTRUZIONE DEL BASTIONE DI VOLTERRA E LE SUE TRASFORMAZIONI

Verso il 1540, quando la lotta tra Francia e Spagna per la conquista dell’egemonia europea divampò nella terza fase, Francesco I, noncurante dei pregiudizi religiosi, strinse alleanza con l’Impero turco. Il pirata barbaresco Kair Eddin agli ordini del Sultano, disponendo di una ternibile flotta, fu incaricato di assaltare dal mare la città di Nizza. Nel 1543 la flotta barbaresca fu avvistata nelle acque del Tirreno e, dati gli stretti rapporti esistenti tra la Spagna di Carlo V e Cosimo de’ Medici, si temettero incursioni sul litorale e nell’entroterra toscano.

A Volterra i provvedimenti e le misure relative alla difesa della città furono demandati ad un consiglio di otto persone, chiamato “gli otto della guerra”; fortunatamente non ci fu necessità di attuare i provvedimenti poiché la flotta nemica, dopo aver superato il canale di Piombino, puntò direttamente su Nizza. La paura fu tanta cosicché l’ambasciatore a Roma di Carlo V dette disposizioni tali che sia lo Stato senese che gli Appiani, signori di Piombino, si uniformassero alle disposizioni di Cosimo I per la comune difesa.

La situazione strategica fu riveduta e Volterra divenne “piazza d’armi” nel senso che da essa, in caso di sbarco delle milizie avversarie sulle coste della Maremma, sarebbero partite le milizie. Si rese quindi necessario provvedere al rafforzamento della cinta rnuraria medioevale poiché, come era già risultato evidente nel caso del duca d’Urbino e di Francesco Ferrucci, con l’adozione delle artiglierie le mura di difesa non risultavano più essere invincibili.

Cosimo I de’ Medici decise di inviare a Volterra il suo più valente architetto militare, Giovanni Battista Belluzzi detto il Sanmarino, affinché provvedesse ad una migliore sistemazione dei mezzi di difesa. Il luogo preposto ad accogliere il baluardo fu il poco scosceso terreno fuori Porta Fiorentina poiché, osservando l’andamento della cinta medioevale, ci si rese conto che era il punto più facilmente accessibile (l’accesso alla città da levante era dominato dalla Fortezza). Era proprio a S.Agnolo che si rendeva necessario un rafforzamento del sistema difensivo inspirato alla moderna tecnica di fortificazione capace di fronteggiare i nuovi mezzi di offesa. Come testimoniano documenti d’Archivio il Sanmarino fu pagato undici lire e dieci soldi per essersi trattenuto diciassette giorni a Volterra a “disegnare la muraglia del baluardo”. I cittadini volterrani vollero che della costruzione del Bastione ne rimanesse memoria e nel settembre 1545 posero nei fondamenti del baluardo una pietra incisa a ricordo dell’avvenimento. L’incisione eseguita da Francesco Rossetti risultò molto gradita sia al duca Cosimo l che alla sua consorte Eleonora. A testimonianza della costruzione del Bastione abbiamo anche un disegno a penna, colorato. redatto dal Belluzzi. Di questo sappiamo con certezza che fa parte del Manoscritto Magliabechiano Il.I.280, non sappiamo invece se sia stato fatto prima della costruzione, e quindi sia da considerarsi come un progetto, o dopo a mo’ di rilievo.

Il Bastione volterrano non differisce molto dalle opere fortificate coeve: a pianta pentagonale riesce a sfruttare in modo eccellente la natura del terreno ed il preesistente sistema delle mura. La cortina forma un robusto baluardo frontale, mentre i fianchi, normali alla cortina, ospitavano all’interno delle casematte i pezzi traditori che permettevano di battere d’infilata sia la Porta Fiorentina che la Porta di Docciola. Le casematte contenevano quasi sicuramente truppe, viveri e munizioni; è per questo che al loro interno presentano camini di volata, per permettere ai fumi che si creavano all’interno dell ambiente di poter facilmente uscire verso l’esterno. L’accesso al Bastione avveniva dall’interno della città ed il collegamento tra le due casematte era possibile, quasi sicuramente, attraverso passaggi coperti che ad oggi non sono visibili. Il paramento murario esterno si presenta uniforme fatta eccezione per le aperture delle troniere che servivano per il piazzamento delle artiglierie pesanti. Questo fa presupporre che nella parte retrostante a tali aperture vi fosse una piazza utilizzata per le manovre dei cannoni. Nella parte superiore il baluardo presentava un cammino di ronda; ad oggi solo poche pietre riescono a testimoniare l’andamento superiore del Bastione.

I lavori per l’erezione del baluardo durarono molto tempo e, come testimoniano i registri delle opere pagate, fu necessario un grande impiego di mezzi e di uomini. Già nel 1547 erano stati spesi 11.250 lire 15 soldi e 8 danari; ogni maestranza fu pagata per l’opera prestata. Domenico di Pierantonio da Montegemoli fu pagato per aver con due bufali “tirato pietre per il bastione”; il rnaestro Banci di Cristofano fu pagato nel luglio 1548 per 2.508 mattoni “posti al bastione”. Furono inoltre spesi soldi per iI filo da muratori e per la calcina.

l lavori al Bastione andarono avanti fino al 1551 e ripresero in seguito nel 1646. Venne spianata la terra lungo le mura e fuori Porta S.Agnolo e vennero portate tegole, pianelle e mattoni che servirono per l’apertura degli uscetti nei fianchi del baluardo. Nel febbraio dello stesso anno, il maestro Piero di Domenico e il rnaestro Niccolo Galletti eseguirono delle opere lungo la muraglia per permettere al pezzo d’artiglieria di poter salire sul bastione. Successivamente al 1646 non si riscontrano, all’intemo dei registri delle opere pagate, lavori eseguiti sul manufatto mediceo se non relativamente ad interventi di manutenzione del paramenro murario esterno.

Osservando la pianta della città di Volterra risalente alla metà del XVIII sec. e attribuita a L. Giachi si vede un edificio a pianta circolare situato nella piazza soprastante il Bastione. Nella pianta di O.Warren, coeva alla precedente, non solo appare lo stesso edificio ma, con maggior chiarezza, viene anche indicato nella legenda come “mulino a vento”.

Stranamente però in un documento del 7 marzo 1828 Tommaso Topi chiede che gli venga affidato, per uno o più anni, il locale denominato “il fortino del Bastione” per costruirvi un mulino a vento e sperimentare l’interesse che questo potesse avere “trattandosi di un oggetto totalmente nuovo in questa città”. Non si capisce quindi come sia possibile che già alla metà del 1700 nella pianta di Warren si parli di mulino a vento mentre quasi un secolo dopo si parli dello stesso mulino come di una assoluta novità per Volterra. E’ da notare che tra gli obblighi contratti dal Topi ci fu anche quello di non fare lavori che potessero pregiudicare le mura medioevali sulle quali il fortino poggiava. Se ne deduce chiaramente che fino al 1828 la cinta muraria medioevale e il Bastione erano ancora distinti. Quindi il rinterro tra le due opere, così come oggi ci appare e tale da confondere mura Bastione come se fossero un tutt’uno, avvenne sicuramente in epoca posteriore.

A partire dal 1818 l’area sottostante il Bastione venne utilizzata “per impiegarvi i getti della città” e per questo motivo venne costruito all’estremità dell’area un muro a secco capace di contenere tali getti affinché non andassero ad invadere i terreni di proprietà Falconcini. Gli scarichi furono indirizzati fuori dal Bastione poiché il prato di Vallebuona, che era stato utilizzato fino a quel momento, venne destinato “a pubblico passeggio”. Nel 1862 fu stabilito che i pubblici scarichi continuassero ad essere ammassati dietro il Bastione, ma dalla parte rivolta verso Docciola. Anche in questo caso fu eretto un muro per evitare che le materie più grosse potessero impedire il passaggio verso la via di Docciola.

L’uso del terreno limitrofo al Bastione, come luogo per la di persione dei rifìuti della città, durerà fino alla meta del XX sec., tanto che nel 1942 si legge un articolo di E.Fiumi sul giornale locale “Il Corazziere” in cui si lamenta lo stato di degrado dell’area. Nello stesso articolo si auspica la conversione di quello spazio in giardino pubblico visto che “non solo lo spazio non manca in quella zona, già provvista di uffìciente alberatura, ma con poco sforzo e modesta spesa si potrebbe veramente renderla accessibile quale soggiorno estivo (tanto che) i visitatori si adattano tra i pochi metri di spazio libero da immondizie”.

L’esigenza della conversione di questo spazio per uso ricreativo è chiara allorché, come si legge sulla stampa dell’epoca, una parte di terreno viene ripulita ed adibita a campo per il gioco delle bocce e sotto gli alberi esistenti alcuni alabastrai si riuniscono abitualmente a fare merenda.

Si deve al volterrano Mario Becucci e ad un gruppo di volontari se l’area intorno al Bastione divenne, negli anni del 1950, un giardino a tutti gli effetti. Fu operata una bonifica generale di tutta la zona, si costruì la strada di accesso, si recinse il terreno che strapiornba a verso Docciola con una cintura di verde, si crearono aiuole fiorite, un bar e una pista da ballo con un piccolo palco coperto. L’ultimo intervento fu la costruzione di una pista di pattinaggio. Il tutto fu terminato in circa otto anni.

L’ambiente prese il nome di “Pista” e fu subito molto frequentato.

Il mattino da madri coi figli, il pomeriggio e la sera da tutti i cittadini indistintamente e da numerosi turisti, tanto che in pochi anni divenne uno dei punti di incontro più popolari della città e lo rimase fino all’inizio degli anni del 1990. Solo nella seconda metà degli 1950 la “Pista” conobbe un forte declino dovuto alla trasformazione della licenza del bar da pubblica a privata: la “Pista” divenne “Circolo D. Mancini” e l’ingresso fu limitato ai soli soci E.N.A.L. Il malcontento popolare fu così grande che nel 1964 lo spazio ritornò alla città, la gestione fu affidata all’associazione Pro Volterra e il nome divenne “Parco pubblico il Bastione”. Soprattutto nei primi dieci anni di questa nuova gestione il “Parco pubblico il Bastione”, che per i volterrani continuò ad essere popolarmente chiamato la “Pista”, divenne il centro di ogni attività ricreativa e culturale estiva; un posto insostituibile per la città.

Il ruolo assunto dalla “Pista” nella vita sociale di Volterra è stato così importante che ha finito per far passare in sott’ordine il Bastione che, per molti anni, è stato abbandonato a se stesso quando non addirittura violentato (come nel caso del bar costruito in muratura addossato direttamente al muro del Bastione, perfino incassando l’impianto elettrico proprio fra i mattoni originali del 1545). Infatti, come afferma Mario Bocci in un articolo sulla rivista locale “Volterra” del 7 luglio 1963, “se il Bastione non ebbe a salvare Volterra nemmeno Volterra si prese premura di salvare il Bastione”.

La piazza superiore, pur essendo un magnifico belvedere per molto tempo è stata abbandonata, senza una decorota illuminazione e senza un’adeguata ringhiera o un parapetto di recinzione. Solo nel 1968 si provvide a posizionare una rete metallica per la sicurezza dei pochi frequentatori del posto, ma nulla venne fatto per la vegetazione che, lasciata a se stessa, è segno evidente di incuria. Anni dopo l’intero piazzale fu asfaltato e l’area venne trasformata in un parcheggio per i residenti della zona.

L’unico intervento documentato di restauro fu eseguito nel 1971 e riguardò il paramento murario, tanto fatiscente da mettere a repentaglio la sicurezza dei passanti.

Accademia dei Sepolti, TIZIANA CHIERICI, CINZIA SANTI
Il Bastione del Belluzzi, in “Rassegna Volterrana”