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Un antico castello nella foresta

L’ultimo di Berignone

In Berignone esistevano tre castelli: quello di Monte Soldano, quello di Frassineta e quello che oggi viene individuato sotto il nome di Castello dei Vescovi. Questi castelli erano tutti di proprietà vescovile e, mentre i primi due furono abbattuti dai volterrani verso il Duecento a seguito delle ricorrenti controversie fra il potere ecclesiastico e quello amministrativo, il Castello dei Vescovi ebbe vita più lunga perché la sua definitiva distruzione avvenne solo due secoli più tardi.

I suoi resti campeggiano su una modesta collina alla confluenza tra il torrente Sellate ed il Botro al Rio. La strada s’inerpica su per la scoscesa collina, per poi proseguire verso Monteguidi e Casole d’Elsa, con l’inalterato tracciato della via medievale. Del castello si individua bene la sua torre, anche se è in pessimo stato di conservazione. Il castello doveva essere una fortificazione molto ambita, sia per la sua posizione topografica, sia per la presenza davvero imponente. Infatti, ancora oggi, nonostante il suo pessimo stato di conservazione e il mutato aspetto della collinetta a seguito dell’allargamento della strada, non ha perso la sua austerità e il suo fascino.

Sopra una collina scoscesa

I resti della Torraccia

Nel salire verso la sommità della collina, si notano tutt’intorno al castello, e a varia distanza fra loro, nascoste dalla vegetazione, le dirute cinte murarie. Dalla parte sinistra della collina, il muro esterno del castello è tutt’uno col masso su cui poggia, formando un profondo e scosce o strapiombo sul Sellate; quello è l’unico versante della collina che non abbisognò certamente di particolari accorgimenti di difesa, perché la sua stessa collocazione garantiva già sotto ogni aspetto.

Sul versante destro della collina scorre il Botro al Rio, che forma una vallata più accessibile di quella del Sellate. Le collinette dirimpetto al castello, al di là del Botro al Rio, sono formate da massi che variano di colore secondo la posizione del Sole: inizialmente si presentarono di un violaceo assai scuro e successivamente si tingono di un rosso molto cupo. Sono rocce sono composte di strati di gabbro e di serpentino, materiali molto comuni nella zona del Volterrano. La zona, a parte l’ampia strada, è pressoché selvaggia.

Dimora estiva e rifugio fortificato

Proprietà vescovile

Poco prima dell’anno Mille il castello di Berignone era di proprietà dei fratelli Pietro e Gualberto, figli di Gualderade, e di Gualderada detto Rotia, loro sorella andata sposa a Romaldo detto Corbulo. Divenne proprietà vescovile nel Duecento dopo ribellioni e guerra guerreggiata contro Ranieri di Berignone il quale fu reintegrato nel feudo d’Acquaviva di Pomarance e compensato per Berignone con la metà del Sasso e altri beni di Castelnuovo Val di Cecina.

Oltre che dimora estiva dei Vescovi Volterrani, il castello di Berignone costituì anche il rifugio preferito dagli stessi, in occasione delle ricorrenti controversie con il potere amministrativo di Volterra. Ad esempio vi si rifugiò, assediato dalle truppe volterrane, il vescovo Pagano dei Pannocchieschi ed uguale sorte toccò al vescovo Alberto degli Scolari, prima di fuggire poi a Firenze. In conseguenza di questi numerosi contrasti, il castello fu distrutto dai Volterrani più volte, ma di volta in volta è stato ricostruito e restaurato, almeno fino alla fine del Quattrocento.

L’odio tra famiglie

Contesa tra Belforti e Allegretti

Nel Trecento Berignone fu scelto quale sede per il concordato fra il vescovo Rainuccio degli Allegretti e il Comune di Volterra, per le controversie sorte in merito all’amministrazione della giustizia nei castelli di Pomarance, Serrazzano, Montecerboli, Leccia e Sasso. Ma per l’odio che da tempo covava fra le famiglie degli Allegretti e dei Belforti di Volterra, il castello di Berignone subì un lungo assedio. I loro rapporti erano lesi in conseguenza dell’aspirata supremazia, sia dell’una che dell’altra fazione, nel governo di Volterra.

Gli Allegretti erano ricchi, ma i Belforti erano molto potenti, oltre che dal punto di vista economico, anche per il grande seguito che avevano. Nella città si comportavano da veri tiranni, abbattendo ogni ostacolo che si frapponeva fra loro e il potere e non a caso questo episodio fu considerato molto grave. L’assedio dei Belforti al castello durò alcuni mesi, senza poterlo espugnare e, al fine di annullare tanta resistenza, ricorsero ad un espediente, un tranello molto infimo. Costò l’interdetto religioso all’intera città di Volterra.

> Scopri, Il tranello contro gli Allegretti

Verso il Cinquecento

Il declino di una fortezza

Qualche anno dopo era il vescovo Filippo Belforti ad avere le proprietà su Berignone; la fortezza di Berignone venne data in custodia a Bocchino, suo nipote, consolidando così la tirannia di detta casata. Solo a seguito della sommossa contro i loro modi di fare i Volterrani riconquistarono Berignone con la decapitazione di Bocchino, imputato di tradimento in favore dei Pisani. Quest’ultimi, che avevano le loro schiere distaccate a Lajatico, incominciarono le spedizioni contro Volterra incendiando il Borgo di Sant’Alessandro e facendo varie razzie nel contado.

Quasi alla fine del Trecento gli abitanti del borgo di Berignone deliberarono di dare la custodia di esso al Comune di Volterra; nacque così una nuova controversia contro la mensa vescovile Volterrana, ma la potenza temporale della curia episcopale andava sempre diminuendo, mentre quella del Comune aumentava di giorno in giorno, tanto che venne fissato il comune possesso di tale castello. Nel Quattrocento la fortezza di Berignone fu occupata dai Senesi. Durante l’egemonia fiorentina invece fu distrutta; il vescovo Giuliano Soderini tentò invano la sua ricostruzione, ma niente da allora è cambiato.

Dai Tani ai Maffei

Un popoloso borgo agricolo

La prima menzione del sito risale agli inizi dell’anno Mille, quando fu offerto al Vescovo la metà di un terreno posto ad Ariano. Nel medioevo era sede di un castello intorno a cui, nel corso del Trecento, si costituì un popoloso borgo agricolo, che si spopolò un secolo dopo fino a divenire un semplice casale. Nel castello vi era anche una chiesa dedicata a San Giovanni che rientrava nella giurisdizione della pieve di Pignano.

La tenuta nel Seicento entrò a far parte delle proprietà dei Tani, famiglia volterrana arricchitasi col commercio delle spezie, che trasformarono il casale in una bella villa di campagna. Nel Settecento l’intero possedimento passò ai Maffei in conseguenza del matrimonio fra Mario Maffei, provveditore della fortezza e delle Saline di Volterra, e Maria Niccola Alessandra Tani, figlia unica del capitano Girolamo Tani. Alla metà dell’Ottocento Niccolò Maffei ricostruì la villa su disegno dell’ingegner Giorgio Piccinini; gli interni furono abbelliti dal celebre pittore Lodovico Gamberucci.

L’evoluzione nei secoli

Dalla restaurazione all’interdizione

A nuovo millennio venne ceduta dal vescovo, insieme agli altri terreni appartenenti a questa corte, all’appena costituito monastero di San Giusto. Sappiamo, inoltre, che nel Duecento fu restaurato utilizzando i proventi delle donazioni segrete di penitenti rei di guadagni illeciti.

Per tutto il medioevo questa chiesa era una tappa fondamentale dell’ingresso in città dei nuovi vescovi di Volterra; questa usanza finì alla fine del Cinquecento con il vescovo Guido Serguidi. Essa prevedeva una cerimonia piuttosto complessa la cui descrizione più accurata conservatasi negli archivi cittadini è proprio quella dell’investitura del vescovo Serguidi.

Nel Settecento vennero rifatti l’altare, la porta e la finestra dell’occhio. All’interno fu collocata una pittura del volterrano Forzoni, raffigurante i “Santi Quirico e Giuditta”. Poi fu nuovamente restaurato dai monaci di Badia che vi posero una lapide commemorativa. Nell’Ottocento fu interdetta; risultava ridotta ad annesso agricolo del vicino mulino di San Quirico, di proprietà dell’ingegner Luigi Campani. Alla fine dell’Ottocento fu definitivamente abbandonata.

Una tradizione medievale

L’investitura del vescovo

La notte prima il vescovo pernottava presso Villamagna ed il giorno dopo veniva raggiunto, a circa metà del percorso fra Villamagna e Volterra, dai nobili volterrani a cavallo, che lo scortavano alla chiesa di San Quirico. Qui trovava ad aspettarlo l’abate del monastero di San Giusto con i suoi monaci; disceso il vescovo dalla cavalcatura, veniva dall’abate fatto genuflettere davanti alla croce e poi condotto all’interno, precedendo i monaci che cantavano i salmi. Nella chiesa veniva celebrata una breve messa, a seguito della quale l’abate spogliava il vescovo del suo mantello.

Terminata la cerimonia il prelato saliva su di una mula riccamente bardata ed iniziava la processione fino a Volterra, per primi venivano i monaci a due a due preceduti dalla croce, poi il vescovo attorniato dai nobili cavalieri volterrani, giungendo fino alla città nella zona di San Giusto dove era in attesa tutto il popolo di Volterra. Qui veniva accolto dai membri della famiglia Gotti, in base ad un antichissimo privilegio, che gli toglievano il galero, i sandali e gli speroni dorati conducendolo alla chiesa di San Giusto dove veniva celebrata un’altra messa solenne.