Nella vita cristiana il pellegrinaggio è visto come faticoso e trascendente viaggio terreno verso la meta celeste, quale indicano le Lettere di San Paolo e San Pietro:
“In fede moriron tutti costoro, senz’aver ricevuto le cose promesse, ma avendole vedute e salutate da lontano, e avendo confessato che erano forestieri e pellegrini sulla terra”
(Ebrei 11, 13).
“E se invocate come Padre Colui, che senza riguardi personali giudica secondo l’opera di ciascuno, conducetevi con timore durante il tempo del vostro pellegrinaggio sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai padri”
(I Pietro1, 17 ss).
“Diletti, io v’esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dalle carnali concupiscenze, che guerreggiano contro l’anima”
(Ivi, 2, 11).
La dimensione trascendente cristiana si applicò quindi nella pratica e nel concreto viaggio verso i luoghi santi. Come tutte le cose umane finì a volte per avere motivazioni molteplici: l’edificazione, la pietà, il voto, la penitenza, la mondana curiosità, lo studio, il piacere e/o la vanità.
Tuttavia “non è qui il caso di far distinzioni troppo sottili”, scrisse a proposito il Davidsohn nella Storia di Firenze, intendendo che la ricerca storica non scruta le intenzioni ma i fatti, e ricordandone l’uso in Tuscia fin dall’alto medioevo da parte di personalità della Chiesa e della nobiltà.
Oltre ai signori, furono in molti tra la gente comune a recarsi in pellegrinaggio ai luoghi santi, pur lasciando raramente tracce nelle fonti. Quando compaiono nei documenti, ciò avviene spesso per motivi indiretti, come la redazione di un testamento prima della partenza, dettata dai pericoli del viaggio: le difficoltà del terreno, la fame e la fatica, ma anche il rischio di incontrare eserciti o briganti.
Un esempio di questo tipo di ricordi si trova a Lucca nel luglio 1296, quattro anni prima dell’indizione del primo storico giubileo, in un periodo in cui i pellegrini dovettero fortemente sentir crescere la loro peculiare devozione e desiderarono visitare non solo Gerusalemme, Roma o Santiago de Compostela, ma anche posti meno altisonanti, come le prime sedi dei frati Minori; i francescani.
Ad esempio, a Lucca nel citato 1296 si trova scritta in una carta proprio la volontà di andare ai “limina beati Francisci de Assigio”, da parte di due donne (garfagnina e volterrana), una delle quali volle lasciare certi suoi beni a due concittadini. Fece pertanto redigere il testamento a Marlia nella Capanna di Orsello del fu Vitale, dal notaio Paolo di Moricone.
Fece testamento e dispose dei suoi beni perchè desiderava visitare le soglie del beato Francesco d’Assisi, sapendo del cammino, non sapendo del ritorno, temendo il pericolo di una morte improvvisa, non volendo morire senza aver fatto testamento.1 Le cose lasciate furono il suo letto, cioè una coltrice, un primaccio, dei lenzuoli, una coperta, e altro, casse e scrigni, un “arcibancum”, veli, corsetti, accia, una banca fornita per far la seta, stoviglie, masserizie eccetera. Gli oggetti furono destinati ai lucchesi Orlando di Marmo e a sua moglie Carella.
I frati Minori, allora piacevano al popolo e tale predilezione era andata in crescendo nel dugento quando i papi favorevoli avevano reso possibile una sempre maggior loro diffusione tramite esenzioni, dispense, privilegi, diretta giurisdizione, cimiteri propri, e altri riconoscimenti generatori di entrate in tempi poveri di mezzi.
Vi si unirono anche le donazioni dei privati e tra queste si può citare, a Volterra, un testamento che documenta la presenza dei francescani nel 1261, quando fra Giovanni Bolognese guardiano del convento fu tra i fidecommissari voluti dal testatore Lamberto “Medici”.
Sotto tale veste, con altri due nominati, fra Giovanni si adoperò per far restituire la dote alla vedova Belfiore di Figlietto e amministrare certe proprietà specificate: una casa a Porta a Selci e terre a Rioddi e nella villa di Gello in Valdicecina.
Il convento dei frati Minori fu fondato a Volterra dapprima in un luogo che nel quattrocento ebbe nome per antitesi di San Francesco Vecchio. Non molto tempo dopo fu spostato nel complesso costruito ex novo dove sta ancora oggi. Beneficiò, oltre che delle donazioni private, di sussidi pubblici come, ad esempio, nel 1298 di una indulgenza di cento giorni riservata ai visitatori della chiesa in certe feste religiose. Fu concessa dal cardinale legato Matteo d’Asquasparta, già frate Minore, vescovo di Porto e di Santa Rufina, il quale fece scrivere così:
“Frater Mactheus miseratione divina Portuensis et sancte Rufine episcopus apostolice sedis legatus universalis Christi fidelibus presentes licteras inspecturis salutem in domino sempiternam... Ut igitur ecclesia fratrum minorum de Vulterris congruis honoribus frequentent omnibus vere penitentibus et confessis q. in ecclesiam ipsam in singulis beate Marie Virgini, beatorum Apostolorum Phylippi et Iacobi, beati Andree et beati Octaviani, beati Iusti, beati Francisci, beati Antonii et beate Clare virginis festivitatibus singulis quod octo diebus quarumlibet festivitatum ipsarum immediate sequentibus venerabiliter visitaverint annuatim, centum dies auctoritate quo fungimur de iniunctis sive penitentiis misericorditer relaxamus”.
La bolla fu emanata a Lucca, dove il cardinale Matteo risiedeva temporaneamente, creando così in breve tempo un significativo legame tra la città e Volterra. Il documento conserva ancora il sigillo pendente, sebbene oggi appaia rotto e deteriorato.