Una figura in negativo della storia di Volterra, fu quella di messer Ercolano di Piero dei Contugi, traditore di Giusto Landini ribelle all’imposizione del catasto fiorentino e ucciso nel palazzo dei Priori il 7 novembre 1429.
Per raccontarne il motivo Scipione Ammirato scrisse che nel 1429 il popolo di Volterra, riunitosi nei borghi cittadini, si rivolse a Giovanni Contugi chiedendogli di assumere la guida della rivolta per liberare la città dal dominio fiorentino. Egli però rifiutò e indicò come possibile capo Giusto Landini, molto popolare tra la popolazione ma allora detenuto in prigione. I Priori, preoccupati per la situazione, inviarono da Landini il suo parente Michele e Antonio Broccardi per conoscerne le intenzioni. Il giorno successivo, non placandosi l’agitazione, il popolo si recò alla Badia di San Giusto e fece prigioniero l’abate Bernardo della Rena, fiorentino. In questo clima di forte tensione intervenne Ercolano Contugi, parente di Giovanni, cavaliere e figura autorevole tra i nobili, che insieme ai Priori decise di eliminare Giusto Landini. Il potere rimase così nelle mani del governo cittadino, il quale inviò lo stesso Ercolano Contugi, insieme a Ottaviano Barlettani, dai commissari dell’esercito fiorentino — accampato alle porte della città — per informarli degli eventi e invitarli a entrare a Volterra.1
Va detto che l’Ammirato è equo e super partes, ma in altre storie sulla vicenda siamo ai confini di un genere prediletto e parziale con la divisione tra buoni patrioti e cattivi traditori, facile a raccontarsi mentre è di certo più ostico narrare i fatti nella loro complessità. Anche perché, visto come esponente del popolo, Giusto non ebbe la figura retorica di proletario ribelle dal basso reddito cara a un modello cinematografico: di fatto fu uno dei figli di Ughetta Baldinotti, della nobiltà locale tra le più antiche e ricche (il suo palazzo esiste ancora a Volterra in via Marchesi) e fu coniuge di Lucia dello Spera, figlia del medico maestro Giovanni, di famiglia di prestigio legata agli eredi dei potenti Belforti, che avevano dato alla città un colto vescovo (Filippo) e un controverso signore (Paolo, detto Bocchino).
Ercolano Contugi assessore del capitano a Cortona
Ercolano Contugi parimenti, nonostante avesse ostacolato il popolo, non fu nobile, ma autorevole nel suo mestiere di giurista. Semmai antibelfortesco, cioè della fazione volterrana nemica del Landini.
Abitava in contrada di Borgo (le adiacenze di via Ricciarelli) con la moglie madonna Piera, i figli e la famiglia del fratello Lorenzo. Il fratello Francesco era accatastato separatamente; quest’ultimo dichiarava un debito verso gli armaioli e un altro nei confronti del volterrano Buonafidanza di Buonafidanza, destinato a non essere saldato perché il Buonafidanza ricordava che lo minaccia quando gliegli chiede. Altre notizie sulla famiglia rivelano una passata attività imprenditoriale e, nel presente, difficoltà economiche. Ercolano era stato un produttore di carta in società con il cartaio Antonio di Paolo da Colle Vald’Elsa e Michele da Poggibonsi. Possedeva, adatti allo scopo, due edifici da carta su tre pile a Buti nel pisano presso il fiume di Rio, ma non trovava affittuario. Assieme a Francesco aveva dei terreni a Ghizzano (podesteria di Peccioli) e a Villamagna.
Ed è leggendo proprio la dichiarazione sui terreni di Ghizzano (anteriore alla ribellione) che abbiamo le notizie su delle difficoltà familiari. Ercolano si dice “chavalierj e dottore di leggie come padre e legiptimo aministratore di Pollonio mio figliuolo” e in fondo aggiunge che “so’ chavalierj e acechato e povero e ò quattro fanciugli ch’el maggiore à sei anni”. Non ultimo, cita un debito con il conte Ruberto da “Collegarli” per un pagamento non effettuato. Anche facendo la tara alla lamentazione, sembra vivere in modo non invidiabile. Di lui non ho trovato la data della morte.
A riprova della sua professione, alle suddette notizie aggiungo ora una copia ufficiale (pergamena-exemplum) del 1415, noto in sunto agli studiosi, sulla presenza di Ercolano Contugi a Cortona.
Nella copia ufficiale si ricorda che nel 1335 un certo Prode del fu Ranieri da Cortona fece testamento nel coro della chiesa di San Francesco, con i testimoni fra Niccoluccio di Marco di “Castello Castri” (Cagliari?) guardiano, fra Benvenuto di Ridolfo da “Pratoregio”, fra Matteo di Forzone di Anghiari, fra Salvi di Bonaventura da Campi, fra Iacopo di Guidone da Bibbiena, fra Francesco “Cechi” da Montevarchi e fra Giovanni del fu da Cortona. Prode lasciò disposizione di essere seppellito vestito con l’abito dei religiosi nella stessa San Francesco, e fece dei legati per l’opera del suo frontespizio (100 lire), per candele di cera (7 lire) per una festa da farsi con i frati e la fraternita Maggiore di Santa Maria della Misericordia il giorno di Santa Maria di marzo (l’Annunciazione, il 25), per un paramento con pianeta, dalmatica e tonicella “de sinodo nova” per celebrare le messe per i defunti (25 lire), per un altare “sive”, una tovaglia grande per coprirlo e un altro fornimento; computata la pianeta sopra detta, per altre messe per l’anima sua e per un sacerdote frate con l’obbligo quotidiano sempre di una messa con il medesimo scopo. Lasciò anche alla moglie Caterina vita natural durante 25 staia di grano e 10 lire di denari cortonesi e nominò eredi dei suoi beni mobili e immobili l’ospedale per i poveri di Santa Maria posto fuori delle mura della città, l’ospedale dei poveri del Comune nel borgo di Porta “Pecciogerardi” (Peccioverardi) e lo spedale di San Niccolò con l’obbligo per i governatori e custodi di distribuire la terza parte delle sue rendite per cinque anni dopo la sua morte ai poveri e persone vergognose (“verecundiis personis”). Il rogito del testamento fu fatto dal notaio ser Donato di Orlando.
Per l’exemplum del 20 dicembre 1415 indizione IX “ecclesia romana pastore vacante” (si stava svolgendo il Concilio di Costanza, 1414-18, che avrebbe eletto Martino V e decretato la fine dell’antipapa Giovanni XXIII) venne interpellato il notaio Guglielmo del fu ser Antonio di Andreuccio di Naldo, alla presenza proprio di Ercolano Contugi volterrano, o come si scrisse: “coram nobili et egregio legum doctore Hercolano dom. Pieri de Contusiis de Vulterris iudex vic(ario) collett(orio) et assessore” di Maso di Bartolommeo degli Alessandri di Firenze “pro magnifico et excelso populo et comune Florentie hon. capitani custodie civitatis Cortone” presente e sedente al solito banco “ius reddendo” nella “sala mangnia leonis pallatiorum et domorum solite habitationis dicti dom. capitani posit. in civitate Cortone iuxta plateam Sancti Andree et vias proximas”. Rogarono con lui i colleghi Amadore del fu Paolo Alessi e Giovanni di ser Lippo del fu ser Baldacchino entrambi da Cortona.