L’unica fatica che il Quinziani poteva sopportare era quella di mangiare, per il resto era allergico a qualsiasi lavoro.

Giunto a Volterra, non so bene perché, vi si era alla meglio installato, assumendo il ruolo di guida turistica. Sostava, giornate intere, sulla Piazza dei Priori, pronto all’assalto di ogni auto straniera o forestiera che si avventurasse nei paraggi.

Bleffando, si presentava come erudito poliglotta le cui massime espressioni, però, toccavano l’apice in frasi come queste, naturalmente pronunciate aIl’itaIiana: «VoIevù visiter là citté».

Da uomo “vissuto” quale si riteneva, assumeva atteggiamenti da nobile decaduto e guardava, i provinciali cittadini di Volterra, con ostentata superiorità. Trovandosi però, come si suol dire “alla fetta”, era costretto a chiedere le cicche delle sigarette, ma anche nel chiederle o nel raccogliere, furtivamente, sulla pubblica via, teneva a mantenere un tono ed un portamento di degnazione.

Volterra non lo prese sul serio, anzi, coniò subito l’equazione: Quinziani = a nato stanco.

Così andò avanti per un bel po’ di anni ed il Quinziani diventava sempre di più misero, quando improvvisamente arrivò il giorno della sua insperata fortuna. Si trovò milionario, ed allora, come nelle operette “primo novecento”, assunse il ruolo, che gli era congenito, di gran viveur e di allegro spendaccione. Si tolse subito il lungo semi digiuno dallo stomaco e si vestì da gran signore. I guanti diventarono parte integrante della sua divisa da uomo ricco.

Tra la meraviglia dei volterrani, così restaurato, pavoneggiandosi, calcò le vie cittadine salutando con la mano inguantata. Ai ragazzi lanciava monete e si soffermava poi ad ammirarne la lotta per il possesso, mentre, con estrema noncuranza, gettava una dopo l’altra sigarette di marca dopo averle appena accostate alla bocca. Come erano lontani i tempi della raccolta delle cicche.

Distribuiva laute mance, perfino, a chi gli apriva la porta del caffè della Marianna. Insomma, Volterra aveva il suo nababbo e tutti parlavano del Quinziani e commentavano le sue pazze spese.

Dice, però, un vecchio proverbio «leva e non metti, ogni gran monte scema», e siccome il suo non era neppure un gran monte, dopo non molto tempo – stupidamente – il nostro personaggio aveva sperperato ogni lira.

Terminata così la favola di Cenerentola, il Quinziani ritornò ai vecchi e penosi tempi, riprese confidenza con le cicche e si riallenò, molto invecchiato, tra gli affezionati consumatori della minestra, gratuitamente, distribuita dall’Istituto Buonomini.

Aveva vissuto follemente quella sua breve parentesi e non era riuscito a conservare nemmeno una parte del «malloppo». Perciò, precipitò in fondo alla china, e questa volta, per rimanerci sempre.

I volterrani sono affezionati ai ruderi, ne hanno di tutte le epoche, finirono per affezionarsi anche al rudere del Quinziani e, in un modo od in un altro, senza recriminazioni, malgrado tutto, lo aiutarono nel continuare a vivere.

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Vagabondo n. 1 della città. Quando urlava per le vie: «c’è la carne nell’Ortaccio. Era un vitello». Oppure: «c’è la carne di seconda da Lorenzo, donne accorrete» – o qualche avvenimento sportivo, subito gli veniva detto dietro dai giovani e non: «bighellone». Giovannino (o Giannino) Quinziani scrollava le magre spalle e continuava il suo giro; l’eredità gliela aveva lasciata sua mamma, una povera vecchina accattona. Si diceva che questa tenesse da tempo il suo piccolo tesoro nascosto in casa (una stanza in cima alla Torre del Porcellino) e precisamente in un comodino.

Nel breve periodo di euforia, per un ventino e anche per mezza lira si faceva legare le scarpe per la via dai ragazzini. Con mezza lira potevano andare al cine, al Centrale, dal Busilli (altro tipo caratteristico volterrano). Comprò anche una bicicletta, ultima novità, con lo specchietto retrovisore. Sogno, allora, della stra grande maggioranza dei cittadini. In un eccesso di eleganza si faceva notare a spasso con tre guanti: due infilati e il terzo stretto nella mano sinistra, ciondoloni.

Moglie non la volle mai, gli era già difficile campare se stesso. Soprattutto quando venne la guerra; in lui aumentò la fame. La sua magrezza era impressionante. Con indosso una vecchia e cadente giacca della milizia e le fasce militari grigio verdi strette alle sue gambe spettrali, vagabondava ancora, dignitosamente e, è doveroso riconoscerlo anche onestamente per le vie.

Nel periodo dell’emergenza, preso dalla disperazione, si dette da fare. Indicava o accompagnava i soldati tedeschi in ritirata per le case «buone» da svaligiare, per un magro compenso; però in segreto anche lui attendeva la liberazione. Disgraziatamente una cannonata americana l’uccise fuori Porta a Selci, il proiettile o le schegge di questo lo divisero in due. Chissà se questa liberazione fu per lui la migliore.

Finì miseramente come era vissuto.

© Pro Volterra, BRUNO TERTULLIANI
“Il Quinziani”, in “Volterra”