Girando per lenostre vaste terre non è raro imbattersi in resti antichi che ignorati o dimenticati dagli storici, possono destare curiosità degli occasionali visitatori. E’ capitato talvolta anche a noi di non trovare notizie esaurienti o documentazioni precise su qualche resto che ci pareva degno d’interesse: ed è perciò che abbiamo pensato di attirarvi l’attenzione dei nostri lettori sperando che fra di loro ci sia chi possa aiutarci a chiarire o a completare i pochi dati che ci è stato possibile raccogliere di volta in volta.

Cominciamo dalla «bestia» di San Dalmazio. San Dalmazio è una piccola frazione del Comune di Pomarance, sulla strada che dalla Croce del Bulera sulla Massetana porta a Montecastelli. Un vecchio abitato cinto da mura sulle ultime pendici meridionali del colle dominato dalla Rocca Sillana. La «bestia» è una rozza figura di animale scolpita in pietra serena, applicata sul muro di una casa subito fuori dalla porta del castello. E’ difficile stabilire l’identità dell’animale scolpito: vitello? montone? toro? L’unica cosa che ci è parso di ravvisare è una somiglianza, seppure vaga, con la figura pure scolpita in pietra che è visibile a Volterra all’ingresso della casa-torre che fu dei Topi, nella piazza Maggiore. Ma quest’ultima figura è talmente corrosa che si può essere tratti in inganno facilmente. D’altra parte si può affermare senza dubbi che la «bestia» di San Dalmazio è più antica del fabbricato su cui si trova oggi, vecchio, questo, solo di due o tre secoli al massimo. Probabilmente fu messa lì per indicare l’esistenza di una stalla o di un ovile dopo essere stata rinvenuta abbandonata o sepolta da qualche parte. Ma dove?

Le notizie – vere e leggendarie – su San Dalmazio fissano l’origine del paese al tempo in cui la badessa Abigaille fondò in quella località un convento di monache con la regola di San Benedetto: ciò avvenne nel 1146 e il convento, dedicato a Sant’Armazzo o San Dalmazio, dette il nome al gruppo di case che sorse di lì a poco sui terreni di proprietà delle suore.

Secondo la leggenda Abigaille era una Aldobrandeschi, figlia primogenita di Ildebrando il Mancino, sire di Sillano.

Nel 1235 il primitivo gruppo di casa era già divenuto un ben difeso castello; in quell’anno esso passò spontaneamente in accomandita al Comune di Volterra; da parte loro le monache nel 1298 ne vendettero allo stesso Comune metà della signoria e giurisdizione con relative pertinenze.

Non ci risultano eventi di rilievo fino al 1447, l’anno infausto in cui le truppe di Alfonso d’Aragona re di Napoli sciamano per il Pomarancino seminando lutti e terrore, San Dalmazio non sfugge al saccheggio e a stento le monache riescono a salvare i valori del loro convento seppellendoli in giardino. Ristabilitasi la calma esse adornano la loro chiesa di un prezioso tabernacolo di terracotta invetriata uscito dalla bottega di Luca della Robbia: il tabernacolo – tra parentesi – è arrivato fino a noi intatto; e può essere ancora ammirato nella Parocchiale del paese.

Nel 1530 al tempo dell’assedio di Firenze, San Dalmazio subisce un altro furioso saccheggio ad opera della soldataglia di Alessandro Vitelli. Già fino dal 30 luglio 1511, però, il cardinale Francesco Soderini Vescovo di Volterra aveva disposto il trasferimento in quella città del monastero delle religiose mercé un sostanzioso intervento del Comune (1500 fiorini) alle spese che occorrevano per l’acquisto del terreno e per la fabbricazione del convento e della chiesa. Ma probabilmente anche dopo quest’ordine alcune monache erano rimaste nella vecchia sede poiché fra’ Leandro Alberti dell’ordine dei Predicatori, nella sua «Descrizione di tutta l’Italia» stampata a Venezia nel 1596, dà ancora come esistente a quell’epoca il «monastero di monache» nel Castello di S. Dalmazio e aggiunge che «nel vago giardino delle quali esce una copiosissima fontana d’acqua che pare quasi un giusto fiume» dove «pescasi grosse e saporite anguille».

Comunque le suore non debbono esserci ormai più nel 1614, poiché in quell’anno il vescovo Luca Alamanni elegge la chiesa di S. Dalmazio a parrocchiale. Per il resto il paese, ormai sotto il dominio fiorentino, segue le sorti degli altri territori soggetti a Firenze.

Da questa succinta disgressione storica crediamo di poter escludere che la scultura che ci interessa sia stata eseguita durante il periodo che abbiamo ricordato. Più attendibile forse un suo legame con la vicina Rocca Sillana che, pur nella sua attuale struttura risalente al medioevo, tradisce un’origine ben più antica: romana o fors’anche etrusca (ne fanno fede le tombe e le iscrizioni rinvenute nei pressi).

Ritorniamo quindi alla rassomiglianza con la figura di animale del Palazzo Topi a Volterra: si tratta di sculture coeve? In tal caso la migliore conservazione di quella di San Dalmazio, esposta ora agli agenti atmosferici come quella di Volterra, si spiegherebbe con la supposizione che abbiamo fatto sopra e cioè che essa sia rimasta sepolta per molto tempo fra i resti di qualche antico edificio. Ma a che epoca risalgono e qual’era il loro significato originario? Non vogliamo trascinare un’altra ipotesi, ventilata anni fa: la «bestia» potrebbe essere un’arcaica rappresentazione di un vitello, simbolo delle primitive popolazioni italiche (il nome stesso di Italia proviene infatti da un antico vocabolo indigeno o di origine greca «italés» – da cui il latino «vitalus» – per cui terra ltalia significa «terra di giovenchi».

D’altra parte se non una perfetta rassomiglianza, resta anche un’affinità di soggetto con le pitture rupestri di età preistorica della grotta di Altamira in Spagna. E’ quindi una remota immagine propiziatrice o magica? O un simbolo primitivo di fecondità e di forza? Se così fosse la scultura sarebbe uno dei pezzi più antichi della nostra zona: addirittura pre-etrusca. Non vogliamo azzardare tanto: forse si tratta solo di un simbolo araldico o di una rozza figurazione medioevale; ma d’altra parte, essa è su pietra serena e nella zona di San Dalmazio non si trova che tufo… Chissà dunque?

Noi ci fermiamo a questo punto. E speriamo che qualcuno, meglio preparato di noi, possa dirci qualcosa di più e chiarirci il segreto della «bestia» di San Dalmazio.

© Pro Volterra, Pier Luigi Pellegrini
La Bestia di San Dalmazio, in “Volterra”