Franco Porretti

La Campana Maledetta

Facevano raggelare il sangue nelle vene quei suoi lugubri rintocchi che dall’alto della torre del Porcellino diffondevano a miglia di distanza il raccapricciante annuncio di una condanna a morte.

L’avevano nominata la campana della giustizia ma spesso il suo richiamo dava voce possente solo alla ferocia con cui si concludevano a quei tempi i giudizi dell’uomo.

In quella posizione dominante era stata messa fin da quando il Comune aveva acquistato la torre ad uso del podestà e per seicent’anni da lassù aveva anticipato ai cittadini l’ora fatidica delle esecuzioni.

La gente l’ascoltava ogni volta con terrore e ogni volta recitava commossa una preghiera, sia perché la misericordia di Dio confortasse l’animo del condannato, sia perché dietro al devoto bisbiglio del requiem aeternam cercava di nascondere quei tocchi angosciosi che martellavano il cuore e la mente di ogni creatura.

Solo qualche volta quel suono funereo era stato accolto con sollievo. Come quando all’alba dell’ottobre 1361, giorno di domenica, aveva chiamato sulla piazza maggiore quei pochi cittadini che ancora non vi si trovavano per assistere alla decapitazione del cavalier Paolo Belforti, detto Bocchino, ultimo prepotente e sventurato tiranno che per trentamila fiorini287 d’oro aveva tentato di vendere Volterra ai pisani.

Sepolta la pena di morte sotto il candido marmo della civiltà, la campana era rimasta per tanti anni inoperosa in cima alla torre. Ma nemmeno i colombi e neppure i corvi ardivano di posarvisi, come se dal bronzo promanasse un qualcosa di sinistro che li infastidiva e li teneva lontani.

Il comune aveva già deciso di toglierla da lì e di donarla ai confratelli della Misericordia che ne avevano fatto richiesta, quando la maledizione dei giustiziati rinnovò i suoi terribili influssi.

Era la mattina del 23 giugno del 1785, verso le dieci. La piazza era come sempre animata di persone. Passava da quelle parti anche un certo Antonio Stanganini, soldato di servizio nella fortezza, quando il pesante battaglio della campana si staccò e lo colpì alla testa uccidendolo. 288

Forse sarebbe bastato un timido rintocco per richiamare l’attenzione di quell’infelice e salvargli la vita. Ma per l’ultima esecuzione, la più spietata, la più iniqua, la più abietta, quella perfida campana era rimasta muta.

© Pacini Editore S.P.A., FRANCO PORRETTI
La Campana Maledetta, in Volterra Magica e Misteriosa, p.251
287 Molti testi indicano la somma di trentaduemila fiorini, ma la sentenza pronunciata contro Bocchino in proposito è chiara: “…suprascriptus dominus Bocchinus una cum quibusdam aliis de quibus a presens tacentur, fecerunt pactum tractatum et colloquium et conventiculam cum comuni Pisarum vendendi prodendi et subvertendi suprascriptam civitatem Vulterranam cum eius comitatu et districtu pro pretio Triginta Milium florenorurn auri…”, Cfr. M. BOCCI, “Il ventennio della signoria Belforti (1340-61)”, Rassegna Volterrana, anni XXVII-XXX, 1962, pag. 92, Editrice Accademia dei Sepolti.
288 M. BATTISTINI, “L’omicidio del battaglio della campana di giustizia”, settimanale II Corazziere, anno XXXIII, n°3, 18 gennaio 1914: “Nella campana che ancor oggi esiste e compie i mesti servizi si legge: Jesus meus praeteritum tempus nunquam revertitur nec quid sequatur sciri potest, MDXLlII”. Della campana assassina oggi non esiste più traccia così come non ne doveva più esistere nel 1914. Le campane che la Misericordia ottenne in dono il 2 gennaio 1784 dall’opera di San Giusto e il 10 settembre 1805 dal comune (quella che era servita all’orologio pubblico per sonare le ore) furono collocate entrambe nel campanile del duomo. C’è da pensare che uguale collocazione avesse trovato la campana della giustizia. Nel 1845 il fonditore reale Carlo Moreni di Firenze fece le attuali campane fondendo quelle preesistenti e con l’aggiunta di altro bronzo. Si può pertanto legittimamente supporre che anche la campana maledetta non avesse sorte divisa. Le campane oggi in funzione portano tutte l’immagine di Gesù Crocifisso e quella dei santi cui sono dedicate, ma i volterrani le conoscevano con questi nomi e per questi uffici: il Campanone, che suonava il mezzogiorno; la Signora, che chiamava a raccolta la Compagnia del Nome di Gesù, e che scandiva il momento dell’Elevazione durante la Messa conventuale; la campana della Misericordia, i cui rintocchi avvertivano i fratelli della Compagnia distinguendo il richiamo per il servizio funebre da quello per il trasporto di un ammalato; la campana dei Cherici; la campana del Coro e la più piccola (del peso di 240 chilogrammi; pochi rispetto ai 1388 del campanone) che veniva sonata quando moriva un bambino come si diceva allora, un angiolino.