Questo studio offre un contributo alla conoscenza della vita familiare e quotidiana e dei luoghi di Volterra e delle sue pendici nel 1429 – 1430. Si basa sullo spoglio completo del registro 271 (più di 900 fogli) e parziale del 193 (enti religiosi), conservati nel fondo del Catasto dell’Archivio di Stato di Firenze.

Bartolomeo del Bava oltre alla spezieria aveva anche una conceria a S. Felice affittata dall’Opera del Duomo e teneva in bottega mercanzia stimata 2597 lire.

Una chalcinaia chon pelaghai atti a chonciare a Vallebuona invece era degli eredi Fei assieme al deposito del cuoiame in una casa di Castello occupata dai soldati.

Un terzo conciatore, Angelo Maffei, lavorava il cuoiame e la montella in una caldaia a Docciola, asciugava le pelli pelose appena tinte in una casa al Capo alle Coste e teneva in un’altra bottega dossi, choppie, vitegli, montoni, montanina, pelli pelose d’ogni ragione, grasso, segho, montine. Era debitore di una grossa cifra verso il beccaio Alessandro di Niccolaio, fornitore di materia prima.

Noti a Volterra erano anche i fratelli Gherardi (Francesco, Angelo e Niccolaio), che tenevano la conceria a pigione dall’Opera del Duomo, avevano una bottega di scarpette, e rifornivano di cuoio quasi tutti i calzolai cittadini che spesso, non potendo pagare i debiti, ipotecavano loro la casa o altri beni. Per la conceria stipendiavano un lavorante, Angelo di Vanni da Tonda di 24 anni, abitante in una casa della contrada di Borgo appigionata mese per mese.

Nel passato i Gherardi erano stati legati a Giovanni dello Spera che aveva avuto una sua conceria alle Fontanelle o Fontenuova presso S. Alessandro. AI tempo del catasto le eredi l’avevano affittata ai pellicciai Angelo di Goro e Gherardo di Lorenzo. Nell’azienda di Angelo di Goro lavorava anche il genero Riccio Machellini.

Una seconda conceria a S. Alessandro apparteneva a Ramondo Baldinotti ed era a mezzo con i canonici (o con la cappella di Tile, secondo un altro registro). Si trovava presso un botro, tiella a fitto il figliuolo di Biagio di Nieri.

Piccoli proprietari o lavoratori nell’arte della preparazione della pelle erano Nanni di Fede del Trusciola, Nanni di Lorenzo detto Cavallaio, Piero di Giovanni di Nuto (che aveva tre case a Fornelli, tiene nella sechonda masserizie atte alla choncia, nella terza un ronzino), Niccolò di Bartolomeo (con mezza conceria in Borgo) e Agostino di Francesco Berlinghieri (con bottega e deposito di pelli crude nella stessa contrada).

In città erano numerose anche le botteghe dei calzolai che vendevano scharpette e pianelle. I locali in gran parte appartenevano a famiglie abbienti o a preti e canonici. Alcuni artigiani dipendevano dalle famiglie che avevano prestato loro del denaro o affittato un locale. Altri invece erano riusciti a rendersi indipendenti dai fornitori: avevano animali, conceria e bottega propri e pertanto pochi debiti e una certa ricchezza.

Lavorava nella contrada di Borgo Antonio di Donato Tizia, pianellaio, debitore verso i Gherardi. Suo vicino (forse socio?) era Bartolomeo di Francesco da Siena, detto anche pellicciaio, che aveva affittato la bottega dall’arciprete e dall’arcidiacono e ricevuto un prestito dai del Bava per comprare la casa. Dichiarava anche un credito dagli eredi Landini; il suo ultimogenito di cinque mesi si chiamava Giusto.

Sempre in contrada di Borgo facevano i calzolai Meo di Domenico, Giusto di Bartolomeo di Micciano, con la bottega sulla Piazza affittata dal canonico messer Marino e un forte debito verso i Gherardi e Giusto di Nanni Fatagliani in un locale a pigione da Niccolò Simonetti. Il Fatagliani era anche vaiaio (il vai o era uno scoiattolo grigio dalla pancia bianca).

C’erano poi i giovani Paolo e Amerigo Rubini con le botteghe a pigione dal prete ser Vettore Covazzoni; Niccolò di Bartolomeo d’Arezzo con casa e bottega propria e un bel giro d’affari; e Salomone di Piero di Fazio, affittuario della bottega del canonico messer Iacopo. Salomone aveva molti clienti, tra i quali ancora gli eredi Landini, Iacopo Incontri, i Broccardi e i Buonafidanza.

Lavoravano invece nella contrada di Piazza i calzolai Neri di Giovanni Bonducci, con la bottega a pigione da Roberto Minucci; Simone di Antonio o Mone della Verde, in affitto da ser Michele Tignoselli; Cerbone di Simone di Giudicetto a pigione da Bartolomeo Paganellini; e poi Ghinuccio del Favilla; maestro Piero di Lorenzo a Lische; e Donato di Berto di Caio, affittuario dei Guidi e debitore verso i soliti Gherardi.

Nella vicina contrada di S. Angelo facevano i calzolai Giovanni di Cristoforo Romanello; Giovanni di Taviano infermo; e Antonio e Taviano di Arrigo d’Ormanno creditori di alcuni religiosi (l’arcidiacono Antonio e il canonico Lorenzo) e di un certo Antoniaccio da Firenze.

In contrada di S. Stefano invece era ricordato Marchionne di Checco di Giovanni di Grazia Landini che aveva casa e bottega presso la porta delle mura. Andrea di Comuccio sempre di S. Stefano, era un merciaio ma, secondo l’uso del tempo, teneva nel negozio, oltre a grascia (granaglie), sego e panni, anche cuoiame e scarpette.

Calzolai emigrati fuori Volterra erano Luca di Sighieri dimorante a Siena, Ambrogio di Ambrogio che stava a Pisa nella cappella di S. Sisto e Nanni di Michele Raschini trasferitosi a Montaione32.

© Paola Ircani Menichini, PAOLA IRCANI MENICHINI
III. Società e lavoro in città e nelle pendici, cap. 9, p. 48, in “Il Quotidiano e i luoghi di Volterra nel catasto del 1429-30”, Ed. Gian Piero Migliorini, Volterra, a. 2007
32 Speziali: Nanni di Taviano da Castelnuovo ff. 398r; 570v; 648r; Bonifacio di Donato e compagni f. 621r; Michele di Paolino f. 390r; Niccolaio Buonomo f. 248v; Agostino di Taviano f. 374r; calzolai: Luca Sighieri calzolaio ff. 120r; 637r; 671 v; 791r; Ambrogio di Ambrogio da Volterra dimorante a Pisa, v. CASINI, Il Catasto … , o.c., p. 187.