Anche D’Annunzio ebbe modo di notarla: «[…] Su una pendice del monte di Caporciano, arrossato dai filoni di gabbro che serrano la vena del rame, Montecatini di Val di Cècina mostrò il torrione quadrangolare dei Belforti […]» (Forse che sì forse che no, Milano, 1910).

Nel tracciare un breve cenno storico, occorre riportarci al Trecento, allorché riuscì ad affermarsi in Montecatini la signoria dei Belforti: l’importante casata volterrana emersa nel corso del Duecento tra le più cospicue e influenti della città. Grazie anche ai forti vincoli conla Sede Apostolica, un suo esponente, Ranieri, poté divenire all’inizio del Trecento vescovo di Volterra. Dopo un periodo di esilio, dal 1320 al 1340, Ottaviano Belforti, fratello del presule ormai defunto, pervenne a prendere il potere a Volterra e all’inizio del1348 aporre sulla cattedra vescovile il figlio minore, Filippo. È in questo contesto che si colloca l’affermazione della signoria dei Belforti su Montecatini: negli anni Quaranta del Trecento essi provvidero alla rifortificazione e al potenziamento delle strutture difensive, di cui restano cospicue tracce, in particolare la torre che porta il nome della casata, ed eressero nel castello anche un palazzo residenziale, attestato nel 1355.

La Torre Belforti fu edificata nel 1354 sui resti di una precedente fortificazione, per volere dell’omonima famiglia. Alta 28 metri, suddivisi in cinque piani, è una costruzione con base quadrangolare a scarpata, realizzata in selagite: la parte inferiore presenta una bicromia ottenuta con filari alternati di pietra chiara e scura. Le mura hanno uno spessore che varia da oltre tre metri alla base a più di due metri in alto. Tra le poche aperture situate sui lati, tutte ad arco e disposte in modo asimmetrico, particolare interesse rivestono due oculi strategicamente rivolti, uno verso la Fortezzadi Volterra e l’altro verso la Rocca Sillana.Dopo i Belforti, la torre, che fu anche sede dei capitani inviati dai Comuni di Volterra e di Firenze, appartenne ai Pannocchieschi, agli Inghirami ed ai Rochefort. Danneggiata dall’usura del tempo e dagli eventi bellici, è stata restaurata negli anni Sessanta del secolo scorso ed è ancor oggi di proprietà privata. (da M.L. Ceccarelli Lemut, G. Bertini, F. Rosticci, Montecatini Val di Cecina, Pisa, 2010, pp. 7-8, 11).

In attesa di studi più approfonditi sulla storia della Torre Belforti, che immagino siano a breve oggetto di pubblicazione, accontentiamoci di alcune piccole curiosità.

Nel 1839 – si rileva in Archivio Maffei, F. 146, p. 91 (Biblioteca Guarnacci Volterra) – il gonfaloniere della comunità di Montecatini V.C. reclamava la restituzione e la consegna della torre situata dentro il castello, allivellata per l’annua responsione di diciotto lire e due soldi alla famiglia Inghirami di Volterra, «stante che in conformità del sovrano motuproprio del 30 novembre 1782 doveva essere rassegnata alla comunità di Montecatini e per mero sbaglio dei ministri della camera di Firenze, fu concessa invece a quella di Volterra […]». Tuttavia vi è da dire – riporta Giovanni Batistini (Volterra da Napoleone a Porta Pia, Peccioli, 1993, pp. 93-94) – «che il magistrato volterrano si ribellò alla richiesta ed affermò che con la magistrale del soprassindaco Marmoraj, del 29 gennaio 1783, la comunità di Volterra venne immessa nel possesso della torre e della sua rendita e che ne era al godimento al di là di mezzo secolo, nel cui periodo resta prescritto qualsiasi diritto […]; molto più che la comunità di Montecatini non aveva mai avanzato nessun reclamo. D’altra parte sarebbe stato irriverente rifiutare doni concessi dalla munificenza sovrana e per queste ragioni il magistrato di Volterra denegò la richiesta».

Situata sulla parte più elevata dell’altura e componente essenziale del sistema difensivo del castello, la Torre Belforti, quest’opera architettonica di grande rilevanza storica e quindi di pubblico interesse, pur essendone da secoli il simbolo per eccellenza, mai è appartenuta alla comunità di Montecatini.

Abbandonata a sé stessa per lunghissimi anni, «il trascorrere del tempo l’aveva fortemente danneggiata nelle parti a nord a causa delle intemperie e dei fulmini, oltre ad essere stata depredata di pregevoli arredi di pietra. È stata salvata dalla distruzione» – ricorda Renzo Rossi nel suo Frammenti da una guerra (San Miniato, 2010, p. 172) – «grazie al dottor Emilio Iesi, industriale nell’importazione e torrefazione del caffè a Milano, ma grandissimo uomo di cultura che, dopo esserne entrato in possesso, nel 1967, vi apportò notevoli opere di restauro, curandone la conservazione con un attento ripristino originale, oltre a renderla abitabile».

Delle condizioni in cui versava la torre ce ne dà atto già Giovanni Targioni Tozzetti nel resoconto del suo “Viaggio da Ligia a Caporciano” effettuato nel novembre del 1742 (Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana per osservare le produzioni naturali, e gli antichi monumenti di essa, Firenze, 1769, Ed. II, Tomo III, p. 146), in cui accenna ad «un Torrione quadro, o Rocca di salda fabbrica, ma danneggiato molto dai fulmini, e pare fabbrica del Secolo XIII», posta in cima ad un «Castello in gran parte rovinato».

Circa un secolo dopo, Attilio Zuccagni Orlandini nel suo Indicatore topografico della Toscana Granducale (Firenze, 1856) ci trasmette che «nella maggior sommità del colle su cui sono sparse le abitazioni del moderno castello, resta in piedi una gran porzione dell’antica torre».

Della precarietà della Torre Belforti, quando nei primi del Novecento faceva parte delle proprietà Rochefort, ne abbiamo conferma, d’altra parte, anche da un aneddoto riferitomi un po’ di tempo fa dall’amico Fabio Tonelli.

Pietro Emilio di Rochefort (figlio del barone Federigo) e Antonio Simoni, agente della fattoria di Buriano, erano legati da sentimento di profonda amicizia. Tanto erano amici che il barone Emilio e la sua consorte, Anna Ottavia marchesa di Chabannes La Palice, chiamarono Antonio il loro erede maschio, mentre Antonio Simoni, a sua volta, diede ai figli il nome di Ottavia e di Emilio. Ventitre anni più tardi, quando nel 1927 Emilio Simoni, divenuto anch’egli fattore di Buriano, si sposò, il Rochefort volle fargli un regalo un po’ particolare: la Torre Belforti di Montecatini, con i suoi beni accessori. Un dono senza dubbio importante, che però, a causa del non indifferente impegno relativo ai lavori di ristrutturazione e alla successiva manutenzione, Simoni, suo malgrado, fu costretto a declinare.

Negli anni Sessanta, poco prima del restauro operato da Iesi, il degrado era poi giunto ad un punto tale che don Mario Bocci, archivista diocesano e arguto storico di cose volterrane, chiudeva il suo articolo La Torre dei Belforti a Montecatini (in “Volterra”, a. II, 1963/II) con questa considerazione: «[…] Attualmente sappiamo che è in possesso di privati; ma, come avvenne già al tempo delle favole allorché ai montecatinesi, premurosi delle sue sorti, fu suggerito cucirle una camicia, i ladri (che tali erano a suggerire) gliela scorciarono la stessa notte; così oggi, mentre ne sto rievocando la storia per pochi amatori, mi consta che l’usura del tempo e l’incuria degli uomini ne sta sconvolgendo, nonché la camicia, ma l’intima compagine delle sue belle pietre. Mi dicono che nei grandi saloni tutti vuoti nidificano i gufi e cantano gli assioli, mentre dalle feritoie aperte sulle vallate profonde e sui panorami sconfinati irrompe con violenza il vento unico e vero padrone, e cala fredda la pioggia a dilavare le troppe ferite scavate dal gelo».

Molti a Montecatini ancora oggi potranno avvalorare la descrizione di don Bocci, magari apportando un distinguo relativo ai volatili che allora invadevano i saloni di quel grande rudere da tutti conosciuto come la “Torre delle cornacchie”.

Provvidenziale, in mancanza di interessamento e di un conseguente perentorio intervento da parte di un soggetto pubblico, fu quindi il restauro operato da Iesi circa cinquanta anni fa.

In caso contrario, chissà? Forse oggi saremmo costretti ad annoverare anche la Torre Belforti tra le varie e non indifferenti perdite dei fasti del passato di cui, per indifferenza, ignoranza e (non ultimo ma non necessariamente quale causa principale) scarsità di risorse, il paese è stato vittima impotente. E ormai da anni – è sotto gli occhi di tutti – ne sta pagando le conseguenze.

© Fabrizio Rosticci, FABRIZIO ROSTICCI
La Torre Belforti, in “La Spalletta”, a. 18 gennaio 2014