Il mio reinserimento nella vita cittadina non presentò eccessive difficoltà. A onor del vero mi sentivo un po’ spaesato anche se la mia assenza non datava da molto. Erano accaduti nel frattempo avvenimenti di importanza storica, quali la caduta del fascismo al 25 di luglio, ed io non avevo potuto seguire da vicino le ripercussioni.

Il fatto mi aveva colto a Firenze, sempre da richiamato, e anche lì, fatta eccezione per quanto avevo potuto dedurre da me o ascoltando i commenti fra la truppa, la situazione mi appariva tutt’altro che chiara. Ritengo che gli Ufficiali, inferiori o superiori, ne capissero molto di più.

Quel «la guerra continua» e «ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra» dell’annuncio badogliano anziché fornire un barlume aveva ancor più ingarbugliato le cose. Ed ero più che certo che per i nostri condannati fosse riuscito di grande sollievo l’incarico di provvedere al mantenimento dell’ordine pubblico, incarico facile che esimeva dal dover pensare e decidere per un’iniziativa qualsiasi.

Per oltre un mese la periferia fiorentina, ogni notte, aveva riecheggiato lo scroscio in cadenza dei nostri scarponi chiodati mentre noi, in pattuglioni di 30, si rappresentava l’unico segno di vita per le interminabili strade. Ogni tanto si fermava qualcuno, ma era sempre un fornaio, o un dottore, o un ferroviere, sempre muniti del relativo permesso. Di giorno si dormiva nella rimessa dei tram, vicino all’Affrica, consegnati, fra i pestiferi miasmi degli accumulatori sotto carica. E lì ci si annoiava, ma di notizie non arrivava quasi mai nulla: sembrava che dopo un po’ di subbuglio nei primi momenti, dopo qualche più o meno riuscito tentativo di linciaggio dei fascisti più compromessi, tutti fossero rimasti in attesa di qualcosa di nuovo, senza neppur sapere che cosa sperare. Si diceva pure che i pochi militari tedeschi, sorpresi essi pure, o stufi della guerra, o visto il caso tinto, avessero fraternizzato con la gente.

Ma di quel ch’era accaduto a Volterra non sapevo nulla. Qualcuno mi riferì poi che Beppino, che aveva l’ambulatorio all’angolo di Via Turazza, appena saputa la notizia, aveva spalancato la finestra e verso la Piazza dei Priori avesse gridato a gran voce (e la voce non gli mancava) la propria esultante soddisfazione. Ma non dovevano essere accaduti eventi sensazionali o di qualche rilievo, perché non ne ebbi sentore. Oggi i fatti sono tanti e persone di età cui mi sono familiarmente rivolto per evocare ricordi e impressioni del momento non mi avevano granché illuminato.

Non successe nulla. Dico nulla, naturalmente, in confronto a quanto ciascuno si augurava o temeva. Anche perché la notizia giunse la sera tardi del 25 e colse di sorpresa quei pochi che la conobbero.

Parecchi non lo seppero tant’è che il giorno dopo e, per averne conferma una piccola folla s’era riunita in Piazza, davanti alla bottega del Bartolini (l’attuale punto-vendita della Cooperativa Alabastro); c’erano vecchi fascisti ancora col distintivo all’occhiello, ancora in divisa o camicia nera, e fascisti all’acqua di rose, e pseudo-fascisti e gente qualunque. Attendevano la ripetizione del comunicato radio, che venne e fu ascoltata nel più silenzioso disorientamento. «Non successe niente». Non un’invettiva, non una minaccia, neppure sottovoce.

Quella sera era domenica e c’era una cena al Nazionale (poca fantasia per immaginare da chi e per chi potesse essere organizzata la cena); mangiarono e bevvero parecchio e tornarono a casa dopo mezzanotte… Quelli, di certo, non sapevano nulla.

Però un po’ di confusione ci fu in Via di Sotto. Qualcuno lo cercarono anche laggiù al Manicomio, ma non so cosa successe. In Via Roma, la mattina del 26 o del 27 un uomo andava all’Ospedale col viso sanguinoso. Non saprei dire chi fosse, ma ci andava da sé.

Minicchio, invece, si espresse diversamente: «Nei Borghi si seppe subito da quelli ch’erano usciti dal cine, e s’era fatta un po’ di manifestazione. Poi venne a bottega un carabiniere e mi disse che il Maresciallo Raciti mi voleva parlare. Mi toccò andarci, e in caserma mi raccattai anche un ceffone grosso così. Poi mi portarono al Mastio. Toccò anche a dell’altri (e mi ha fatto quattro o cinque nomi fra cui Mario Giustarini). Toccò anche a NeIlo Bardini e a Emilio Grandoli, ma quelli li portarono a Firenze, mentre io finii a Pisa.»

La testimonianza mi lasciava perplesso sull’attendibilità completa in rapporto al momento. Erano passati tanti anni e a Minicchio ponevo un riferimento preciso: il 25 luglio del 1943; al massimo il 26. Cercavo di farlo ricordare, di non confondere un momento con un altro: prima prima del 25 luglio? O dopo? O l’8 settembre? O dopo ancora?

Minicchio insistette per la prima versione.

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Dal fatto emerge la figura del Marescialllo dei Carabinieri, che non è facile inquadrare in una cornice di logica. Raciti, fino ad allora, notoriamente non era stato uno stinco di santo (poi diventerà anche peggio). Era stato un rigido applicatore di coercitive disposizioni e di suo ci aveva aggiunto tale durezza da renderlo inviso ai suoi stessi collaboratori. Lo si diceva corrotto e corrompibile con un salame o un fiasco d’olio. Fascista per convinzione personale o per ragioni d’impiego, o per tornaconto, agiva in perfetta armonia coi gerarchetti della piazza e non si faceva pregare per dargli una mano.

L’arresto di Minicchio e degli altri si può anche spiegare: superiori disposizioni generali per l’ordine pubblico, coprifuoco, pattuglie raddoppiate e sacramentale «circolare, circolare», permessi notturni a fornai, medici, levatrici, infermieri, …ma quel ceffone?

Qui il personaggio esce davvero di logica: disinformato? Forza dell’abitudine? Incoscienza? Voltagabbana da battibaleno? Donchisciottesco paladino che s’illudeva di rialzare con le proprie spalle tutto il crollato Regime? Perché non è pensabile in lui tale lungimiranza da fargli prevedere, allora, che dopo un paio di mesi si sarebbe trovato ancora in sella e con coltello dalla parte del manico.

A Roncolla risedeva un Comando di Corpo d’Armata e ai Cappuccini era acquartierato un reparto di Bersaglieri, con probabilità a disposizione del Comando stesso, e che furono naturalmente impiegati di pattuglia in servizio di ordine pubblico. Così fino all’8 settembre e a tale data questi militari, più fortunati di tanti loro commilitoni, poterono con facilità disimpegnarsi e tornarsene a casa. Il Comando sparì, così com’era venuto.

Fra il 9 e il 10 i volterroni richiamati o in servizio di leva, che erano riusciti a rimpatriare col treno o con la Sita, al loro arrivo avevan la brutta sorpresa d’essere accolti e raccolti dai Carabinieri e accompagnati in Caserma, in Via dell’Ortaccio e trattenuti in quell’angoletto, allora chiuso dal muro, ch’era davanti all’autorimessa. Non sembra che fossero usate violenze e dopo una laboriosa registrazione di nomi, cognomi, reparti e indirizzi, nella giornata del 10 furono rimessi in libertà. Giusto in tempo, perché nel pomeriggio giunsero i tedeschi, e occuparono la Piazza, e misero mitragliatrici a ogni sbocco.

Il Maresciallo Raciti, sapeva, o non sapeva? Fu per caso, che Ii lasciò andare, o non si volle addossare anche la criminale responsabilità di consegnarli ai tedeschi?

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lo, la prima visita la feci a Umberto Borgna, lassù al Giardinetto. Ci si conosceva da anni, da quando io ero ancora un ragazzetto, e lui era stato sempre la mia ammirazione: era un bel giovane, aveva fatto la guerra del 1915, era distinto di modi, colto, abilissimo ballerino e pattinatore. Ne provavo soggezione. Poi fui accolto anche dalle sorelle e fui come di famiglia per anni e anni, mattina o sera, partecipe di ogni lieta o triste vicenda, anche minima, anche di quelle che si chiudono gelosamente fra le pareti domestiche.

Non ricordo esattamente la data, ma son certo di non errare di molto se la pongo al 12 settembre. Fui accolto con la cordialità consueta e la nostra conversazione s’imperniò sulle vicende del momento. lo raccontai di Firenze, poi fui informato di quant’era accaduto durante la mia assenza, tutto quel che avviene fra ottimi amici che si ritrovano.

Umberto, però, doveva aver assunto già da tempo un atteggiamento politico, e forse già era in contatto sul posto con altri che dalla caduta del fascismo si attendevano sviluppi poi non verificatisi, e che ora intendevano dare un indirizzo agli eventi, facendo qualcosa.

Ma tutto questo non lo sapevo, tant’è che fino ad allora la mia avversione al Regime, più che sul piano criticamente ideologico, poggiava su precedenti che mi avevano toccato da vicino, o che avevano toccato miei amici; ma che investivano direttamente i gerarchetti del luogo presso i quali da qualche anno non godevo più fama di elemento gradito e malleabile. Anche per certi screzi, per certi rifiuti, per certi scontri, lì per lì accantonati con un – beh, pazienza! – ma tenuti in serbo da una parte e dall’altra.

Son sicuro che non mi parlò subito della sua attività mentre io, ormai a casa e non eccessivamente preoccupato per la mia precaria posizione militare, non gli feci mistero della mia rabbia per lo sfacelo dell’Esercito, per la rinuncia alle possibilità difensive e offensive di cui disponeva. L’avevo un po’ con tutti: in primo luogo coi tedeschi che non avevo mai potuto soffrire, e coi fascisti; ma anche coi nostri capi e anche cogli Alleati. Provavo un senso molesto di umiliazione anche per la mia fuga, umiliazione assurda, se si vuole, ma che le notizie di sporadiche, sanguinose e accanite opposizioni di certi reparti rendevano più cocente.

Ho qui sott’occhio il numero unico stampato sotto la data del 9 luglio 1954, ricorrenza del Decennale della liberazione e vi figura un articolo a firma di Umberto, dal titolo «Il C.L.N. di Volterra», che comincia con queste parole: – Non è compito facile ricordare uomini e fatti ormai lontani nel tempo… Era vero già allora, che erano passati solo 10 anni, e l’articolo stesso, nel contesto e nella citazione delle date «lontano ottobre e nel dicembre 1943», dà l’impressione che l’estensore sia stato tradito dalla memoria per una più esatta collocazione dei fatti nel tempo.

Il C.L.N., sia pure senza la sigla ma con identici scopi doveva essere sorto già prima del dicembre, data della sua costituzione ufficiale, e prima anche dell’ottobre, momento fissato da Umberto per gli incontri clandestini in casa di Gigi Fanucci, perché fra il 15 e il 30 di settembre io ero già andato nel bosco di Tatti con Cùccheri, Bibbia e Renzo Ricci (in sostituzione di Còrso, momentaneamente fuori di Volterra) che era con noi solo per conoscere l’itinerario e far da guida al fratello maggiore in caso di sopravveniente necessità. Beppe Giudici, mio cognato, come più esperto dei luoghi, ci accompagnò fino alle prime propaggini della macchia e presi accordi per eventuali messaggi tornò indietro.

Noi si rimase sei giorni nel bosco.

Altra occasione si presenterà per trattar l’episodio: m’è venuto di ricordarlo soltanto per chiarire come già allora Umberto perseguisse uno scopo preciso, certo in accordo con altri, se m’aveva dato incarico di tale spedizione, tesa a reperire vecchi capanni di carbonai abbandonati, e in qualche modo riattarli, dove far rifugiare momentaneamente giovani soggetti a coscrizione militare od altri comunque obbligati a lasciar la Città.

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Si avvicinava a gran passi l’apertura delle Scuole elementari e ciò costituiva per me, titolare da poco in S. Lino, un bel pasticcio: rientrare in servizio facendo finta di nulla, voleva dire riscuotere uno stipendio (che poi riscossi solo 8 mesi dopo), ma anche essere imbottigliato in un’aula, ad ora fissa e per conseguenza a completa disposizione di chi avesse gradito pescarmi: non rientrare valeva dire non solo rinuncia al mangiare per me e per i miei, ma anche dar subito nell’occhio, giocare a carte scoperte una partita in quel momento perduta.

Era Direttrice la Signorina Baldini (se pur non sempre serena) mia buona amica, colta, intelligente, ma acuta nei suoi giudizi anche politici. Da parecchio lei aveva visto più lontano di molti, e imprudentemente non faceva mistero di critiche e previsioni. Forse proprio per questo, pur se la mia ancor nebulosa visione di un auspicato futuro non sempre aderiva alla sua, ci sentivamo vicini nella trepida attesa.

Ma a S. Lino non ci s’era soltanto noi due: nell’ambiente scolastico, per anni e anni amorosamente coltivato dal Regime come vivaio di gregari con cui quadrare le baldi legioni, s’incontravano persone di vario sentire. Le anziane, agnostiche politicamente e, semmai di ispirazione religiosa, costituivano la maggioranza e, sia pure senza entusiasmo, si erano adattate a legar l’asino dove voleva il padrone. E in quel periodo, dopo lo scossone del 25 luglio, nessuno più sapeva dove l’asino si dovesse legare: una posizione d’attesa e un gran desiderio di restare nell’ombra più che possibile.

La Diomira invece, carattere autoritario poggiato su di una lunghissima tradizione di fascismo antesignano, che solide radici di ambiente avevano sollevato ai più alti fastigi raggiungibili nella professione, s’era subito ripresa. Non solo, ma resa più aspra dalla bruciante umiliazione poco prima subita. Aveva intravisto la possibilità di un ritorno in auge, con in più la grande occasione di salvare un’altra volta la Patria e d’impugnare le redini di tutta la scuola. Così la Direttrice Baldini, insidiata, minacciata, spaventata da quanto poteva pioverle addosso, altro non poté fare che sparire e rifugiarsi presso amici in qualche posto del pomarancino.

Nella scia della Diomira s’era mosso anche Giulio, collega di mite carattere, forse in buona fede, ma incapace di odio. Gli avevo detto una mattina nel corridoio: – Giulio, vendila, la divisa da capomanipolo, ora ci pigli qualcosa; tra un po’ non ci pigli più nulla. – Ero certo di non rischiare e lui ci aveva fatto una risata. In seguito si lasciò invischiare di più e accettò di essere Delegato alla Firma dello Stato Civile nell’effimera amministrazione repubblichina. Mansione più che altro decorativa, ma che poi gli fu fatta pagare un prezzo sproporzionato, come succede sempre ai pesci piccini. E io cercai di aiutarlo, e poco dopo morì, giovane, lasciando una moglie e tre bimbi piccini.

Questo, a S. Lino, alla fine del 1943.

La scuola elementare s’era riaperta forse con qualche giorno di ritardo; il Maresciallo Graziani aveva già fatto il suo discorso a Roma il 25 settembre, i vecchi fascisti, forse loro stessi meravigliati che le cose fossero andate così lisce, timidamente riprendevano fiato, i tedeschi procedevano tranquilli ad una loro duratura sistemazione in Città.

Sui muri apparivano i primi manifesti che invitavano gli sbandati alla ricostituzione dell’Esercito, e si rivolgevano agli sbandati perché si presentassero di nuovo ai Distretti, e facevano leva su sentimenti di lealtà e di onore che non commuovevano più nessuno. Il Maresciallo Raciti diventava sempre più maresciallo.

Dall’incerto magma di vecchio, nuovo e nuovissimo, intanto emergevano anche figure rimaste fino a poco prima in secondo piano, che si davano subito gran d’affare per stimolare e incoraggiare dubbiosi camerati, già troppi esposti, che ora non credevano più, che non se la sentivano di aggiungere altre responsabilità a quelle purtroppo già maturate in passato.

Tra i primi era il tristemente ben noto «Sor Luigi» e accanto a lui incredibile, (ché era stato fino allora un bravo ragazzo), Renzo il ragioniere, e Manlio, che non avevo mai visto prender nulla sul serio, né famiglia, né impiego e nemmeno il fascismo: ne potrebbero ancor oggi far fede certi suoi scritti mordacemente satirici, assai diffusi, che non avevano risparmiato nemmeno i gerarchetti locali. E accettò di diventare Podestà.

Una specie di smania, quasi un sacro furore (che però poteva anche essere paura d’una resa di conti) spinse in ribalta anche come Testine, Miliotto, Gote, il Buzzaio e ancora e ancora di già navigati. Ma la corrente trascinava anche giovani e giovanissimi, da poco o non ancora usciti dalle file degli avanguardisti, la cui preparazione politica non andava più in là degli slogan ufficiali stampigliati sui muri e siglati con una «M» maiuscola.

Che cosa esattamente volessero probabilmente neppur loro sapevano, se si toglie l’ambizione a primeggiare, sopraffacendo chi non poteva reagire con una sguaiata prepotenza che sbandieravano come coraggio ed altro non era se non ombra portata dell’appoggio tedesco. Basti citare il Gatto, Carlo, Giampaolo, Boccale ed altri più giovani, quasi ragazzi, E guai, purtroppo, anche grossi, ne fecero: in ultima analisi forse più a se stessi che agli altri, ché seminarono odio e poi ne raccolsero frutti abbondanti.

Sui muri spiccavano proclami che intimavano la consegna di tutte le armi, da guerra e da caccia, pena le più severe sanzioni e, come prevedibile, fu subito un affannoso nascondere di doppiette, e un sostituirle con vecchi catenacci, che presero la via della Caserma dei Carabinieri. Di armi da guerra c’era ben poco: solo qualche fucile scassato, cimelio di guerre trascorse, rimasto in casa come ricordo, e le pistole d’ordinanza, dotazione di ex-ufficiali. Ma di queste, poche, poiché molti erano richiamati e le avevano con sé.

Chi le considerava roba troppo scottante ma nello stesso tempo voleva eludere l’imposizione, le passava di nascosto ad amici e conoscenti più arditi.

Le direttive che ricevevo da Umberto erano appunto di raccoglierne più che potevo e di consigliarlo agli amici: comunque di non farle consegnare.

La Signorina Bianchi, mi ricordò, mi chiamò per affidarmi un fuciletto da capanno e un antico Veterly, lungo come la fame, che ci fece ammattire, me e Antonietta, per trasferirlo, di giorno, da S. Michele ai Marmini da Cassola: lo portava lei, indossando un mio impermeabile per mascherarlo, ma a capall’ingiù, la canna picchiava in terra; a capall’insu, sporgeva di mezzo metro sopra la sua testa. Non credo che, malgrado ogni possibile disinvoltura, si sia potuti passare inosservati.

Mino Bessi mi fece avere una bellissima pistola a due canne, tipo sceriffo del West, tutta ricamata in argento che era una bellezza, lunga mezzo braccio e con certi buchi di canne, che c’entrava benissimo un toscano e i fiammiferi per accenderlo.

L’allora «maestrino» Innocenti, che abitava nella villetta del Mori, mi portò laggiù nel boschetto e lì mi affidò una 6,35 che tolse di sotto un mattone, già un po’ rugginosa, ma a quanto sembrava ancora efficiente.

Notevole il fatto che si trovavano armi, ma niente cartucce. Problema questo che rimarrà quasi senza soluzione fino in fondo, anche se Valentino Cossio che aveva la ferrareccia per lo Sdrucciolo di Piazza, prima di obbedire al bando, mi chiamò in bottega e mi regalò, dico regalò, tutte le cartucce di tutti i tipi che aveva fatto sparire dall’inventario. Bel gesto, senza dubbio, ma più che altro simbolico, perché quasi nessuna, per calibro e forma, si poteva cacciar nelle canne.

Il nostro arsenale, che poi costituì il primo armamento degli organizzati in Città, comprendeva anche due belle pistole da duello, cromate, ma a un colpo solo, una walter 6,35 da signora e una rivoltella a tamburo a canna corta, con ben sei proiettili, che poi diedi a Tobia quand’era nel bosco, perché l’adoperasse in caso disperato.

© Pro Volterra, LORENZO LORENZINI
“L’altalena del ’43”, in “Volterra”