Questo studio offre un contributo alla conoscenza della vita familiare e quotidiana e dei luoghi di Volterra e delle sue pendici nel 1429 – 1430. Si basa sullo spoglio completo del registro 271 (più di 900 fogli) e parziale del 193 (enti religiosi), conservati nel fondo del Catasto dell’Archivio di Stato di Firenze.

Gli edifici necessitavano sempre di manutenzione, o di acchoncimi, come si diceva allora, e i volterrani non badavano a spese per mantenerli in buono stato. Taviano Buonamici ad esempio teneva presso di sé 3 legni da tetto, 80 travicelli di chastagno, 80 travicelli di 4 braccia e un terzo, 80 travicelli di 3 braccia e un terzo, 12 chorrenti, gli servono per rachonciare la chasa sua.

Nanni Bondiucci aveva incaricato Giovanni da Modena maestro di pietra a rifare e racchonciare la chasa del podere di Fibbiano, cioè il solaio e le mura della chasa e del frantoio e la chasa di sopra e la stalla e la chasetta di sopra e quella della parte chol forno chon torre è alta sei braccia… l. 32.

Anche l’Opera del Duomo stava facendo dei lavori importanti in santo Giovanni che chadde il tetto e rifassi le volte e non tiene e choprissi di lastroni che vi si lavora ogni dì, spenderasi a giudicio di maestri l. 600. Utilizzava due edifici nelle contrade di Borgo e di Piazza per deposito di legname.

I «maestri» di cui si parla, erano i muratori-scarpellatori. Alcuni provenivano dal nord Italia ed erano detti lombardi, come Giovanni da Modena con i chonpagni ricordato da Angelo Maffei. Un altro Giovanni lombardo o Giovanni di Michele invece abitava a Monteverdi e in città aveva lasciato dei debiti considerati perduti. Un terzo maestro, Piero lombardo, aveva aiutato a murare Iacopo Incontri (per 17 lire e 10 soldi), Iacopo Borselli e Niccolaio Ciampolini, lasciando un debito verso Cecco di Niccolaio per calcina. C’erano poi Giannuccio di Beltrame e un certo Cristoforo che avevano avuto affari col fornaciaio Pellegrini, e una chonpagnia da Chomo non bene descritta, ma citata a proposito di Barzi di Niccolaio e del falegname Nanni di Gamberino acquirenti per essa di tavole-canne.

Era invece un maestro di pietra e scarpellatore toscano che lavorava in città Ambrogio di Vanni da Fiesole, già noto nel territorio fiorentino. Suoi datori di lavoro erano le eredi Magagnini (assieme a Giannuccio di Beltrame), Niccolaio Mannucci, i della Bese, Nanni di Guiduccio e Bartolomeo Paganellini.

Infine i muratori volterrani erano due. Uno si chiamava Simone d’Antonio Baroncini o Simone d’Antonio Pesce Biondo di 31 anni, vedovo, della contrada di S. Angelo. Abitava fuori città: Simone d’Antonio da Volterra maestro di murare sta a pigione in una chasa di Nanni di Puccio a Pomarance, ma vi deve murare e la deve tenere ogni anno. Ne aveva approfittato per costruire per Pietro di Carlusino e per il Comune del luogo, rimastogli debitore per lavorio e chalcina.

Il secondo maestro cittadino – atrappato della ghanba –, era Giovanni di Nieri di 34 anni, della contrada di Borgo. Aveva costruito il campanile della chiesa di S. Giusto (per 100 lire), e fatto altri lavori per gli eredi dell’ebreo Buonaventura, Taviano Buonamici, Ercolano Contugi, Parugio Contugi, Niccoloso Rapucci, Mercatante Guidi. Era debitore di 152 verso il mattonaio Salvestro di Lorenzo.

Sono citati solo occasionalmente nelle poste lo scarpellatore Domenico di Sandrino e un muratore Bartolomeo, debitore che non stima di Giovanni di Pace.

Per quanto riguarda le fornaci di laterizi, Antonio Broccardi e Piero Fantozzi ne avevano messa su una nel passato: una fornace, anchora non hanno fatto ragione, si chominciò circha 30 anni fa. Non sappiamo però se fosse in esercizio nel 1429-30.

Era invece certamente in produzione quella di Salvestro di Lorenzo di Piero di Porta a Selci, e sfornava all’anno mattoni crudi 4 migliaia; mezzane crude 5 migliaia; mattoni chotti 8 migliaia; mezzane e pianelline 7 migliaia; tegholi 1 migliaio; chalcina moggia 20. I clienti erano i Frati Minori, il camarlingo del Comune, Paolo di Buonafidanza e Giusto di Bartolomeo spedalieri di S. Maria, l’ortolano Giovanni Balbafolta, il conte Bernabò, Bartolomeo Paganellini, Iacopo di Tomme (per mattoni e chalcina l. 34) e altri.

Un’altra fornace era ricordata da Niccolaio d’Antonio Pellegrini che aveva una casa al Ceragio di Porta a Selci nella quale fa il gesso e chuocivelo dentro; mentre in un pezzo di terra … ha fatto una fornacetta che fa chalcina e mattoni, tiella a livello dai frati di santo Andrea.

C’erano poi la fornace e il fornello da calcina di Paganello di Ventura, affittati dai Fei. Si trovavano alla Fornace o vero Papignano, e l’uomo dava, ogni chotta che vi fa, ai detti eredi l. 17 e questi li dà perché tiene dai detti eredi l. 400 e per questo dà l’anno l. 17 per chotta; deve dare l. 580 ai detti eredi. I clienti di Paganello erano il muratore Simone d’Antonio Pescebiondo e la dogana del Comune.

Gli eredi Fei possedevano un’altra fornace atta a fare tavole e mattoni nelle pendici alla Fornace di Guidaccio; viene ricordata anche nella posta di Cione di Barzone di Guidaccio da S. Giusto, forse ex proprietario: un pezzo di terra sopra il quale è una fornacella da mattone posta a Montarso.

Altre fornaci erano sempre a S. Giusto (un fornello da chalcina sulla terra dietro la casa di Ambrogio di Santino di Ghese); e ad Era, presso il torrente Strolla, di proprietà di Cecco di Niccolaio di Cecco e dei figli, quest’ultima edificata sul terreno di Vittore di Guardino da Ulignano (una casa chon fornello atta a chuocere chalcina) al quale pagavano la pigione.

Infine sono citati Cecco e Gherardo di Niccolaio del Nero (Cecco e Gherardo del Salvagna fornaciai) che avevano in più una bottega nella contrada di S. Stefano.

Lavoravano nel settore anche i broccai e gli stovigliai. Iacopo di Bertolo da Brescia, con casa e bottega in contrada di Borgo, era venuto ad abitare a Volterra chon quelle esenzioni della città [concesse agli artigiani forestieri]... e di questo ha ricevuto gharanzia dai Priori.

Era invece un broccaio volterrano Antonio di Nanni Naldini che forse lavorava nel luogo detto Fornace, mentre Giovanni di Giusto Capucini detto Buonmaggio aveva un casalino e due fornaci che adopera per il mestiere suo, accanto alla casa di Porta a Selci.

Sono ricordate poi la fornace e il negozio dei fratelli Gherardo e Antonio di Bono Corsini (trovasi in bottegha masserizie e lavorio) nella contrada di S. Stefano e, non molto lontano, la casa e la bottega di stoviglie con tanta merchanzia dentro di Matteo di Barnaba di Michele da Firenze.

L’orciolaio Simone di Nanni di Michele da Montelupo, è citato una volta sola nella posta di Angelo Maffei, senza altre notizie. Michele d’Andrea vasellaio da Volterra infine lavorava a Pisa in una bottega affittata dai Gaetani.

Riguardo al grande insieme delle masserizie, cioè dei mobili e degli utensili di uso quotidiano di una casa, troviamo citate nel catasto le pentole del rigattiere di Piero di Lorenzo di ser Lotto di Porta a Selci e di Michele Maffei di S. Angelo; e i bicchieri della bottega di Nicoluccio da Gambassi nel Chiasso di Luca Fornaio.

Il cuoco Giovanni di Piero da Gragnuolo invece dichiarava di avere in chasa oltre al suo bisogno due letti dal valore di lO lire; Nanni Nardi e i familiari, al tempo che stavano forestieri a Volterra, prestavano masserizie di letta e d’altro e dice sono rimaste loro l. 80. Anche i Cicini avevano una casa in contrada di S. Angelo per nostro uso chon un letto quando si ridiciesse dentro e 4 botti di vino per vendere sechondo i tenporali (quando vi era convenienza o meno).

Infine ser Bartolomeo Cafferecci nei beni ereditati dallo zio ser Giusto pievano di Casale deceduto elencava: … una botte da vino da 12 some; un chopertoio [coperta] a liste gialle e rosse; un chopertoio a gigli; un ghuancialetto; un paio di lenzuola; una tovaglia di 5 braccia [circa m. 2,50]; 2 tovaglioli a rame; 2 paia di pannilini; 5 tasche nuove da grano [per la semina]; un chonchone [catino per fare il bucato].

Lasciamo ricordare al lettore le altre masserizie della casa: il tavolo, le sedie, le cassapanche per i vestiti, le casse o gli scaffali per i libri dei notai o dei maestri, i tappeti. All’epoca la gente comune aveva ciò che era necessario, con pochi agi e superfluo. Chi invece voleva ostentare ricchezza teneva denari, gioie, vasi preciosi, e altre massarizie e ornamenti della casa (Bartolomeo Cavalcanti)24

© Paola Ircani Menichini, PAOLA IRCANI MENICHINI
III. Società e lavoro in città e nelle pendici, cap. 2, p. 36, in “Il Quotidiano e i luoghi di Volterra nel catasto del 1429-30”, Ed. Gian Piero Migliorini, Volterra, a. 2007
24 La sotto stima delle case per ridurre l’imponibile non è evidenziabile, cfr. FIUMI, Popolazione…, o.c., p. 154. Altri esempi: la casa di Mosca di Giusto in Porta a Selci valeva 56 lire, f. 12r; la casa di Fiammetta Belforti presso via delle Prigioni, 160 lire, f. 314r; una casetta in Borgo Nuovo di Michele Incontri, cadente, 10 lire, f. 391 v; dello stesso fuori Porta di S. Stefano, 20 lire, Ivi; una casa di Via Nuova era stata venduta dai del Liscia ai Cardini per 500 lire, f. 135v. Su Ambrogio di Vanni da Fiesole e altri lavori a Firenze, v. nota 9; Domenico di Sandrino, f. 124r; muratore Bartolomeo f. 204r; Bartolomeo oste a Bibbona f. 299v; Simone di Nanni di Michele orciolaio da Montelupo f. 308v; Michele d’Andrea vasellaio a Pisa, cit. in CASINI, Il Catasto…, o.c., 801.