Martino di Cione di Maglio era sempre stato un tipo particolare, grande come un orso, ispido come un riccio, libero come un falco, cattivo come un lupo ma, soprattutto, pericoloso come una vipera. Oggi voglio raccontare la sua storia e voi potete crederci o meno, ma quello che io vi racconto è quello che successe veramente nell’anno del Signore 1386.

Circa venti anni fa, anno più anno meno, Martino, o meglio Martincione, era già un personaggio che puzzava di morte. Il magistrato di Volterra aveva già condannato alla forca sia lui che i suoi compagni; la banda era composta da sette delinquenti della peggiore risma che scorrazzavano nei territori del volterrano, di Casole e di S. Gimignano, commettendo delitti, ruberie e soprusi di ogni genere.

Martincione era nativo di Cavallano di Casole D’Elsa, gli altri venivano da Volterra, da Castelnuovo d’Elsa, da Libbiano e da Montegemoli; tutti con un destino già scritto: la forca, la picca di un soldato o il forcone di un contadino. Le loro mani erano così lorde di sangue che nemmeno tutta l’acqua del fiume Cecina avrebbe potuto mondarle; i loro occhi, cisposi come quelli dei cani randagi, avevano inflitto le più atroci sofferenze e negli occhi delle loro vittime, avevano visto la paura, l’orrore e la morte.

Ma nessuno di loro aveva intenzione di pentirsi, non avevano nessun rispetto né per gli uomini né per Domine Dio ma, a voler essere veritieri fino in fondo, molti dicevano che un padrone lo avevano; era esso il piacere malsano che provavano nel violentare, torturare e uccidere. Non era la sete di ricchezza o di potere a governare le loro menti e forse non era nemmeno la loro follia, forse dietro a loro c’era una guida più paurosa, un artiglio più adunco, un ghigno più terrificante. Dietro Martincione e la sua banda c’era il Demonio.

Ma la fine della pericolosa banda si appressava e tutto iniziò una notte del Novembre dell’anno del Signore 1385 mentre Martincione e i suoi bravacci arrancavano, a dorso di mulo, risalendo le scoscese lande che da S. Dalmazio menano alla rocca di Sillano.

Piovigginava e il freddo entrava sotto i pesanti mantelli gelando i pensieri di quelli scellerati che ormai si sentivano in trappola. In una scaramuccia sostenuta dalla banda nei pressi di Serrazzano due banditi erano rimasti feriti gravemente e ora con le ultime forze rimaste, invece di pregare per un perdono divino, bestemmiavano i Santi e le loro bestemmie rotolavano dalle loro bocche corrotte, come i tuoni che iniziavano a rimbalzare tra le gole, i boschi e gli scoscesi canaloni. Avevano tentato di chiedere ospitalità e alloggio nella pieve di S. Giovanni Battista, ma il portone non si era aperto ed essendo troppo vicini all’abitato di S. Dalmazio per sentirsi sicuri avevano continuato sfidando quella strana notte.

Nessuno parlava e questa era una cosa alquanto strana per quei sette animali; generalmente durante i loro spostamenti era un continuo commentare, ridendo sguaiatamente, l’ultima impresa compiuta, ma quella notte nessuno ne aveva voglia.

Anche Martincione era silenzioso, sentiva che ormai si avvicinava la fine; erano braccati, le loro facce erano troppo conosciute, tutti i soldati del volterrano erano sguinzagliati sulle loro tracce e persino nei casolari più sperduti tutti si erano organizzati a difesa.

Dietro la curva dello stretto sentiero, un fulmine, brillante come il sole di mezzogiorno, illuminò il terreno circostante dove un grosso tronco cavo giganteggiava sul resto del bosco.

Martincione colse, in quell’attimo di luce vivida, un volto bianco spuntare dal buio nell’interno del tronco; due occhi stretti come fessure si piantarono nei suoi e il bandito ebbe solo la possibilità di vedere un naso piccolo, una bocca serrata ma ben disegnata, un mantello di colore rosso.
La mula del capobanda, proprio in quel momento, si impuntò, forse spaventata dalla folgore, e l’iroso cavaliere con una bestemmia la colpì con il suo enorme pugno.

Dal buio dell’albero una voce suadente si rivolse alla comitiva.

“Perché colpisci la povera bestia? Che colpa ne ha lei se la paura la coglie?”

“Ora ti faccio vedere io che cosa vuol dire aver paura!” disse il bandito scendendo di sella e traendo da sotto il mantello il suo coltellaccio.

Un lampo per poco non lo accecò ma quello che vide nel cavo dell’albero, quando si liberò dell’abbaglio, lo fece sbiancare di paura.

Una voce cavernosa, carica di minacce, acuta come un lamento, sibilante come il vento si rivolse a lui.

“Hai paura Martincione? Il grande bandito ha paura! Mi deludi sai? Ti aspettavo per proporti un patto e tu hai paura!”

Una risata stridula che si spense in un gorgoglio sinistro fece fremere di rabbia, l’assassino; lui era Martino di Cione di Maglio, aveva sulla coscienza trenta uomini sgozzati dal suo coltellaccio, come si permetteva quell’essere di deriderlo così davanti ai suoi uomini?

Ancora una volta la voce lo fermò; si era fatta ancora suadente e il volto dell’essere era tornato ad essere quello di una giovane donna avvolta in un mantello rosso. “Ascoltami Martino; io so che ormai non hai più speranza ma io voglio aiutarti e ti propongo libertà, ricchezza e potere. In cambio voglio solo un piccolo cuore”

“Chi sei?” disse il bandito.

“Non lo so e nemmeno mi interessa saperlo; se mi darai ascolto stanotte diventerai padrone della rocca di Sillano e con essa avrai tutto quello che vorrai per te e per i tuoi uomini. Io, in cambio, pretendo solo il cuore di Eleonora, figlia del sovrintendente della munita rocca; pura come un giglio, immacolata come la neve, felice come la brezza primaverile, amata come una reliquia. Io non posso avvicinarla; se solo i miei occhi incontrassero i suoi, di me non resterebbe niente. Ma io devo avere il suo piccolo cuore e il tuo coltellaccio potrebbe darmelo con facilità.”

Martino si volse a guardare i compagni, poi si appressò rapido all’albero cavo e al mantello rosso.

Dopo pochi momenti il capobanda risalì sulla mula e si rivolse ai compagni che cercavano di capire quello che stava succedendo: “Pendagli da forca, è arrivato il momento di diventare ricchi e potenti, seguitemi!”

Ma Martincione non sembrava contento, l’uomo continuava a pensare a ciò che aveva visto o creduto di vedere quando, ribollente di rabbia, si era per la prima volta avvicinato all’albero cavo.

Quell’uomo così duro e violento che cosa aveva visto nel cavo dell’albero per rimanerne così spaventato? Alla luce vivida del fulmine, all’interno del tronco cavo non c’era la donna con il mantello rosso, c’era una vecchia laida e cenciosa; le orbite degli occhi erano grandi e vuote e i denti gialli e macchiati erano zanne ricurve e i capelli spighiti erano guizzanti serpenti e…… un lampo squarciò, ancora una volta, la notte cupa.

Dopo circa tre ore, sette uomini, sotto una pioggia battente, sostavano davanti al portone chiodato della fortezza di Sillano chiedendo a gran voce, alla guardia che dalla bertesca vigilava sull’ingresso, asilo per la notte.

Cosa strana la porta si aprì, cosa strana i viaggiatori furono sistemati nelle stalle, cosa strana nel silenzio della notte, tra il rumore dell’acqua che copiosa scendeva dal cielo e il ruzzolare dei tuoni sempre più lontani, il sonno si impossessò di tutti.
Dormivano i soldati disposti a guardia, dormivano quelli sdraiati sul fieno, dormivano i servi, le fantesche, i cani da caccia, i falchi addestrati, i vecchi e i bambini, dormivano i signori e i loro figli.

Solo Martincione e i suoi sgherri non dormivano.

Silenziosi e mortali come la peste, scivolavano per la rocca uccidendo gli armati, legando i servi, chiudendo i signori nelle loro stanze.

Presto fu tutto fatto e un fulmine incendiò di vivida luce la fortezza e un tuono pauroso destò i vivi e tutti capirono subito che ormai erano persi.

Dopo due giorni di bagordi, violenze, stupri e torture, uno della banda partì a cavallo alla volta di Colle Valdelsa per incontrare un mercante ebreo che lo avrebbe messo in contatto con i notabili fiorentini di quella città; a loro doveva comunicare la conquista della rocca di Sillano.

Fin dai primi istanti di quella riuscitissima impresa, tutto procedeva come la strana figura dell’albero cavo aveva predetto. Martincione doveva solo squarciare un petto bianco come avorio per compiere il suo destino, ma quando si ritrovò davanti Eleonora, si dimenticò del patto e si perse in quelli occhi scuri, annegò in quelle lacrime e, subito, si rese conto che l’uccidere quella vergine non sarebbe stata cosa da poco.

“Prima di ucciderla devo essere certo che tutto si avveri” disse cercando di prendere tempo.
E tutto si avverò.

Dopo circa un mese un gruppo di cavalieri fiorentini entrava nella rocca e ne prendeva possesso assieme alla custodia dei signori che, prima dell’arrivo della banda governavano sul posto; Martincione , accompagnato da un ambasciatore fiorentino e da tutti i compagni, raggiunse Volterra.
In città ottenne il perdono, per se e per i suoi sgherri, per tutti i misfatti compiuti e dopo aver liquidato la banda con parte dei fiorini avuti in cambio della fortezza, iniziò la sua nuova vita da signore in Volterra.

Tutto si era avverato, ma lui aveva rispettato i patti?

È certo che un cuore era stato lasciato nel cavo dell’albero, un cuore di giovane donna ma non il cuore di Eleonora; lei ormai era al sicuro con i suoi a Firenze. Il bandito non l’aveva mai sfiorata, l’aveva solo guardata, l’aveva spiata e se ne era perdutamente innamorato.

Quella volta il bandito non aveva ceduto ai suoi bestiali istinti; quella volta, per la prima volta, aveva ricacciato il desiderio di gettarsi su quel dolce corpo di vergine e l’aveva amata nascondendo il suo sentimento e ora l’immagine di Eleonora era chiusa dentro di lui.

Era maggio a Volterra; ormai la primavera cominciava a farsi sentire, ma Martino di Cione di Maglio quella mattina si sentiva strano, si alzò prima dell’alba e usci di casa; nella piazzetta non si vedeva quasi niente, ma una sottile lama di luce inizio piano a strisciare lenta sui muri.

Fu allora che lo vide quel mantello color rosso.

“Martincione, amico mio, perché mi sfuggi? Non sei contento della tua sorte? Io ho rispettato i patti… ma tu, non sei stato molto corretto! Peccato, anche perché con il tuo patetico amore non hai salvato lei, una nutrice può fare molto per una semplice collana d’oro. Peccato! io speravo molto in te e ora che cosa devo fare di colui che per amore di un corpo che ormai ingrassa i vermi ha cercato di ingannarmi?”

Martincione rivide Eleonora, pura come un giglio, immacolata come la neve, felice come la brezza primaverile, amata come una reliquia e una furia feroce lo pervase; tratto da sotto la giubba il suo coltellaccio si avventò contro il mantello color rosso.

Il primo passante che transitò nella piazzetta trovò, in un lago di sangue, il corpo smembrato di Martino di Cione di Maglio. Il magistrato di giustizia non ebbe dubbi; ad uccidere era stata la rabbia per la grazia che il bandito aveva avuto.

Firenze pretese il bando dei presunti assassini e Volterra si scusò, con la potente vicina, per l’eccesso che il popolaccio aveva tenuto nei confronti del povero Martincione.

Per alcuni giorni una donna con il mantello color rosso si vide per le strade di Volterra, ma di lei nessuno sapeva niente.

© Stefi Salvadori, STEFI SALVADORI
Martincione, in “Novelle Nere: storie di una Volterra magica e antica”

Comments

mood_bad
  • No comments yet.
  • chat
    Add a comment