A me interessa ricordare più di tutto il clima di allora, una ricchezza che qualcuno o qualcosa ci ha portato via indebitamente.

Posso dire che io fui scaraventato in pubblico tra la cittadinanza di Volterra dallo scoppio della Caserma il 1 luglio 1944. Fino ad allora non avevo varcato l’ambito del Seminario e delle diverse Chiese cittadine.

Quando avvenne l’esplosione, che per qualche momento mise letteralmente all’oscuro il centro di Volterra avvolgendolo in una nube di polvere e di detriti, io mi trovavo nella sacrestia di S. Michele con Don Angelo Saltarelli nel primo pomeriggio. Ci domandammo che cosa fosse successo e voci incerte ci dissero che era saltata in aria la Dogana. Corsi subito sul posto e al termine di via Guidi m’imbattei in una vera processione di feriti che venivano pietosamente accompagnati all’ospedale. Balzai sulle macerie della Caserma e mi trovai solo in mezzo ad una scena apocalìttica a gridare aiuto perché c’era qualcuno tra le rovine ancora fiammeggianti e scottanti. Sentivo borbottare sotto quell’immane cumulo altre munizioni che esplodevano, sentivo il cannone degli americani far eco non troppo lontano, sentii anche dei colpi di pistola sparati dai tedeschi intimoriti dal sospetto d’una sommossa in avvio. Vedevo un corpo riverso e inerte tra le macerie, dalle quali sporgeva solo con le gambe. Impossibile mi fu di tirarlo fuori. Una scarpa mi servì per farlo rìconoscere: era Corso Ricci. Il suo fratello Renzo aveva riportato ustioni profonde e vastissime che lo torturarono per otto giorni fino a farlo morire.

Dietro le preghiere della mamma cercai Sergio Mendici, ma invano allora e per molti giorni dopo.

Da quel momento vissi con la popolazione volterrana, immerso in una grande famiglia che ebbe per mesi come unica legge sovrana la solidarietà, la disponibilità e la cordialità. Dappertutto così: per le strade flagellate dai bombardamenti, all’ospedale pieno di drammi e di lutti, nelle case colme più di paura che di persone, nelle chiese mai così amiche come allora, perfino nel penitenziario aperto al coraggio e alla carità.

Giornate veramente ideali sotto questo aspetto. Esse ci modellarono anche nella nostra configurazione interiore. Dopo qualche tempo da quel luglio il farmacista dr. Giuseppe Amidei si ammalò di polmonite infetta e io andai a trovarlo a letto. Per sua iniziativa ci trattenemmo a parlare quasi esclusivamente del nostro entusiastico prodigarci nelle visite ai rifugi e nell’assistenza sanitaria alla cittadinanza. Sentivo che quegli episodi gli erano cresciuti dentro come germogli di altra umanità.

La politica allora taceva. L’unica considerazione e preoccupazione era quella delle necessità impellenti e della giustizia. Un giorno mi chiesero d’accompagnare tra i partigiani alla macchia tre giovani: due di Montecatini e uno di Volterra; se non sbaglio, si trattava di Leonardo Dell’Aiuto, che conoscevo già dall’Oratorio di S. Filippo. Diedi ad essi l’appuntamento in Seminario e mi misi in strada con loro per scortarli fino alla Croce di Santa Cristina dietro S. Girolamo. Sulla via della Chiesa incrociammo una pattuglia della Malizia. Appena la scorsero in lontananza i tre si mostrarono spaventati, ma con un’occhiata furtiva e significativa ottenni che tenessero un contegno indìfferente e passammo inosservati. Alla Croce c’era già ad espattarli secondo gli accordi un giovane di Volterra. Le uniche parole che mi disse furono queste: «Noi non ci siamo visti». Lo assicurai con uno sguardo. Non lo conoscevo e mi sarebbe forse difficile riconoscerlo oggi, non perché la stampa della sua fisionomia si sia sbiadita nella mia immaginazione, dove invece è rimasta limpidissima, ma perchè i tanti anni avranno certamente cambiato quel giovane. Mi dissero che era comunista. A me non interessava: eravamo uomini e gli consegnavo altri tre uomini. Con trepidazione per la loro sorte.

Questo medesimo stile d’uguaglianza umana contrassegnò l’Ufficio Informazioni che aprii in via Ricciarelli nel palazzo della famiglia Dello Sbarba, avendo avuto gentilmente da essa in uso gratuito due stanze che erano state del Paglianti per la Camera del Lavoro. Il nostro Ufficio rimase aperto indistintamente a tutti i cittadini, finché ci fu bisogno e possibilità di reperire notizie sui nostri soldati e sugli internati nei campi di concentramento. Quanta stupenda abnegazione ebbi ad ammirare in molte ragazze volterrane, che prestarono la loro opera distribuendosi a turno nel corso della settimana.

Ne ricorderò soltanto due, che furono generosissime: Isabella Inghirami e Amelia Guerrieri. A Isabella affidai pure il Dispensario degli indumenti, quando cominciarono ad affluire a Volterra. Aveva sede nell’ingresso del Museo della Cattedrale.

Per l’Ufficio Informazioni, che ribattezzammo presto Ufficio Sfoghi, e spesso erano più di lacrime e di singhiozzi che di parole, feci in breve tempo due corse a Roma per ritirare la corrispondenza. La prima volta dal 30 agosto al 6 settembre 1944 con l’autostop in compagnia del fratello capitano della signora Mendici, ebreo, che potei consegnare sano e salvo ai suoi familiari. Nel viaggio di andata su gipponi scoperti e pazzamente veloci, finimmo in diversi campi militari degli alleati o per rifornimento di benzina o per incombenze che i nostri autisti dovevano assolvere. Viaggiammo tutta la notte. La seconda volta andai a Roma con il vescovo Mons. Bagnoli dall’1 al 6 ottobre 1944, valendoci dell’auto del dr. Mazzei, sequestrata dal governatore Robinson e guidata per l’occasione da Ottorino Guerrieri. Ritornai a Volterra con un bel carico di medicinali, consegnatomi dal dr. Mario Benvenuti per il fratello Amido a favore della cittadinanza, e con una discreta borsa piena di corrispondenza che avevo ritirata dalla Posta Centrale di Piazza S. Silvestro. L’Ufficio Informazioni provvide alla distribuzione con sollievo di tante famiglie. Ma qualche giorno dopo fui convocato nel Palazzo dei Priori, in una saletta attigua alla Sala del Consiglio, dal governatore Robinson, che, irritatissimo, mi accusò di reato per aver elusa la sua censura, che io non sapevo nemmeno esistesse. Mi minacciò di rinchiudermi nel Maschio. Non mi fece nè caldo nè freddo. Attraverso l’interprete gli risposi asciutto asciutto che avevo agito in buona fede e nell’interesse di tutti i cittadini e disponesse di me come gli piaceva. Racconto il fatto solo perchè più di tutto mi offese in quella circostanza la possibilità che si sospettasse il clima di dedizione imparziale che ci animava.

Era un segno purtroppo: già stava nascendo la politica, rimasta fino allora in gestazione. E’ un bene la politica, perchè fabbrica e amministra pluralità di idee, ricchezza d’iniziative, a servizio della comunità, ma è un’arte difficile.

Il non averla saputa esercitare nel modo giusto, appena usciti dalla galleria luminosa della dedizione unitaria a tutti e a ciascun cittadino, ha complicato i nostri problemi invece di risolverli e ci ha fatto perdere il valore insostituibile della simaptia reciproca, della comprensione e della fiducia. Da allora abbiamo fatto la politica e continuiamo a farla come la guerra: su trincee o su barricate opposte. C’è in questo modo di far politica un’anima d’intolleranza che merita la condanna di tutte le parti. Bisogna confrontare convintamente, sì, ma sempre pacificamente e amichevolmente le nostre idee politiche. Finchè non lo sapremo fare, non saremo veramente e completamente democratici. La parte poi che provvisoriamente vince in politica, non dovrebbe mai premere sull’opinione pubblica così da plagiaria, da intralciare in essa la libera circolazione delle idee, da inquinare poco o molto la libera determinazione dei comportamenti, la compattezza che avemmo nelle giornate roventi del luglio 1944 e che perdemmo nelle diatribe politiche nate successivamente, è motivo per me, e credo per molte altre persone, di vivacissima nostalgia.

Non l’abbiamo perduta per fatalità, ma per immaturità. Il rimedio c’è e dovremmo avere il coraggio d’adottarlo: conserviamo la pluralità delle idee, ma insieme recuperiamo la stima, l’uguaglianza, la fiducia e la fedeltà di quando eravamo tutti una cosa sola. Altrimenti sarebbe meglio dimenticare e sarebbe come non aver vissuto o come aver vissuto invano.

© Pro Volterra, ITALO VOLPI
Quei giorni del Quarantaquattro, in “Volterra”