Non accadeva spesso sentir parlare di «Còrso»: per quasi tutti era Picci, e in vena di celia, con un curioso accostamento di soprannome e casato «Picci-Ricci».

Fra me e lui c’erano dieci anni e fino al 1942 non avevo avuto particolari occasioni di avvicinarlo, forse perché io ero stato sempre fuori, in grigio-verde, e del resto, fuori anche a lui, a Pisa, come normalista. Sapevo però che era già considerato una delle più sicure promesse nel campo della Fisica, e che il celebre prof. Fermi già aveva notato le sue spiccatissime doti, fino a farlo oggetto di particolari lezioni.

Ciò me lo faceva ammirare e considerare molto in alto nei miei confronti. Si aggiunga che apparteneva ad una delle più quotate famiglie, che tradiva un’educazione raffinata, cui non mancava gusto musicale, come violinista tutt’altro che privo di talento. E se ciò non bastasse, sportivo, di bell’aspetto, slanciato, che irradiava serenità a prima vista. E dietro le lenti, un sorrider di occhi che ispirava fiducia e allegria.

Eppure non ho ricordo di come ci siamo incontrati la prima volta: neppure vago; neppure approssimato. Fatto sta che ad un certo momento del ’42 per qualche tempo ci siamo trovati tutti i giorni, alla stessa ora, dalle due dopo pranzo alle tre in casa di Lukàcs, il dottore, che ancora non si chiamava «Tobia».

A lui bastava uscir di casa e traversar la strada, che stava in Via Nova; io, per antica consuetudine, ci capitavo a qualunque ora. Forse fu lì il primo incontro, la convenzionale presentazione tramite il Dottore, e subito ne nacque il desiderio di ritrovarsi: ogni giorno a quell’ora, a parlare della situazione politica.

Non credo che fossero passati due minuti dal convenzionale «fortunatissimo», che già come amici di vecchia data, nella forma più aperta, si concordava nel condannare il fascismo, e la guerra, senza ritegno o sospetto.

Era il tempo delle strepitose vittorie di Hitler in Russia, e nel sentirle alla radio si vedeva sempre più lontana la speranza di una caduta dell’aborrito regime, né ad avvicinarla valevano le smentite di Radio – Londra.

Chi diceva il vero?

Ci rialzava il morale il Dottore. Aveva un grande atlante geografico, molto più aggiornato dei nostri vecchi manualetti scolastici:
«La Russia oggi, diceva, non è solo in Europa. Anzi, la parte più consistente è di là dagli Urali. Vedete, qui, e qui, e qui, petrolio, legname, ferro, carbone, oro. E città e città, tutte grandi, nuove.»
«Mosca, Leningrado, oggi non sono tutta la Russia; c’è ancora, quanto basta per consumare la prepotente Germania, il fascismo ed altro.»

E allora si diceva che bisognava fare qualcosa anche noi, organizzarci, fare qualcosa, insomma, per contribuire.

Già, fare qualcosa. Ma cosa?

Il giorno dopo s’era di nuovo chini sull’atlante.

• • •

I bimbi del Dottore avevano allora tre e quattro anni e nutrivano una vera adorazione per Picci, che partecipava ai loro giochi infantili: anzi, spesso era lui il promotore che trascinava alla più schietta allegria. Sapeva imprimere ai mobili tratti del viso atteggiamenti così comici da mandare in visibilio i suoi piccoli amici.

Nel salottino c’era un divano vasto come una piazza d’armi, e davanti si stendeva un largo tappeto. Ed ecco che Picci, d’un tratto sparì sotto il tappeto, gatton-gattoni, e riuscì dall’altra parte, fra l’entusiasmo di Vittorio e Adriana, e con sulla faccia una smorfia che mosse al riso anche me, che non ne avevo invero eccessive ragioni.

E’ la prima immagine che m’è rimasta di lui, come stampata nella memoria, viva ancor oggi, e non mutata dopo tanti anni.

E poi parlava scherzosamente con me, di cose lievi: «Ha mai provato a dire alla svelta: Appiccichìccicamicelo?»

Incontravo difficoltà, e si rideva insieme. Poi quella specie di scioglilingua divenne anche a me familiare e rimase come una parole magica, distensiva, che riusciva fuori nei momenti più nuvolosi, come a portare un po’ di sereno.

• • •

La seconda immagine, altrettanto nitida, ha una più esatta collocazione nel tempo: il tre o il quattro d’aprile del 1944, nel Mastio. Le sue belle mani aristocratiche, e il mezzobusto sporgente da sopra il muretto che si alzava fra il suo cubicolo e il mio dove ci portavano a prendere l’aria.

«Appiccichiccicamìcelo!» e giù, una gran risata. E mi fece bene, un bene dell’anima, perché in quel momento, neppure il sole sapevo apprezzare.

Lui c’era finito da tempo come renitente agli obblighi militari insieme a tanti altri, coll’aggravante di sospettissima idiosincrasia col fascismo. Già lo conoscevano tutti Ià dentro, e già tutti gli volevano bene. Fra i più giovani, anziché soggiacere allo smarrimento, sapeva cogliere gli aspetti meno ossessivi della reclusione, e talora convertiti in motivo di gaiezza, che si comunicava anche a quelli che stavano con lui, distraendoli per qualche poco da tristi pensieri.

Quando io fui liberato, alla vigilia di Pasqua, uscì fuori anche lui; ma cosa non avrei dato, perché ci fosse rimasto ancora qualche settimana! E invece, no. Lo misero fuori accompagnato dagli affettuosi auguri del personale di custodia ché dal primo all’ultimo tutti gli erano amici, e subito rientrasti nelle nostre file, più convinto, più entusiasta di prima.

Dei fascisti, dissolti nell’orgasmo dell’ignobile fuga, in quella fine di giugno, non c’era più ombra; ma i tedeschi, si, c’erano ancora, e ottusamente brutali, sotto la forza incombente che di lì a poco li avrebbe scacciati.

Imbestialiti fino a minacciar Porta all’Arco. Ma poteva, lui, non raccoglier la sfida?

Era con noi a disselciare la via, eppure, di lui, in quei momenti, non m’è rimasta immagine alcuna, almeno fino a quando s’era insieme sul tetto del palazzo Inghirami, a spegnere l’incendio della Caserma. C’eravamo riusciti, e si rideva a vederci sudici e neri, e io ti ripresi a volo, prima che tu cascassi nel lucernario che avevi sfondato poggiandoci il piede.

L’ho ancora davanti, con quell’espressione felice, l’ultima, che gelosamente conservo da allora.

Un minuto dopo si dissolse in una nube di fuoco, in un fragore da Apocalisse; lo vedo ancora, vivace come in quell’attimo, né valse a mutar l’immagine la triste cassa che sul traballante carretto ti portò al Cimitero.

In tutti questi anni solo una volta ho salito le scale di quella che fu la sua casa, ed ho rivisto quel salottino, che è rimasto esattamente come tu lo lasciasti: il pianoforte aperto, lì accanto il tuo violino e sul Ieggio lo spartito, come in attesa di essere suonato.

© Pro Volterra, LORENZO LORENZINI
“Ricordo di Picci”, in “Volterra”