Proprio adesso, nel momento in cui la città celebra l’antico maestro Rosso Fiorentino, penso all’arte contemporanea. E questo non è un caso: tra le quattordici opere in mostra, solamente una risale al 1540, mentre le altre sono tele, disegni, installazioni pubbliche e sculture di, più o meno noti, interpreti dell’arte europea novecentesca. Se non un omaggio diretto a Rosso Fiorentino, un omaggio a coloro che lo hanno interpretato, studiato e riproposto in forme e materiali diversi; ma anche un omaggio di Volterra a se stessa, al suo passato culturale, che qualche volta si è distanziato, anche solo per un momento, dalle onnipresenti radici etrusche e medioevali. Un’ arte contemporanea, quella volterrana, che trova la sua tradizione nella scultura, nella land art e nella public art: un’arte, quindi, in constante dialogo con il tessuto urbano e naturale, come del resto ne sono testimoni il grande Anello (1977-2005) a San Martino, insieme a Portale, Tondo Pieno e La Boldria del 2009 di Mauro Staccioli.

Un terreno ideale per scultori locali, nazionali ed internazionali che hanno trovato qui la giusta ispirazione e la passione di intervenire nel territorio attraverso un’arte molto spesso non capita, ma che certamente ha lasciato il suo segno. Perché allora non guardare al passato, a questo recente passato, per dare nuova vita ad una città che d’inverno pare sonnecchiare sul suo colle? Perché non ricordare Volterra ’73, Generazioni in Arte Volterra e molti altri eventi minori come Ten fingers a cura di Bert Theis (Parco Fiumi nel 1998), la mostra di Mauro Staccioli Volterra. Luoghi d’Esperienza del 2009, o la performance di Marina Abramovic al Padiglione Ferri nel 2001?

Tra tutte, certamente, Volterra ’73 ebbe qualcosa di spettacolare. Voluta fortemente dallo scultore Mino Trafeli, fu coordinata dal critico Enrico Crispolti e patrocinata dal Consorzio per la Ricerca, Escavazione e Commercializzazione dell’Alabastro. Il raggio d’azione degli artisti andò a colpire tutto il tessuto urbano della città, dal centro storico fino alle Balze, e i lavori furono di varia natura come, ad esempio, il film Scultura #7 di A. Paradiso, proiettato al Cinema dell’Ospedale Neuropsichiatrico. Ancora riguardante l’Ospedale ed in linea con la politica di intervento dell’intera manifestazione, fu l’operazione di Ugo Nespolo: con la collaborazione dei pazienti, Nespolo realizzò l’opera La grande pillola, una vera e propria pillola di legno, alta due metri, sospesa su un altissimo cavalletto e ricoperta interamente dalle scritte liberatorie degli stessi ricoverati; l’opera, quasi a simboleggiare un’ideale catarsi, fu poi bruciata alla fine della mostra.

Guarda la galleria fotografica di Volterra ’73.

Collettività ed innovazione, quindi. Volterra ’73 si colloca in un preciso momento storico, proponendosi come azione artistica rivoluzionaria: se infatti dalla seconda metà degli anni Novanta l’Arte Ambientale godeva di un largo consenso, agli inizi degli anni ’70 la questione in Italia risultava comunque pioneristica. La manifestazione contribuì alla rottura di tale tabù, sancita poi dalla presenza di tali opere alla Biennale di Venezia 1976 e 1978 (ad esempio, l’opera Muro di Staccioli era a sbarramento visuale dei Giardini). Correvano inoltre paralleli gli interventi urbani di Gubbio durante le Biennali del Metallo nel 1973 e 1975, premesse della più complessa manifestazione di Arte Ambientale Gubbio ’76. Il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle a Garavicchio (Capalbio), iniziato nel 1979 e aperto ufficialmente al pubblico nel maggio 1998; il parco di Villa Gori (o Fattoria di Celle) a Celle presso Pistoia tra il 1981 e il 1982, ed infine il Giardino di Daniel Spoerri (Seggiano) della metà degli anni Novanta.

Nonostante queste coetanee esperienze, la manifestazione volterrana rimase comunque un esemplare unico nel suo genere: non più ripetuta nel tempo, lungi dall’essere il risultato di un’opera condotta in un luogo circoscritto, a carattere tematico e di un solo autore. Spazio, invece, ad una moltitudine di artisti e di interventi: tra questi, due retrospettive su Lucio Fontana e Mino Rosso, interventi scultorei, proiezioni di film e documentari, manifesti pubblicitari realizzati dagli artisti stessi, interventi sull’ artigianato dell’alabastro, ed infine una mostra storica e di progettazione.

Come giustamente scriveva Mauro Staccioli all’interno del catalogo, la mostra viene in sostanza gestita da studenti, insegnanti, cittadini e amministratori di Volterra, criterio che è fondamentale per non cadere in un’operazione antidemocratica ed invece colonialistica. Seguendo tale principio, furono invitati ad intervenire alla fase preliminare i giovani dell’Accademia di Belle Arti di Roma e dell’Istituto d’Arte di Volterra; ogni artista fu chiamato a discutere il luogo del suo intervento in sede di progettazione; e si svolsero dibattiti e conferenze sui temi inerenti più propriamente alla città. Infine, per tutta la durata della manifestazione, nell’atrio di Palazzo dei Priori, furono trasmesse a circuito chiuso le inchieste condotte da Gianni Baratto, Claudio Cavalli e Marco Poma, realizzate appena prima del giorno dell’inaugurazione. Oltre a questo, un’equipe composta da Giancarlo Cutilli, Roberta Filippi, Virgilio Magnolo e Renato Petrucci, documentò, attraverso fotografie e registrazioni, le fasi dell’allestimento, inaugurazione e svolgimento; condusse interviste per avere opinioni e proposte sulla manifestazione; ed infine, fece un bilancio della situazione a fine mostra.

Nata come semplice mostra di scultura, Volterra ’73 si rivelò un vero e proprio intervento nella e della città attraverso svariati mezzi espressivi e indagini sociologiche, muovendosi in un’intenzionalità avanzata sul piano del dialogo con i cittadini. Un piccolo passo che permise di scrivere il proprio nome nel grande libro della storia dell’arte contemporanea; che per una volta, diede l’immagine di una città al passo con i tempi, e non rinchiusa nel suo affascinante passato. Perché non prendere spunto da quest’esperienza per creare ancora qualcosa di sentito, di vitale, che vada ad affiancare – con una sensibilità contemporanea – le vivaci manifestazioni culturali già presenti nella città? Un bacino di artisti, un appuntamento annuale da non mancare, un’esperienza di artists-in-residence in scala urbana. Che vada a trasformare, anche temporaneamente, il territorio; che, come accade in differente misura durante Volterra A.D. 1398, guidi e faccia perdere i visitatori in un magico percorso tra vicoli e giardini pubblici.

Le informazioni su Volterra ‘73 sono state ricavate in gran parte dal catalogo della manifestazione, Volterra ’73. Sculture, ambientazioni, visualizzazioni, progettazioni per l’alabastro, Enrico Crispolti a cura di, Volterra 15 luglio – 15 settembre 1973, Firenze 1974.

© Eleonora Raspi, ELEONORA RASPI