Nelle loro eleganti cronache i letterati del medioevo narrarono e commentarono con piacevolezza le avventurose vicende di condottieri e di contadini, di nobili arroganti o generosi, di fanciulle concupite e salvate, di giustizia e di moralità offese o ripristinate.
Riportarono con una specie di contrappunto, mi si perdoni il termine, ciò che avvenne di norma in un’epoca di forti contrasti, quella dei tempi di Dante e delle “gentilezze umane”, di cui il Poeta sognò e scrisse, e di molti delitti e pene capitali niente affatto palesanti cortesia.
L’OMICIDIO PERDONATO
Una di queste avventurose storie, riportata nelle Cronache senesi di autore anonimo (“Rerum Italicarum Scriptores”, XXXVI, 1931-39), riguarda un senese un po’ misterioso, di nobile famiglia, cioè Robba (Rubaconte) di Rinaldo dei Rinaldini e un omicidio che gli fu perdonato:
“Barocco fu morto. Anno detto [1263].
Barocco fu uno de’ magiori nobili di Siena, ed era de’ Malavolti, e quasi non era niuno che per la sua alterigia non volesse superchiare, e none aveva paura di nisuno.
E un dì misere Roba de’ Rinaldini, avendo veduto a chostui fare cierta ingiuria a una contadina, che la volse pigliare sforzatamente e lei cominciò a gridare, e in tanto v’arivò questo misere Roba e cominciò amonire costui onestamente, che non faceva bene a fare quello che lui faceva inverso de’ suditi della città; e masime a volere esforzare una donna.
E quando Baroco entese miser Robba che l’amuniva, cominciò a pigliare quistione co’ lui e chac[ci]ò mano alla sua dagha per dare a miser Roba; ma misere Roba chac[ci]ò mano alla sua spada che gli portava dietro el suo famiglio, e andò adosso a Barocco, e il ferì per modo che anzi si partisse l’amazò.
E molta giente che era a vedere la detta quistione, ogniuno diceva, be’ gli sta. E intanto andoro le novelle a Ghuiglielmo [da Corzano], potestà, e a’ XXIIII, come era stato morto Baroco e quale era la chagione, e chi l’aveva morto; di subito fu mandato a miser Robba, che non dubitasse di niente, inperoché loro avevano inteso la cagione e ’l perché; e che di questa morte Baroco se n’era stata chagione; e però fu perdonato a miser Robba de’ Renaldini”.
Il “ben gli sta!” chiuse a dovere la storia dell’arrogante Malevolti. Le tre paroline tutte toscane, in mezzo ai tanti delitti perpetrati, con buona pace dei buonisti, restano un ricordo significativo del senso di giustizia popolare del tempo.
Robba-Rubaconte è noto per poche altre questioni. Ebbe due figli, Guiduccio e Giacomo che furono esiliati, e che, sempre secondo le Cronache, nel 1312 vennero riammessi a Siena perché era in vista l’arrivo, a reclamare la corona nel gran sogno dei ghibellini e di Dante, dell’imperatore Enrico VII, e il governo guelfo non voleva che i banditi andassero a mettersi sotto la sua protezione e minacciassero la città. Così il testo:
“Come Siena ribandì tutti gli sbanditi. Anni detti di sopra [1312].
E nel detto tenpo per metare pace e unione nella città di Siena, e’ signori Nove ordinoro che tutti e’ ribelli e sbanditi tornasene e masime quegli i quali non erano stati trovati in alchuno delitto, ma era lo’ stato aposto; e anco queli e’ quali non erano stati principali d’alchuno male ed imicidio e d’altro, e paghasse per detta ribandigione lire v cento e potesse tornare come è di suo piacere, fra quali fu ribandito miser Nastocc[i]o Saracini e Guiducc[i]o e Iacomo di miser Robba de’ Rinaldini e altri isbanditi asai.
E questo fu fatto per la sospezione dal’avenimento dello imperadore, perchè e’ detti isbanditi non andaseno a lui e ghuidasselo a Siena colla loro parte, e fusero chagione di tanto male, volsero rimetare ogni ingiuria e far pace con tutti: e in questo modo tornoro gli sbanditi”.
CAPITANO DEL POPOLO DI VOLTERRA
Robba fu anche capitano del popolo (la seconda magistratura della città dopo il podestà) di Volterra, nello stesso tempo in cui il parente Guccio di Rinaldo (il fratello?) fu chiamato a reggerne la carica di podestà, nel 1300. Viene ricordato in una pergamena, e in una storia in verità poco avventurosa e senza finale. Questa carta fu scritta nel palazzo del popolo dal notaio Nuccio del fu Mannuccio, presenti Tolomeo Riccomanni e Nuccio Colentucci tutti e tre volterrani.
Fu un omicidio, quello su cui Rinaldini deliberò, avvenuto nel castello di Montecerboli.
Prevedeva la decapitazione del reo, da non eseguirsi se veniva pagata la bella cifra di 600 lire. Di certo i volterrani non amarono la giustizia cruenta, visto che lasciavano al condannato una pur stretta via di uscita. Va detto anche che in tutte le pene capitali (decapitazione, impiccagione, rogo, gli stenti nelle prigioni) il taglio della testa fu anche quello considerato onorevole, veloce e pietoso, in un’epoca che considerò lo spettacolo dell’esecuzione un esempio per il buon ordine delle città.
Ora, essendo Montecerboli castello del vescovo e di sua competenza, Robba rimise a un procuratore e alla curia del presule l’inquisizione. E di più non sappiamo e tanto meno su come andò a finire. Il testo però è interessante: ne traduco una parte dal latino, mantenendo lo stile un po’ ridondante, ma che, personalmente, trovo piacevole:
Robba dei Rinaldini da Siena, capitano del popolo della città di Volterra, di consenso e volontà e presenza dei Dodici Difensori del popolo della città di Volterra e dei Consiglieri del Consiglio Generale, al suono della campana e all’annuncio solenne, nel palazzo del comune di Volterra, su mandato del capitano, dei Dodici e dei Consiglieri del Consiglio Generale “una cum” il capitano, “fecerunt, constreverunt, ordinaverunt atque creaverunt” Salvuccio del fu Favilla, sia presente che assente, sindaco, procuratore, attore, difensore e nunzio speciale del comune “ad comparendum” presso il reverendo padre vescovo di Volterra [Ranieri II Ubertini, † 1301], per dire, farsi vedere, entrare e uscire da lui, protestare e per chiedergli che su Sabatino del fu Simone da Montecerboli faccia inquisizione e processo per sé e la sua curia “occasione homicidii commissi perpetrati per ipsum Sabatinum” nella persona di Cenni di Giovanni del detto castello nel detto castello, per il quale Sabatino fu fatto catturare, detenere, ed è detenuto, nel castello di Berignone [sempre del vescovo] “in carceribus vinculatus” ed è condannato per sé e per il vicario “in amputationem capitis nisi infra XXX dies redimeret capum in secentis libr.”, secondo gli Statuti di Volterra, e la forma, compromesso e lodo dato tra il vescovo e il sindaco del Comune.