Quando la sera del 26 agosto 1857 Pio IX fece il suo ingresso nella città etrusca, ad accompagnare la visita papale, oltre ad un distaccamento di Cavalleria e ad un drappello delle Guardie Reali del Corpo in alta divisa, vi furono ben cinque corpi musicali. Quello di Volterra, «la Fanfara dei Bersaglieri venuta da Livorno, la banda dei Lagoni spedita dal Sig. Conte Francesco Larderell, quella della Comunità di Pomarance e l’altra mandata dal Sig. Cav. Francesco Sloane dalle Cave di Montecatini: le quali tutte, recatesi espressamente a Volterra per questa occasione, o vi si mantennero generosamente del proprio o a spese dei ricchi Signori da cui dipendevano» [G. Moroni Romano, “Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni”, Venezia, 1861, p. 74].

La Fanfara dei Minatori di Montecatini, così come la figura di Sloane, non dovette certamente passare inosservata, se nel capitolo “Il papa le industrie ed il commercio”, p. 344, tomo II, dell’opera “Pio Nono ed i suoi popoli nel MDCCCLVII ossia Memorie intorno al viaggio della Santità di N.S. Papa Pio IX per l’Italia centrale” [Roma, 1861], l’autore trattando della visita alle miniere di allume della Tolfa, riporta questo aneddoto relativo al passaggio del pontefice da Volterra, da dove era ripartito diretto a Roma la mattina del 28 agosto:

«[…] non ci sembra da tralasciare un grazioso fatto, il quale quantunque avvenuto fuori di Stato, ha pure stretta affinità colle cose di cui trattiamo. In un luogo chiamato Monte Catino presso Volterra, vi avea una miniera di rame abbandonata dai proprietarii come infruttuosa. Un Inglese per nome Sloane la comperò non ha molti anni, e ne trasse in breve tanto profitto, che moltiplicò a molti doppii il suo avere. Né i nazionali gl’invidiarono quella fortuna, visto il buon uso ch’ei ne faceva e collo spendere nel paese, e col dare larghe somme in opere di carità. Or questi udito che gli abitanti del villaggio formato da lui, artieri tutti delle sue miniere, erano desiderosi di ricevere la benedizione del Papa, allora a Volterra, diè loro un giorno di vacanza, e li mandò a Volterra, ove colla mediazione del sig. Waterton, Cameriere segreto di onore di spada e cappa, ottenne loro dal Pontefice una speciale benedizione. Venner tutti in abiti dai dì delle feste, colla loro banda in capo di fila che suonava scelti pezzi di musica. Schierati ch’essi furono sulla piazza, il Pontefice si fé alla finestra, e li benedisse solennemente, vedendosi sui volti di quei buoni artieri una ilarità che rivelava l’intera allegrezza del cuore […]».

Una descrizione un po’ approssimativa sul come Francis Joseph Sloane era giunto ad essere primo azionista della Società mineraria, ma assai veritiera circa le sue qualità imprenditoriali, le sue doti morali, la sua generosità.

D’altra parte il personaggio, nonostante la sua estrema riservatezza, a Volterra, come del resto in tutto il Granducato, ormai da tempo era assai conosciuto. Già dai primi anni della sua permanenza a Caporciano, grazie anche al successo conseguito con la miniera dei “gabbri rossi”, Sloane fu tenuto in grande considerazione e, come sempre accade, fu oggetto di particolari attenzioni da parte dell’alta società, laica ed ecclesiastica, della città. E secondo il classico modello aristocratico, a quell’importante affermazione imprenditoriale non poteva non accompagnarsi l’ascesa sociale. Tant’è che il 18 agosto 1847, proprio dieci anni prima della visita di Pio IX a Volterra, il Collegio dei Nobili volterrani aveva decretato l’ammissione di Sloane e della consorte, Sara Isabella Edmunds, all’antica nobiltà della città. Ne perorarono la causa presso la Deputazione sopra la Nobiltà e Cittadinanza Toscana, adducendo le azioni lodevoli realizzate da F.J. Sloane nella gestione della miniera di Caporciano ed evidenziando come il benessere generato per la gente di Montecatini non si limitasse soltanto a quello «che procede dalle risorse pecuniarie ma [anche a] quello più essenziale che deriva dalla moralizzazione del popolo» [ASF, Deputazione sopra la nobiltà e la cittadinanza]. Menzionando, quindi, le varie opere da lui realizzate a beneficio della popolazione – tra le quali le scuole gratuite per i fanciulli, la costruzione di un chiesa e l’istituzione di una banda musicale «per onesta distrazione nei giorni di riposo» – favorirono l’ammissione di Sloane al grado di Nobile della città di Volterra, cui – come si ricava dalle “Genealogie Volterrane” [BGV, Archivio Maffei, filza LI, p. 141] – fece seguito il conferimento, al medesimo, di un’arme gentilizia così blasonata:

«Di rosso, alla spada d’argento guarnita d’oro, posta in palo e accostata da due grugni di cinghiale di nero; col capo d’ermellino caricato di un leopardo rosso, posto in mezzo a due losanghe dello stesso bordate d’oro» [ASF, “I Blasoni delle Famiglie toscane descritte nella raccolta del conte Enrico Ceramelli Papiani”, fasc. 6520, Famiglia Sloane].

Ma Sloane, ben conscio di come la sua ricchezza ed il suo prestigio avessero avuto origine dai giacimenti cupriferi montecatinesi, già aveva immaginato un emblema nel quale identificarsi. E da alcuni anni l’aveva adottato per contrassegnare strutture, edifici, disegni, documenti e quant’altro avesse a che fare o derivasse dall’attività estrattiva di Caporciano. Tantoché l’emblema di casa Sloane divenne il marchio per eccellenza della Società mineraria. Un distintivo raffigurato da due martelli incrociati entro il simbolo del rame. Ossia quel segno che nell’antichità simboleggiava la dea Venere per i greci e per i fenici la dea Astarte, e che nel medioevo fu adottato per identificare il rame. Elemento [Cu] la cui denominazione i latini derivarono appunto da Cipro [Cuprum], isola ricchissima di quel minerale, nota per la popolazione particolarmente dedita al culto di Astarte.

Sloane scelse sempre questo simbolo, unito al motto «Sans Changer», per firmare le immagini devozionali che era solito affiggere sulle facciate non solo degli edifici della miniera ma anche delle ville e delle case coloniche di sua proprietà, a Montecatini come a Firenze, alla Briglia in Val di Bisenzio o nella Fattoria Isola di Laterina. Alla Tenuta del Mocajo, possedimento, allora, della Società mineraria poi acquisito da Sloane, sulla facciata del Podere Mocajo Secondo è tuttora ben visibile ed altrettanto ben conservato l’emblema della Miniera di Caporciano. Qui, come possiamo vedere, il simbolo del rame, scolpito su una lastra di pietra, è raffigurato con una croce ed una corona spinata, a conferma del forte sentimento di devozione che caratterizzava un fervente uomo di fede quale Sloane.

Ma tornando al 1857, ossia al ritorno di papa Mastai Ferretti nella città che per sei anni lo aveva ospitato, studente presso i Padri Scolopi di San Michele, della generosità di Sloane potranno convenire anche i volterrani.

Fra i molti sottoscrittori per l’erezione di un monumento a Pio IX, Sloane sarebbe risultato in assoluto il più magnanimo.

Quella «statua colossale in plastica» raffigurante il pontefice in età giovanile, modellata per l’occasione dal professor Ferdinando Batelli e fatta allestire dall’amministrazione comunale in Piazza di Sant’Agostino «dal lato della Ripa», aveva destato così tanta impressione nei volterrani da suscitare il desiderio di farla riprodurre in marmo.

L’iniziativa, oltre all’approvazione, ottenne il sostegno finanziario dei cittadini più facoltosi, del clero e di numerosi ex allievi del collegio dove il papa era stato educato nella sua giovinezza. Nel febbraio 1858 l’assemblea della Società dei contribuenti stabilì di procedere alla realizzazione dell’opera scultorea, patrocinata tra l’altro dal granduca, che si era assunto l’impegno di sostenere le spese per il basamento ed i relativi bassorilievi. L’incarico fu affidato al noto scultore fiorentino Emilio Santarelli, ma la caduta del Granducato nell’aprile 1859, che fece venir meno il sostegno finanziario di Leopoldo II, e non pochi mancati pagamenti delle somme per le quali i contribuenti si erano impegnati, costrinsero il Comitato a rinunciare momentaneamente alla realizzazione di quel progetto. Il denaro fino ad allora versato fu così depositato presso la Cassa di Risparmio di Volterra affiliata alla Centrale di Firenze. Trascorsi poi alcuni anni, quando per disposizione testamentaria di Giuseppe Viti, parte del suo patrimonio fu destinata all’istituzione di un ricovero di mendicità, il Comitato stabilì di devolvere al medesimo scopo anche il denaro raccolto per la statua del pontefice. Mentre il lascito Viti ammontava a 29.400 lire, la somma depositata dai sottoscrittori negli anni 1858 e 1859, equivalente a 10.883,60 lire italiane, con gli interessi composti ed al netto delle spese, aveva raggiunto la ragguardevole cifra di 33.657,62 lire.

Dalla Relazione della Società dei contribuenti stilata il 27 gennaio 1884, giorno di apertura dell’ospizio, si può facilmente rilevare quanto elevato fosse stato il concorso di Francesco Giuseppe Sloane – generoso finanziatore anche di opere ben più rilevanti, quali la realizzazione della facciata in marmo della Basilica di Santa Croce –  alla fondazione del pio istituto volterrano. Delle 12.542,43 lire toscane (corrispondenti a 10.883,60 lire italiane) ricavate dalla sottoscrizione di circa 180 contribuenti, ben 1.680,00 furono infatti versate da Sloane e 560,00 dalla moglie Sara Isabella Edmunds.

Con il lascito Viti e con le somme raccolte per erigere il monumento a Pio IX si poté quindi dare il via alla realizzazione dell’ospizio di mendicità nell’ex convento di San Girolamo, attorno al quale sarebbe poi sorto il grandioso complesso socio-sanitario per la cura delle malattie mentali.

Chi in merito volesse saperne di più, potrà consultare il mio “Pio IX tra Firenze e Volterra e la munificenza di un personaggio poco noto: Francis Joseph Sloane”, in Rassegna Volterrana, a. LXXXVI, 2009, pp. 149-208.

Del nostro personaggio, scomparso a Firenze nel 1871, all’età di 77 anni, riporto qui l’immagine del profilo, scolpito sulla pietra sepolcrale da Emilio Santarelli: lo stesso artista cui la Società dei contribuenti aveva affidato l’incarico per il monumento a Pio IX, mai realizzato.

© Fabrizio Rosticci, FABRIZIO ROSTICCI
Un Nobile di Volterra e… la sua Banda, in “La Spalletta”, a. 18 settembre 2014