Montevoltraio nel volterrano è un’altura dall’aspetto originale sede nel medioevo di un castello importante per la vista dei dintorni, per la sorveglianza sulla via che andava (e va) a Colle Vald’Elsa e per una pieve prossima, San Giovanni al Palagione.

Nei tempi di guerra e di pace fu cura del comune di Volterra di collocarvi i propri ufficiali e soldati di presidio. Nel 1362, l’anno dopo la caduta del signore Paolo Bocchino Belforti e la crisi conseguente, Firenze ne assunse la custodia tramite una convenzione stipulata dal comune (era podestà Quirico di dom. Cardoli da Narni) con i proprietari, i nipoti del fu Francesco Belforti, dietro pagamento per compensazione di 200 fiorini.

Nello stesso 1362 fu castellano fiorentino con dodici famigli Ranieri di Giotto di Fantone e sei mesi dopo Ridolfo di Iacopo Ridolfi; nel 1364 lo fu Alessandro di Vannozzo dei Serragli che sostituì Bernardo di Piero e nel 1367 di nuovo Ridolfo di Iacopo Ridolfi. Così riportano gli atti rimasti, nei quali si parla di “arcis, rocche seu fortilitiarum” del luogo e del dovere di “custodire, salvare et guardare ad honorem et statum comunis Florentie”.


FAZINO SICARIO DI BARTOLOMEO DEI RIDOLFI

Nel 1373 Montevoltraio fu interessato da una cronaca nera di politica (allora frequenti) con protagonista Fazino o Fecino di Biagio Ridolfi, consorte o forse parente del citato castellano. Costui era di famiglia nota e ragguardevole a Firenze in quanto il padre Biagio di Fecino era stato priore nel 1351 e 1365 e in seguito sarebbe stato anche il soggetto di una novella (la CLXXIX) di Franco Sacchetti riguardante il suo matrimonio con una figlia di Arrigo da Ricasoli; purtroppo munita di scarsa dote.

La vicenda di Fazino, che terminò a Montevoltraio, ebbe un complesso antefatto narrato in una pergamena rotta in più parti datata 1382 e scritta in latino dal notaio Antonio di Schello di ser Iacopo nel palazzo del popolo di Firenze, testimoni Chiaro di Francesco de Casa setaiolo e Filippo di Manente “lanifice” entrambi di San Felice in Piazza.

Riguardava Donato del fu Iacopo degli Acciaiuoli benemerito della politica fiorentina, il quale nella carta prendeva l’iniziativa per stabilire con Bartolomeo di Nicola di Cione dei Ridolfi dei patti per sé e i figli maschi suoi discendenti onde ottenere “veram, perfectam et pp. duraturam pacem, liberationem, absolutionem, finem, remissionem atque concordiam” da ogni ingiura e offesa avvenuta fra di loro.


IL TENTATO OMICIDIO NEI CONFRONTI DI DONATO ACCIAIUOLI

In particolare, Donato ricordava che il 12 aprile 1372 aveva rimesso petizione e querela ai priori delle arti e al vessillifero del comune di Firenze raccontando un delitto ai suoi danni. Ovvero che Bartolomeo, abitante di consueto nel popolo di San Felice in Piazza popolare e del popolo fiorentino, “tractavit et deliberavit” aveva trattato e deliberato, l’uccisione di lui stesso Donato per mano di Fecino, (un buco nella pergamena) assassino di cattiva e nefasta fama e condizione di vita, e da parte di altri assassini, omicidi ed sbanditi del comune di Firenze.

Pertanto, come da accordo, Fecino con i complici e soci muniti di armi offensive e difensive “lanceis, corazinis, cultellis et spatis et aliis …”, era uscito dalla casa di Bartolomeo, situata a San Biagio a Poppiano nel contado di Firenze (Montespertoli), e senza indugio era andato a Montegufoni, in Val di Pesa, dove allora Donato si trovava. Qui si era nascosto segretamente e clandestinamente.

Fecino con i complici si era mosso non appena aveva visto Donato entrare nell’abitazione del castello tornando dalla chiesa, e qui lo aveva assalito con l’intenzione di ucciderlo. Non vi era riuscito; i banditi allora ammazzarono tre familiari che erano con l’Acciaiuoli e che si erano opposti per difenderlo e ne avevano feriti altri quattro al collo. Non contenti avevano spogliato Donato delle sue vesti, armi e di altre cose come a loro era piaciuto. Commesso il delitto, erano stati ricevuti e accolti da Bartolomeo in casa sua a Poppiano.

Nonostante ciò (hodie) nel 1382 Bartolomeo ricopriva l’incarico di ufficiale nel vicariato della Val di Nievole in obbedienza al comune di Firenze. Donato dichiarava di non essere rientrato nei territori fiorentini per vendicare le offese subite, ma unicamente per favorire la pace, la libertà e l’unità della città. Allo stesso tempo, però, rammentava come a suo tempo Bartolomeo avesse agito con inganno, sottraendo una lettera da una filza e facendola uscire clandestinamente dalla città, commettendo così ulteriori irregolarità. E non contento, contattò Fecino e trattò con lui la sua uccisione contro ogni debita legge e ragione.

Per questo, narrato brevemente il fatto, affinché l’ingiuria e l’offesa atroce non rimanessero impunite, “avide et humiliter” impaziente e umile aveva, “habito respectu” con rispetto, interessato i priori e le autorità presentando la petizione e querela sulla faccenda dell’offesa fattagli. In essa chiedeva che Bartolomeo fosse dichiarato ufficialmente magnate, dei magnati e di casa magnatizia di Firenze, e di far osservare le disposizioni e gli statuti del comune relativi ai magnati contro le cose, la persona e i beni, e anche in generale le leggi sulle ingiurie, offese e contumelie. Donato infine prometteva solennemente pace, fine e remissione, liberazione, assoluzione e concordia con Bartolomeo sotto pena pecuniaria di 1000 fiorini d’oro in caso di inadempienza.


L’ARRESTO DI FAZINO A MONTEVOLTRAIO

La complessa pergamena non dà altre notizie sulle tormentate relazioni fra i ragguardevoli fiorentini del tempo e sul significato di certi atti giuridici concernenti le casate magnatizie e popolari, sui loro doveri e diritti. Nè è questo il luogo per approfondirli perché si andrebbe troppo lontano. Seguendo però Fazino o Fecino Ridolfi, “homo mali conditiorum vite et fame”, anche se non si fa menzione diretta degli omicidi di Montegufoni, lo troviamo rifugiato proprio nel territorio di Montevoltraio il 19 luglio 1373 quando per decreto del magnifico milite messer Giovanni da Roncofreddo potestà di Firenze se ne dispose l’arresto.

In particolare si ordinò a ser Giovanni di Carbone da Rimini socio del podestà, con atto scritto dal notaio Battista del fu maestro Giovanni da Faenza, testimoni Catelano “Modii” di Apollinare da Cremona, Nicolaio di Mutio e ser Antonio di dom. Giovanni, di catturare l’omicida armato:

“Vadat et cum et domini potestatis berrovariis ad dictum teritorium et ibidem manu militari capiat dictum Fatinum et catum et ligatum et in eum domini potestatis forciam ducat totam suam effichaciam…”

Così avvenne. Il 22 luglio l’arresto fu eseguito “iuxta portam dicte roccie cui ab omnibus lateribus ripa rocce …” da ser Giovanni, da Donato di Bartolino da Rimini detto Scanavino e da altri familiari e esecutori del potestà. Donato Scanavino e gli sbirri personalmente “ceperunt, ligaverunt et manibus et brachiis” all’omicida. Testimoni furono questa volta Antonio di Nicola e un Bartolommeo che era detto fratello di Fazino “de Rodulfis de Florentia”.

Il 23 luglio ser Giovanni “consignavit una cum beroariis” l’omicida con le mani legate alle carceri del palazzo del podestà a Firenze, presenti ancora il notaio ser Battista da Faenza e Iacopo di Cecco Lapi da Cesena milite socio. Notaio alla consegna fu Antonio di Ugorosso di messer Luchino da Parma.

PAOLA IRCANI MENICHINI, PAOLA IRCANI MENICHINI
“Un Ridolfi arrestato a Montevoltraio. La pace di Donato Acciaiuoli”, in manoscritti.altervista.org, a. 2025, 16 gennaio