È la strada che da Via di Porta Diana conduce o alla campagna o, di nuovo, in Via di Porta Diana. Lunga 200 metri e asfaltata per quasi tutto il suo tratto, la strada deriva il suo nome da Cetina, un vecchio toponimo che, secondo vari dizionari, era ed è la fossa in cui si fa il carbone. Esiste, per altro, vicino a Volterra una località detta “Le Cetine”, un tempo deputata a produrre carbone. Il nome quindi vuole indicare che in passato, in quella zona, si trovavano luoghi adatti per la produzione del combustibile. In altri vocabolari, al nome si attribuisce il significato di tagliata di alberi, dal latino caedua silva. Ma i volterrani raramente ricordano la strada per la produzione del carbone. Dato, infatti, che la località si trova sulla strada per il cimitero, gli abitanti di Volterra sanno che passare per le Cetine significa compiere il viaggio per l’ultima dimora. Fino a pochi anni fa, nel vecchio casone di proprietà della famiglia Cangini, vi era un frantoio, che frangeva le olive ancora con le vecchie macine di pietra. Con la tecnologia e in virtù del mercato e di una produzione più veloce e redditizia, il vecchio frantoio è stato smembrato, lasciando il posto a nuovi inquilini.

Sul canto tra Via delle Cetine e Via di Porta Diana si trova un’edicola contenente il gruppo della “Pietà”, opera ottocentesca in bassorilievo con le seguenti iscrizioni:

Francesco Cari (fece)

Gaetano Carnieri (pose)

1812
Maestissimae Matri

Il Solaini aveva attribuito l’opera al Cieco di Gambassi, facendola risalire, quindi, al Seicento. Il Maffei ammette, al contrario, senza ombra di dubbio, che dentro la cappella, con struttura muraria cinquecentesca, il bassorilievo risalga al 1821 e che l’autore sia Francesco Ciari, professore dell’allora Scuola di Disegno, oggi Istituto d’Arte. A conferma di ciò vi è una deliberazione, in base alla quale una certa signora Pazzaglia (Pazzagli sic) di Castelfiorentino chiedeva al Consiglio Comunale clausole per ottenere una sovvenzione per erigere una “cappella fuori Portam Florentiam”. La deliberazione comunale del 23 aprile 1526 autorizzò Lucia uxoris di Giusto Pazaglia e Sandrae Gerardi di Castelfiorentino a fare quell’oratorio “in Ioco quod via quae tendit in Vallem Bonam”. In base a quanto sembra sostenere il Falconcini nella sua Historia di Volterra, anticamente l’edicola raccoglieva le effigi di S. Sebastiano. Inoltre questo documento, coadiuvato dalle affermazioni degli stessi cittadini volterrani, che indicano la Via delle Cetine quale strada di percorrimento del feretro verso il Cimitero, e non già Via di Porta Diana, attualmente deputata a questa ingrata funzione, proverebbe che, anticamente, la Via delle Cetine era un’altra strada che da Vallebuona conduceva verso la capitale. Quindi l’oratorio sarebbe l’unico ancora in piedi, anche se non più con l’immagine di S. Sebastiano, dei tre presenti anticamente a Volterra, a salvaguardia della città. Gli oratori eretti a S. Sebastiano erano posti fuori dalle mura di cinta per preservare la città dagli attacchi della peste. Ed infatti, oltre al nostro, altri due erano collocati fuori Porla S. Felice – Madonna di S. Sebastiano – e fuori Porta a Selci. La vicenda della Madonna di S. Sebastiano è nota. L’oratorio di Porta a Selci fu distrutto verso la fine del Settecento e un tempo era utilizzato come deposito per le legna dai cappuccini, del monastero di S. Alessandro.

Nella zona delle Cetine gli studiosi locali hanno parlato dell’esistenza di numerose cisterne. Si tratta di impluvia di ricche abitazioni private, come era uso neIle case romane private che avevano, all’interno, un proprio deposito per raccogliere l’acqua piovana.

C.G.

P. FERRINl, Perché si chiamano così: storia e curiosità delle strane cittadine, in “Volterra”; a. XVI, nn. 2-10,1977;

P. FERRINl, Volterra di strada in strada, Volterra, Studio Tecnico 2G, 1983;

R.S. MAFFEI, La tavola ignorata del Rosso Fiorentino a Villamagna, in “Rassegna Volterrana”, a. II, n. 7, settembre 1925, pp. 114-115;

E. SOLAINl, Perché S. Sebastiano fu eletto Patrono di Volterra, in “Illustratore fiorentino”, 1912, pp. 160-166.