Sui monti a mezzogiorno di Castelnuovo Val di Cecina, là dove nasce il fiume Cornia, in vetta al versante che guarda la vallata percorsa dal torrente Pavone, sopra un crinale a 760 metri di altitudine, si trovano i ruderi del castello di Santa Lucia in Bruciano.

Questa fortifìcazione, data la sua particolare posizione geografica, doveva essere senza dubbio imponente. Le rovine del castello sono segnalate anche sulla carta dell’Istituto Geografico Militare di Firenze e vi si accede dalla malagevole e dissestata strada che da Castelnuovo porta al Sasso. Ma per coloro che intendessero visitare questi ruderi è consigliabile raggiungerli dalla strada che, dopo tre chilometri da Larderello, porta verso Serazzano, deviando per la Leccia e Sasso Pisano, per poi, ritornando verso Castelnuovo, incontrare il bivio che porta alla fattoria di Bruciano e, poco dopo, il monte dove si trovano le rovine del castello. La macchina dobbiamo posteggiarla ai bordi della strada presso il vecchio casolare del Mulino di Bruciano e risalire a piedi il monte situato sulla sinistra della strada stessa.

LA SUA STORIA

Sono poche le notizie storiche su questo castello a noi pervenute e molte di esse sono alquanto incerte. Raffaello Maffei, nella sua “Storia Volterrana”, rammenta per la prima volta Bruciano nel 1208, in occasione della divisione dei beni di proprietà dei Lambardi, insieme ai castelli di Elci, Castelnuovo, Monte Rotondo e Cornia, mentre il Repetti attribuisce la proprietà del castello ai Pannocchieschi del ramo dei conti di Elci, alcuni dei quali, nell’aprile del 1247, venderono, per cinquecento lire pisane, al Comune di Volterra la quarta parte di esso, del borgo e del suo territorio con la rispettiva giurisdizione. Senonché le notizie si ingarbugliano quando il Maffei, riferendosi all’anno 1257, scrive “In questo tempo i Lambardi, già signori di Castelnuovo, venuti in bassa fortuna, diedero mano ad alìenare il restante dei loro stabili, poiché Ranieri di Castiglione di Ranieri, Ugolino di Pennecchio, Chino di Ranieri e Rolandino di Sanguigno tutti de’ Lombardi di Castelnuovo, venderono al conte Ranieri d’Elci, figlio del conte Manovello del conte Ranieri di Travale, tutte le ragioni, giurisdizioni e fedeltà che avevano nel castello di Bruciano per duecentoventicinque fiorini. Ed essendo tuttora nella potesteria di Volterra l’anno 1257, Buonaccorso Adimari, Bernardo di Castiglìone e Gherardo suo fratello figlioli del sig. Tedice de’ Cavalcanti di Libbiano venderono al Comune di Volterra la quarta parte per indiviso del castello, borgo e territorio del medesimo luogo di Bruciano, con tutta la giurisdizione e signoria che qui vi avevano, così come dall’altra parte verso ponente, acquistò il medesimo comune una gran parte della bcscaglia e terreni che si dicono del Raone, da un fossato di questo nome, che quivi scorre, perché essendo quel territorio diviso in molte piccole porzioni, non compliva a quei che possedevano quelle particelle il goderlo così per indiviso senza trarne frutto alcuno. Noi porremo i nomi dei venditori, non per altro effetto se non perché resti memoria dell’antichità delle famiglie loro. Furono dunque venditori Affricante Affricanti, Seracino di Seracino di Carboncino, Marchese di Crescenzio Marchesi, Ranieri di Rustichino Minucci, Federigo di Ruffolo Olacchi, Ildino di Buonaccorso Topi, Rustichino di Guido di Borghetto Topi, Burnuccio di Diotisalvi, Gherardo di Guiccione, Rustichello di Vitale Amati, Niccolaio di Gherardino Gherarducci, Iacopo di Vitale Baldinotti, Righetto di Iacopo di Rinaldetto, Ugolino di Barone di Domenichello, e Guido di Michele, tutti dei Baldinotti, Piero di Bandino di Vergognosa, Magalotto di Greco Magalotti, Simone ed Useppo Galgano Saladini, Piero di Gotto Gotti, Andrea di Burneto, Michele di Ferracane, Ranieri di Maltragio di Paltronieri Maltragi, Belforte di Buonfidanza Belforti, Guglielmo del detto Belforte Belforti, Iacopo di Buonfidanza di Paltronieri Maltragi, Ganfoglia ed Inghiramo di Buonparente Buonparenti.

Il Repetti precisa inoltre che, nel 1288, il castello e gli uomini di Bruciano pagavano cinquecento lire di tassa prediale al Comune di Volterra, mentre Maffei afferma solo che, nell’anno 1293, i Volterrani vollero che i castelli a loro sottoposti rinnovassero tutti quanti il giuramento di fedeltà e soggezione, fra i quali quello di Bruciano, la cui giurisdizione fu comprata, per la quarta parte, da Bernardo, Tommè, Gherardo e Barone di Tedicio con tutti i poderi e pascolì e l’ottava parte comprata da Buonamico di Martino e da Ranuccio di Ugolino di Pannocchio Affricanti ed il restante del quale non si ha memoria, mentre gli uomini di Bruciano pagavano allo stesso Comune, quale tributo annuo, sessantasette quarre di grano. Nel 1297, afferma ancora il Maffei in occasione della determinazione della nuova lira nel contado, quella di Bruciano fu di 677 lire, risultando così superiore solo a quella stabilita per i castelli di Caselli, di Agnano e della Nera.

Il Repetti, inoltre, precisa che, per la convenzione del 28 settembre 1422, il Comune di Volterra acquistò dai conti Niccolò e Aldobrando, figli del conte Andromaco di Aldobrando d’Elci, l’intero territorio, giurisdizione e beni da essi posseduti in Bruciano con lo sborso di 840 fiorini d’oro. Tale notizia invece riportata dal Targioni Tozzetti in data 27 settembre 1424, riferendola solo a Niccolò del conte Andromaco.

Nella Rivista Volterrana dei mesi di giugno e luglio 1877, al capitolo 239 degli statuti volterrani del 1463 – 1466 intitolato “Dello affitio de’ peschieri”, è precisato che per il pascolo in Bruciano venivano pagati “fiori” cinquanta. Nel catalogo dei Vescovi in Volterra, del sacerdote Anton-Filippo Giachi, vinene pubblicato che uno dei due primi atti del vescovo Ugolino de’ Giugni figura quello in data 27 maggio 1466, relativo alla nomina di conte nella persona di Francesco degli Agli di Firenze, investito del castello, allora detto Volterrano, posto sulla cima del monte di Bruciano. Questa notizia è riportata in modo alquanto impreciso perchè confonde Castel Volterrano con Bruciano, mentre si è visto già nei discorsi servizi che Castel Volterrano, detto anche Castel Populi, pur trovandosi vicino e in linea geografica con quello di Bruciano, era edificato sul Poggio al Matempo.

Nella “Storia dell’antichissima città di Volterra” di Lodovico Falconcini, il più vetusto scrittore volterrano (1500 circa), è precisato che il castello di Bruciano, che si chiamava di Santa Lucia, dal quale la repubblica di Volterra ricavava ogni anno grande quantità di frumento fu distrutto insieme a quelli di Ripapoggioli e di Acquaviva, a seguito delle sedizioni fra Guelfi e Ghibellini.

Il castello di Bruciano, come si è già visto per Castel Volterrano, doveva essere il caposaldo della repubblica di Volterra verso la sottostante vallata del Pavone, torrente questo che divideva il suo territorio da quello del dirimpettario Fosini.

Quando fu costituito il marchesato Castelnuovo, Bruciano non vi fu incluso pur essendo distante da esso solo 4 chilometri, e anche quando il granduca Leopoldo I, con atto del 1 Aprile 1778, abolì gli antichi feudi, questo territorio fu aggregato alla comunità di Pomarance.

Da quanto mi è stato segnalato da più persone, fra i ruderi di detto castello sembra esista una pietra di consistente grandezza sulla quale è scolpita una magnifica testa di cavallo. Però in occasione della mia escursione, non è stato possibile rintracciarla e anche quelle persone, che periodicamente provvedono al taglio del bosco, asseriscono di non averla mai veduta.

Attualmente i ruderi del castello sono compresi nel territorio della Fattoria di Bruciano.

La chiesa di Bruciano, dedicata a Santa Maria, insieme a quelle del Sasso, di Monte Rotondo, di Cugnano, della Rocchetta Pannocchìeschi e di Castel Volterrano, era fìliale dell’antica pieve di Commessano, gli abitanti della zona dicono invece Conversano; assai prossima al Sasso, era ubicata poco più in là del podere Pino di Sopra e venne distrutta a seguito delle ricorrenti razzie cui erano sottoposte tutte le costruzlcni non protette, perché non comprese entro le mura di fortificazioni. La sua distruzione avvenne verso la fine del XV secolo, per cui il titolo del fonte battesimale fu trasferito nella chiesa parrocchiale del Sasso. Risulta poi che, in seguito, la chiesa di Bruciano fu annessa all’Arcipretura di San Salvatore di Castelnuovo Val di Cecina, con l’aggiunta del titolo di Santa Maria.

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Mi sono recato a Bruciano un sabato 1 aprile e in quell’occasione, ho conosciuto il dotto Franz Von Wesendonk, proprietario della fattoria, con il quale avevo già avuto contatti epistolari in merito all’antìco castello. Tale incontro si è dimostrato oltremodo fruttuoso: il dr. Wesendonk mi ha fatto da gentile e paziente guida, ho avuto con lui interessanti scambi di idee sulla materia che stavamo esaminando e, in tutta sincerità, ho dovuto riconoscergli una edotta ed entusiastica preparazione storica, che va senza dubbio al di là del mio semplice dilettantismo.

Parlare delle origini del castello di Santa Lucìa in Bruciano è comunque assai difficile, perché, come ho già detto in precedenza, nessun documento è fino ad oggi pervenuto alla nostra attenzione e quindi, logicamente, ogni opinione in merito è azzardata e priva di ogni valido fondamento. Tuttavia si può avanzare la supposizione che a Bruciano, o nei dintorni, vi possa essere stata qualche colonia del tardo periodo etrusco e poi romano, come dimostrano i ritrovamenti di reperti archeologici fatti dallo stesso dott. Wesendonk, il quale li custodisce con amorevole ed encomiabile cura, in un ambiente della sua Fattoria.

Fra le tante escursioni fatte, quella del castello di Bruciano è stata senz’ altro la più difficoltosa, in quanto dal casolare del Mulino, situato a circa 560 metri di altitudine, dove scorre un fossato, forse il Raone rammentato da Raffaello Maffei, per circa 500 metri in linea d’aria, ci si deve arrampicare per 200 metri di altitudine per arrivare alla cima del colle, dove si trovano i ruderi del fortilizio: è quìndi quella del versante una pendenza intorno al 40%, e su quel ripido sentiero, tutto ricoperto da fitta vegetazione e da un sottobosco rigoglioso, costeggiando enormi massi o inquieti torrentelli, il dott. Wesendonk si arrampicava con invidiabile facilità e disinvoltura e, a me, nonostante sia più giovane, non è stato proprio possibile. Quando giunsi, con notevole ritardo, sulla vetta, vidi che i resti del castello sono disseminati sul piano con cui termina quel ripido colle e sono pressoché ricoperti dalla vegetazione e da quel sottobosco che tanto mi aveva fatto dannare nella salita, per cui è difficile farsi un’idea chiara della precisa struttura dell’antica fortificazione. Camminando fra gli alberi, si vedono affiorare, tra il fogliame e gli arbusti, vari ruderi dell’antica costruzione e, qua e là, si possono localizzare impronte e sagome di alcune delle parti del castello e delle sue pertinenze, ma non è possibile dar loro una precisa definizione. Invece, sul versante di ponente, affiorano dal terreno alcune rovine che, a mio avviso, per la loro tipica forma e consistenza, possono essere ìdentificate in due abbeveratoi quasi due piccole cisterne. La fitta vegetazione e il consistente sottobosco purtroppo impediscono anche un’accurata rilevazione fotografica delle rovine: un sopraluogo più fruttuoso, da questo punto di vìsta sarebbe possibile effettuarlo soltanto dopo il periodico taglio delle piante, Comunque, come ho già detto. è evidente che questo castello doveva essere imponente e ciò si può meglio rilevare dallo studio e dalla ricerca topografica fatta dal dotto Wesendock, del quale viene riportata la pianta, che lo stesso ha inserito in una sua pubblicazione in lingua tedesca.

Qualche chilometro più in là delle rovine del castello, verso Sasso Pisano, si trova la fattoria d Bruciano. La fattoria è dotata anche di una caratteristica cappella dedicata a Sant’Ottaviano, nel cui sotterraneo si trovano le tombe sepolcrali della famiglia Ricciarelli di Volterra, già proprietaria di tale vasto ed interessante complesso rustico. Davanti alla cappella sono state collocati delle pietre e i resti di colonne di origine etrusca, mentre sul retro si apre la stanza destinata da dr. Wesendonk a museo di quegli interessanti reperti che, a seguito delle sue appassìonate ricerche, riesce a strappare alla terra e al logorìo del tempo. Tra questi primeggiano embrici del tardo periodo etrusco con sigillo originale che, in alcuni casi, si riferisce alle città di Populonia e di Volterra.

© Pro Volterra, ELIO PERTICI
Bruciano, in “Volterra”