Parlare delle origini delle corse dei cavalli a Volterra è un’impresa assai difficile, perché non esistono documenti che ne possono dare testimonianza.

Alcuni asseriscono che, prima del Palio, avvenisse la «corsa alla lunga» di soli cavalli, con partenza dal Borgo di S. Giusto e arrivo in Piazza dei Priori. Ma di tale manifestazione, nonostante l’assidua e preziosa assistenza dell’amico Panichi, non ho trovato niente che convalidi simili asserzioni.

Per quanto riguarda il Palio, posso invece essere più esplicito sulle sue origini, perché la deliberazione del Consiglio Comunitativo, in data 24 aprile 1819, testimonia che, in occasione della venuta a Volterra di Francesco II, «Il popolo volterrano era superlativamente desideroso di esternare il suo giubilo in sì fausto avvenimento, per cui fu disposto che i festeggiamenti consistessero in un Palio alla Tonda nella Piazza di Vallebuona, ed in una festa di ballo nel nuovo teatro».

Stanziarono, per l’occasione, la somma di trecento scudi.

Altra deliberazione dispose, poi, i lavori di pulizia che dovevano essere eseguiti in Vallebuona dalla ditta accollataria: in particolare per eliminare il pericolo di eventuali frane del terreno e per rispettare le piante ivi esistenti. Perciò viene da pensare che allora non vi fossero in Vallebuona le gradinate a terrazza e che il Palio avesse avuto origine da data anteriore perché quello disputato in occasione di tali festeggiamenti era senz’altro, per Volterra, a carattere straordinario.

Procedendo nella ricerca di notizie, ho consultato «Il Corazziere» e ho trovato che il 15 agosto 1882 ebbe luogo un tentativo di «corsa alla tonda» con fantini che ebbe un esito mediocre. In tale corrispondenza infatti venne lamentato che, nonostante i precedenti e innumerevoli insuccessi, ancora una volta la popolazione venne «mistificata», per cui si raccomandò di spendere maggiori premure perché tali «mistificazioni» cessassero di aver luogo.

Le «corse alla tonda» si ripeterono in una o più manifestazioni all’anno e, in ogni corrispondenza, venne sempre raccomandato che l’impresa incaricata facesse il possibile perché le corse riuscissero di pubblica soddisfazione.

Nel settembre 1886, inoltre, fu aggiunta anche la corsa di «velocipedisti», ma anche in questa occasione venne lamentato che «se invece di velocipedisti avessimo avuto cavalli migliori forse il pubblico si sarebbe divertito di più».

La discreta affermazione e riuscita della manifestazione della «corsa alla tonda» avvenne, nel giugno 1888, con eccezionale concorso di popolazione e con il consueto intervento della Banda cittadina che suonò varie sinfonie. Da tale anno in poi il Palio prese, normale avvio nelle tre ricorrenti manifestazioni, dando origine anche a feste di mondanità. La cronaca infatti riporta che, oltre alle corse dei cavalli, furono attirate anche le signore e signorine presenti, ornate di pizzi e di eleganti e sfarzosi abbigliamenti.

Non ho trovato nient’altro d’interessante; l’ultima corsa del Palio avvenne il 17 settembre 1934.

L’ANFITEATRO DI VALLEBUONA

Vallebuona, quando era sede del Palio volterrano, non era come oggi, perché, a quei tempi, gli scavi per il teatro romano erano sempre da progettarsi.

Il prato di Vallebuona ha subito infatti, nel tempo, varie trasformazioni; la pista per il Palio, inizialmente, era piccola, poi, (prima degli anni trenta, circa nel 1925) il piano fu abbassato e la pista stessa fu allargata, comprendendo allora anche una parte della strada. Tale fatto, per alcuni cavalli, costituì un «handicap» perché il passaggio dal terreno morbido della maggior parte della pista a quello più duro del tratto di strada causava non pochi infortuni che portarono perfino all’abbattimento degli animali stessi.

Le successive variazioni al prato di Vallebuona sono ben note a tutti: vi fu trasferito il campo sportivo e, durante i lavori per un ulteriore abbassamento del terreno, si arrivò alla scoperta dei resti del teatro romano.

Anch’io ho assistito ad una corsa, per farsi un’idea di quella manifestazione, mi ricordo, infatti, di avere visto il Palio, certamente anche l’unico, nel 1932. Fu nel mese di agosto e vi assistei dalle tipiche gradinate a terrazza, che si estendevano sulla parte a monte dell’anfiteatro di Vallebuona. Si accedeva a tali gradinate dalla zona sottostante il muro di cinta, che regge Via Lungo le Mura del Mandorlo, mentre l’ingresso all’anfiteatro consisteva in una breve scalinata, situata verso il centro della zona a monte, dove si trova l’attuale parcheggio. Il prato di Vallebuona di allora, contornato per due terzi da piante secolari, delle quali ancora oggi vi sono alcuni esemplari, era la meta preferita da noi ragazzi.

La pista per la corsa dei cavalli era determinata all’interno da una stecconata, mentre, esternamente, era delimitata dal muro della prima gradinata e, nel tratto che scorreva sulla strada, dalle tende. All’interno della stecconata vi era il palchettone per il corpo bandistico di cui Volterra, a buona ragione, era assai fiera; tutto il resto era destinato al pubblico, ad eccezione di un piccolo tratto che era occupato dal bettolino di Bardola. Il grosso degli spettatori, festosi e vocianti, si trovava sulle gradinate, anche perché consentivano di vedere la manifestazione dall’alto.

Erano, quelli del Palio, giorni di festa assai sentiti dalla popolazione volterrana e cadevano sempre in occasione delle festività che precedevano le tre fiere annuali: il 2 giugno, il 15 agosto e la terza domenica di settembre.

Mi ricordo del «Lungo», marito della Bianchina, con il banco per la vendita di dolciumi situato subito fuori Porta Fiorentina che, per l’occasione, «tirava» la menta per poi trasformarla in «sigari» e «cazzotti». Mi ricordo anche di tanti altri rivenditori dei tipici dolci di Lamporecchio, ma il più caratteristico mi sembrava il nostrano «Bruttini» che, con il suo inseparabile paniere, vendeva semi, noccioline e «duri» di menta. Venivano consumati nell’occasione molti cocomeri e bevuti tanti e tanti fiaschi di vino. Erano di moda anche le «granite» che anticiparono a quei tempi le attuali bibite.

La giuria del Palio era formata da Stefano Biondi, Dino Caporioni e dal Sandrini in rappresentanza del Comune. Mossieri furono nell’ordine Amelio Gori detto Pasticca o Arturo Biondi noto come il Castrino.

Mi ricordo anche della caratteristica campanella che dava inizio al Palio. La corsa si articolava sulla disputa delle varie «batterie» per poi concludersi nella finale. I cavalli, scortati prima da «Galantuomo» e poi dall’«Agnella», arrivavano dai vicini Pubblici Macelli e, al loro ingresso in pista, si levava subito l’urlo frenetico degli appassionati.

Allora potei apprendere anche i nomi dei vari fantini volterrani, tipici eroi di quella manifestazione, da me non conosciuti, come Tabarre, Checche, il Gobbo, Argentino e Nellino della Carlottina; mi ricordo invece solo di Ottorino Luschi detto «Cispa», non volterrano, e di Vincenzo Ceppatelli detto «Tabarrino», figlio del più ben noto «Cavaliere».

TABARRE

Parlando, però, del nostro vero protagonista, Tabarre, posso dire solo che tante ed Innumerevoli furono le sue vittorie al Palio di Vallebuona, ma di queste anche i più anziani serbano solo un ricordo vago, perché cancellate dal tempo nella memoria di questi vecchi appassionati.

Si chiamava Francesco Ceppatelli, nacque a Volterra nel 1860 e vi mori nel 1921. Fin da giovinetto corse il Palio per poi «espatriare» a Siena, dove il libro d’oro di quella importante manifestazione ne dimostra ai posteri la bravura e la decisione.

Volterra, pertanto, ricorda Tabarre, con la cavalla «Cignalina» di Chiaro da Serrazzano, come un «mitico» fantino, sempre pronto all’agonismo che il Palio sapeva suscitare anche nei «patiti» del Vallebuona di allora e che, immancabilmente, rivive per essi in quello di Siena, nella sfolgorante manifestazione che ogni anno offre al mondo intero.

© Pro Volterra, ELIO PERTICI
Il palio e Tabarre, in “Volterra”