Un’accolta di torri e di severi palazzi, cinta da mura, interrompe e sovrasta il susseguirsi dolce di vigne e d’uliveti, di case e di piccole chiese di campagna. Più lontano una corona di colli più aspri, coperti di fitte boscaglie, chiude tra mezzogiorno e levante, l’inatteso scenario. – E. Fiumi

Il fiore delle castella è uno scenario unico, irripetibile, arricchito dal prezioso scrigno dei tesori che racchiudono le mura, le chiese, i musei, i palazzi, che attirano ogni anno, irresistibilmente, milioni di visitatori da tutto il mondo.

Le necropoli scoperte a Cellole, Pancole e in altre località, testimoniano che il territorio era abitato fin dal periodo villanoviano ma numerosi sono anche i reperti d’epoca romana, come l’acquedotto di S. Bartolo.

Dai tempi della grande lucumonia a quelli dell’importante municipio romano fino al medioevo, quando nel ruolo subentrarono i suoi vescovi, Volterra influenzò fortemente la valle dell’Elsa e tutto il territorio, che in età comunale formerà la piccola repubblica di S. Gimignano.

Le prime notizie sul castello risalgono al 929 quando il re Ugo di Provenza concesse a Adalardo, vescovo di Volterra, un privilegio sul Monte della Torre, dove sorgeranno il palazzo vescovile, la curia, la chiesa di S. Stefano in Castello e la Canova, il magazzino dove si conservava il grano che la chiesa distribuiva durante le carestie.

Il borgo nato all’ombra del castrum, dal quale era diviso da un ampio fossato attraversato da un ponte, era già formato nel 949 ed assurse in breve volgere di tempo per gli intensi commerci dovuti al passaggio della Via Francigena, alla coltura dello zafferano, all’intraprendenza e laboriosità dei suoi abitanti, un consistente sviluppo ed una considerevole importanza economica.

Dall’altro lato della strada che percorreva l’abitato c’era il castello, oggi Rocca di Montestaffoli, anch’esso di proprietà del vescovo.

L’originario castrum era delimitato da una prima cerchia di mura costruite entro il mille, lunghe 1.108,06 m., ma l’incremento della popolazione durante il millecento rese necessaria la costruzione di una seconda cerchia, che si dimostrò presto inszifficiente a contenere e proteggere la crescente popolazione urbana, tanto cile furono nuovamente ampliale fino a raggiungere nel 1265 un perimetro di 2176, 14171. [E. Fiumi]

In pochi decenni San Gimignano diventò un centro strategico che controllava una zona sempre più ampia.

Dal nono all’undicesimo secolo i vescovi accrescono e consolidano tanto il domino temporale quanto il patrimonio fondiario della mensa, per effetto di donazioni ed acquisti, allargando la loro giurisdizione alle campagne circostanti.

Questa piena signoria sul castello e sul territorio comincia ad allentarsi nel corso del XII sec., quando inizia un processo storico che porterà alla formazione del comune ed alla capitolazione del potere vescovile, tanto radicato che ci vorranno più di cento anni per annullarlo. La stessa Volterra nel 1042 si era ribellata al potere ecclesiastico, dandosi un governo di tipo consolare, cosa che avviene a San Gimignano nel 1199 con la nomina dei primi consoli, mentre il Palazzo Comunale sarà terminato nel 1298. Ben presto il nascente comune mira ad espandersi nel territorio e inizia le ostilità per il controllo di Casaglia, sotto la giurisdizione del vescovo, che si protrarranno per 40 anni.

Le prime lotte aperte tra il vescovo e gli uomini di San Gimignano risalgono al 1129 e si acuiscono sotto il vescovo Ildebrando (1180-1211). Il dominio episcopale aveva in questa terra radici veramente profonde ed occorreranno più di cento anni per cancellare dalla scena politica sangimignanese il potere del vescovo e ridurre nel niente i suoi titoli d’ordine imperiale.

Dopo alterne vicende di pace e di guerra, un aspro conflitto esplode nel 1230 quando i sangimignanesi, guidati dal loro podestà, occupano i castelli di Pulicciano, Picchena, Ulignano ed assaltano il castello di Gambassi dove il vescovo era rifugiato. Questi riesce a fuggire e dalla cattedrale di Volterra fulmina di scomunica il podestà, i giudici e i consoli; colpendo d’interdetto la terra di S. Gimignano. [E. Fiumi]

L’ultimo aspro contrasto esplose nel 1290 per ragioni di decime e d’immunità, ma ormai i rapporti tra vescovo e comune erano passati a dipendenza puramente formale, poiché il vescovo non aveva più la forza di far valere i suoi titoli.

La lunga signoria vescovile se ritardò, come a Volterra, il processo di formazione comunale, impedì ai fiorentini di avanzare oltre l’Elsa, in quanto l’autorità del vescovo-conte protesse il territorio da ogni ingerenza esterna e dette modo al comune di affermare la sua sovranità. La vita di questo territorio fu sempre influenzata fortemente da alcune importanti vie di comunicazione, tanto in epoca longobarda e franca che in quella comunale.

La Via Francigena ebbe un ruolo fondamentale per lo sviluppo della zona: tutte le merci che transitavano tra Siena ed il porto di Pisa passavano da S. Gimignano che si dimostrò abilissima nel gestire questi traffici, ma il suo primo impulso urbanistico, la fisionomia distrettuale sono dovuti alla feudalità ecclesiastica. [E. Fiumi]

Lungo quest’arteria sorsero numerosi luoghi d’accoglienza gestiti da ordini religiosi e confraternite laiche e alcuni ospedali, tra i quali quello fondato da Donna Nobile e l’altro intitolato alla memoria di S. Fina, costruito nel 1253 subito dopo la morte della fanciulla che sarà proclamata beata. Nel 1262 si contano ben nove hospitatores.

Nel periodo in cui la Terra di S. Gimignano raggiunse la sua massima popolazione, gli enti ecclesiastici e d’assistenza erano più di 50. Il loro sviluppo, sia numerico sia patrimoniale avviene dopo la grande peste del 1348, con una popolazione ridotta notevolmente e un’economia che vedrà secoli di stagnazione: nel 1509, tra conventi, badie, monasteri, ospedali, cappelle, chiese e luoghi pii, fraternità ed enti laici, si arriva alla bella cifra di 95 ed ancora nel 1776, 1777 se ne contano 89. [Razzi]

I sangimignanesi traggono profitto dall’enorme movimento delle merci in transito sul loro territorio e detengono il monopolio della coltura dello zafferano, usato in farmacopea; in tintoria e utilizzato fin dal duecento anche in cucina. La preziosa spezia, protetta a norma di statuto contro le adulterarioni; è usata anche al posto del denaro per pagare i soldati; per onorare le rate dei mutui contratti dal comune o per rendere omaggio a re ed imperatori.

Il vescovo di Volterra se ne serve per corrompere i prelati della curia romana. [D. Balestracci]

Grazie agli stretti legami che hanno con Pisa, gli uomini d’affari valdesani commerciano attivamente con la Sardegna, le coste tunisine, la Siria, l’Asia Minore, l’Egitto.

È soprattutto il prestito usuraio a fare la ricchezza dei prestatori di denaro sangimignanesi, che troviamo a Campiglia e Suvereto, come a Milano, Bologna, Arezzo, Udine, etc.

Le loro vittime predilette erano i vescovi, perennemente indebitati.

Dal punto di vista economico la forza di S. Gimignano era legata ai commerci ma anche, soprattutto nelle fasi iniziali del suo sviluppo, all’agricoltura che si era specializzata nelle viti, che producevano uve di gran pregio dalle quali si ricavavano il vino cosiddetto greco e la vernaccia, e nel croco, dal cui fiore si estraeva lo zafferano. Abbondante era la produzione dell’olio ma non poche erano le colture destinate a grano, lino, orzo, panico, segale. Nel XIII secolo si formò così un ceto imprenditoriale abbastanza cospicuo, con diramazioni in varie parti d’Italia ma anche in Africa ed in Medio Oriente.

E molto probabile che i primi trafficanti sangimignanesi abbiano seguito il flusso dei viaggiatori che transitavano per la Via Francigena e che siano stati spinti dal miraggio di vendere più vantaggiosamente il prezioso zafferano nei paesi lontani.

Talvolta le imprese mercantili si mescolavano in modo singolare con gli avvenimenti militari e religiosi. L’incitamento alla lotta contro gli infedeli ebbe i suoi effetti in Toscana e non furono pochi i sangimignanesi, insieme ai senesi, ai fiorentini, ai volterrani che parteciparono alla quinta crociata contro l’Egitto.

La strada che da Siena va a Pisa attraverso la Val d’Era, variante della Francigena e che lambisce Villamagna, Capannoli, Ponsacco e Pontedera, era molto transitata e garantiva un reddito annuo calcolato intorno alle 1.000 lire. Come Siena, S. Gimignano si può definire figlia della strada.

La città assunse gradatamente il ruolo di luogo di sosta, dove mandanti, pellegrini e mercanti potevano fermarsi, trovare accoglienza ed anche aiuto. Vicino al centro abitato, lungo le strade, sorsero numerosi xenodochia (luoghi per l’accoglienza degli stranieri) che ebbero anche il compito di filtrare gli accessi delle persone alla città, arginando i gruppi di miserabili e di mendicanti che avrebbero reso poco decente la vita dei residenti. [Mancini]

I contrasti sempre più profondi ed estesi con il Comune di Volterra e le guerre che ne seguirono, costringevano i vescovi a collezionare debiti con gli usurai per far fronte ai quali iniziarono a cedere in pegno un castello dopo l’altro, così S. Gimignano finì per avere sotto di sé una decina di castelli e poco meno di 50 villaggi. [D. Balestracci]

La città s’ingrandiva a spese dei vescovi e di Volterra, ma non poteva sottrarsi alle mire di dominio di Firenze, che dal 1255 iniziò ad imporre podestà fiorentini.

La popolazione del territorio comunale nel 1227 ammontava a circa 1.400 fuochi, equivalenti a 7.000 abitanti, come Volterra e Montevoltraio insieme. Per fare dei paragoni Castelvecchio nel 1332 aveva 45 fuochi, mentre sul territorio di Berignone intorno al 1200 vivevano oltre cento famiglie. I fuochi del comune di Firenze, all’estimo del 1379, erano 13.372.

Il comune, non senza guerre e contrasti con il vescovo e con Volterra, raggiunse la massima espansione intorno al 1300, fino alla peste del 1348. [Razzi]

“Per fare fronte alle spese della guerra contro Volterra (1307-1309) San Gimignano si espone per 20.000 fiorini, necessari a pagare soldati, cavalieri, contestabili e un capitano di guerra. Il tutto – nota amaramente Balestracci – per combattere contro un altro esercito ugualmente costoso, una guerra fatta di capanne bruciate, castelli assaliti, contadini ammazzati o bastonati, masserizie rubate, maiali scannati e pecore sgozzate”.

Negli anni 1348-50 si abbatté su tutta Europa la Peste Nera, che falcidierà la popolazione; quasi ogni tipo d’attività ne rimarrà colpita e questo favorirà implicitamente il predominio di Firenze, che dal 1353 nominerà direttamente il podestà di S. Gimignano. Una successiva epidemia nel 1430 dimezzerà ulteriormente la popolazione rispetto al 1350.

La sottomissione a Firenze è sempre più marcata, tanto che la città valdesana nel 1358 è costretta a edificare per suo conto la Rocca di Montestaffoli ma per far fronte ai costi deve chiedere prestiti ai banchieri fiorentini, non certo generosi: il banco Strozzi farà sbattere in galera il sangimignanese Francesco Ridolfi finché il debito non sarà onorato fino all’ultimo centesimo.

Nelle scuole del castello esercitano maestri d’alto livello: Accorsino da Santa Fiora, già maestro a Bologna, Forlì e Cesena, Mattia Lupi, Giovan Battista Cantalicio, che sarebbe poi diventato vescovo di Penne e d’Adria e Michele Marganti che all’inizio del 1500 insegna alla corte dei Farnese.

Tra i pittori sono da ricordare: Memm0 di Filippuccio, Lippo Memmi, Simone Martini, Taddeo di Bartolo; tra gli scultori Tino di Camaino, Goro di Gregorio, Francesco di Valdambrino, Jacopo della Quercia.

Dagli anni ’60 del quattrocento si privilegiano gli artisti che vengono da Firenze: Benozzo Gozzoli, il Pollaiolo, Giuliano e Benedetto da Maiano.

Il comune prescrive precise norme sulle caratteristiche e l’altezza delle torri; una legge del 1288 vieta di demolire case palazzi, quindi torri, se non per ricostruirle meglio. Prima la torre Rognosa, detta poi dell’orologio annessa alla foresteria che impropriamente si chiamerà Palazzo Antico del Podestà, (m. 50,92) poi la Torre Grossa di m. 53,28, deliberata nel 1298 e costruita dal 1300 al 1311, faranno da limite alle pretese esibizionistiche delle ricche famiglie (a cui era consentito di costruire torri solo se nobili o in possesso di navi mercantili alla fonda nel porto di Pisa). Il primato in altezza della Torre Grossa è dovuto al fatto che ogni podestà faceva sovrapporre un corso o un piano che poi segnava con il proprio stemma.

Tra le torri più antiche c’erano quelle dei Becci e dei Cugnanesi, dei Lupi e dei Cattani. Molte volte le leggi vietavano di costruire edifici che superassero una certa altezza, perciò alcune delle maggiori famiglie sangimignanesi si fecero costruire due torri, una vicina all’altra. I Salvucci, famiglia tra le più potenti e ricche, n’ebbero addirittura quattro. Queste costruzioni erano spesso affiancate da un palazzo, che in caso di condizioni normali era l’effettiva abitazione del nucleo familiare.

Dal 1338 al 1347 si annette alla Torre la Loggia del Popolo, nella piazza, sull’area delle case demolite degli Ardinghelli. Nel momento del massimo splendore, che vedrà la città dotarsi del maggior numero delle splendide opere d’arte che ancora oggi si possono ammirare, sembra che le torri fossero 72, ridotte a 25 nel 1580. Le 13 o 14 che si possono ancora ammirare devono la loro esistenza ad una decisione del 1674 che ordina il restauro e la conservazione delle torri in rovina per rispetto della grandezza della Terra. [P. Toesca]

Sulla via inarrestabile di una progressiva decadenza, a metà del cinquecento, il castello valdesano avamposto chiave per il controllo del territorio a sud dell’Elsa, ritrova un effimero ruolo strategico quando Cosimo dei Medici e gli imperiali stanno portando avanti l’ultimo assalto all’indipendenza di Siena. Nel 1553 furono costruiti il bastione e l’antiporte, ma terminate dopo due anni la guerra, le fortificazioni non servono più perché Firenze, ormai padrona assoluta della regione, non ha più avversari da combattere; pertanto la rocca spogliata delle sue strutture militari è assegnata nuovamente al vecchio concessionario.

L’inquadramento nel Granducato significa la perdita di una serie d’antichi privilegi. Firenze allunga la mano su tutte le sue istituzioni, sul patrimonio culturale, sulla biblioteca, un autentico gioiello della sua epoca, troppo apprezzata da Cosimo de Medici che nel 1568 fa sapere che accetterebbe con molto piacere la sua donazione, cosa che naturalmente avvenne.

Nel 1572 sono ritirate da San Gimignano le batterie d’artiglieria e la decisione suona come il definitivo de profundis per il ruolo militare del castello.

Una terribile pestilenza, ancora più micidiale della peste nera del 1348, decimò gli abitanti della terra di S. Fina nel 1631, riducendoli a poco più di 3.000 anime.

La fine del settecento coincide con una serie di cambiamenti. Il 18 settembre 1782 Pio VI aggrega il castello alla diocesi di Colle Val d’Elsa, istituita nel 1592, rescindendo l’antico rapporto con Volterra ed alcuni decenni più tardi il comune è inserito nella provincia senese. Dalla fine dell’ottocento all’inizio del novecento prende sempre più consistenza la moda di riprendere le caratteristiche medievali del castello. Gli edifici sono depurati degli appesantimenti e delle brutture che stravolgono la loro fisionomia e dove il medioevo non c’è si costruisce ex novo, come si fa con la loggia medievale che accoglie, sul lato sinistro, chi arriva da Piazza delle Cisterne, mentre il Palazzo del Comune è coronato di merli.

A prescindere dal rispettabilissimo giudizio dei puristi, si deve convenire che l’esito di questa cura sia particolarmente felice se milioni di visitatori accorrono oggi da ogni parte del mondo per visitare il fiore delle castella.

Tralasciando in questa sede le preziose opere d’arte ospitate nei musei, nei palazzi, nelle chiese, numerosi, pregevoli, ricchi di storia, importantissimi sono i suoi monumenti, tra i quali: Palazzo Pratellesi, con parte dell’archivio storico e della biblioteca comunale, in Via S. Giovanni; La casa torre Pesciolini a cinque piani in Via S. Matteo; Palazzo Friani, poi Tortoli con la torre Mozza in Piazza della Cisterna; Il Palazzo Cortese con la Torre del Diavolo; La torre Ardinghelli, sempre in piazza della Cisterna; La splendida casa con le due torri Moronti, in via del Castello; Le due torri gemelle in piazza delle Erbe; La torre dei Cugnanesi; Il Duomo, costruito nel luogo dove c’era un primitivo oratorio, elevato a Pieve nell’XI secolo.

Nei secoli XIII e XIV una ventina di castelli attorniavano la città turrita, molti dei quali sono completamente scomparsi. [G. Cecconi – S. Renzi]

Ulignano fu castello dei vescovi volterrani nel XII secolo e poi libero comune, tormentato dalla rivalità tra i vescovi di Volterra ed i sangimignanesi.

Casaglia è ricordata in una donazione del 996 fatta da Willa, madre del marchese Ugo di Toscana, alla Badia Fiesolano di Firenze.

Sul culmine di Poggio a Issi sono visibili i resti di un monumentale ipogeo etrusco arcaico, seconda metà del VI sec./primi del V sec. a. C. -, composta da un vestibolo centrale da cui si accedeva a cinque celle.

Nei pressi di Bucciano, sono ancora visibili i resti di una grande tomba etrusca del periodo ellenistico. Nella stessa località furono rinvenute altre otto tombe etrusche dello stesso periodo, oggi scomparse.

Il convento di Monte Oliveto fu costruito nel 1340, per volere di Gualtiero Salvucci.

Badia a Elmi fu fondata dal nobile Adelmo nel 1034, che ebbe una buona prosperità, grazie alle donazioni ed alla funzione di hospitatores, dal momento che l’edificio era ubicato su un’importante via di transito tra Certaldo e Gambassi.

l primi documenti relativi alla Pieve di Cellole, facente ancora parte della diocesi volterrana risalgono al 1109; questa pieve ebbe un’importanza notevole come chiesa madre di ben 14 suffraganee. Situata alle porte di S. Gimignano, ma più antica, venerabile ed artistica di quella cattedrale, é una magnifica perla d’arte e di memorie. [M. Bocci]

© Bruno Niccolini, BRUNO NICCOLINI
San Gimignano delle Cento Torri, in “I luoghi di Velathri, Il fiore delle Castella”, a. 2010, pp. 5-11