di Cecilia Guelfi

Via Don Minzoni



Da Piazza XX Settembre, procedendo verso la Porta a Selci ha inizio la strada Don Minzoni che, per una lunghezza di 265 metri, racchiude alcune tra le testimonianze storiche ed artistiche più rappresentative della Volterra di ieri e di oggi. È il percorso centrale dell’intero contesto orientale della città, antico ingresso a Volterra da Porta a Selci per chi proveniva da Siena, con un andamento parallelo al decumano della città che si vuole passasse immediatamente al di sotto del piano di Castello in corrispondenza con la porta più antica.

Già esistente in epoca medievale, la via presenta complessivamente un assetto relativamente recente a causa delle notevoli trasformazioni subite in antico per l’incendio apposto a questa parte di città nell’assedio del 1530 del Ferrucci e, in epoche più recenti, per alcune distruzioni risalenti all’ultima guerra mondiale. Francesco Ferrucci, uomo di popolo e di guerra, combattente per la libertà della patria, ebbe il compito dalla Repubblica di Firenze di ripristinare l’ordine a Volterra, dopo che la città stessa si era rivoltata contro i capitani fiorentini per il malgoverno svolto. Entrato il 26 aprile 1530 con le sue truppe nella città, assediata dagli insorti, il Ferrucci molto presto riuscì a riconquistarla e, dopo l’arrivo degli imperiali papali, sotto la guida di Fabrizio Maramaldo e del marchese Del Vasto, seppe difenderla come ultimo dei baluardi di resistenza della Repubblica.

Da moltissimo tempo Via Nuova era il nome con cui era denominata questa strada che dalla Via delle Prigioni giungeva fino alla Porta a Selci. I documenti ci dicono che fin dal Trecento questa via era detta “Nuova” e non è forse azzardato dire che proprio dopo il 1320 le fu data tale denominazione, perché fu appunto in quel modo che il Comune compì importanti lavori nella città e specialmente nella contrada di Porta a Selci e di Sant’Agnolo, tanto che i Priori, il 20 febbraio 1322, davano facoltà di poter edificare case. Fu proprio a seguito di questi lavori che furono abbattute moltissime case della contrada di Porta a Selci, per lo più dei poveri. Esiste però un’altra notizia che sposta la data della denominazione della Via Nuova al 1291: sembra infatti che fra gli antichi ospedali di Volterra ne esistesse proprio uno in questa via, fondato da Baccio di Federico Ruffoli e denominato di Santa Maria di Via Nuova o della Misericordia. Anche successivamente altri lavori furono compiuti nella contrada, specialmente quando furono eseguite ristrutturazioni intorno al Cassero o Fortezza. Nuove case furono abbattute, come la casa dell’ospedale di Provenzano e i Priori provvidero a rimborsare, nel 1352, Chiannuccio di Giovanni responsabile e custode dell’ospedale di Porta a Selci, assegnandogli un compenso di L. 1000.

Il primo tratto di questa via, da Porta a Selci alla Chiesa di Sant’Agostino, era denominata Via della Porta a Selci o Via della contrada di San Piero o di Porta a Selci e, in non pochi documenti, anche Via del Piano di Porta a Selci. Veniva chiamata così, perché prendeva il nome dalla porta per la quale si accedeva e arrivava fino a Piazza Sant’Agostino. Il motivo di tale antico appellativo potrebbe risalire al fatto che, mentre tutte le vie della città erano pavimentate con mattoni messi a coltello, soltanto la via presso la Porta a Selci, che continuava quasi in linea retta fino al borgo di San Lazzaro, era tutta selciata con piccole pietre.

Nel 1710, quando fu costruito il Monastero di San Pietro, poi Regio Conservatorio presso la Porta, la topografia del luogo fu radicalmente cambiata dal nuovo e vasto edificio; difficile, per non dire impossibile, ricostruire quella topografia, ma è certo che molti dei vicoli, delle strade e delle viuzze, allora esistenti e conducenti quasi tutte verso le mura, scomparvero.

Successivamente la strada, che prima si diramava da Via delle Prigioni, Via Guidi fino alla Porta a Selci, fu troncata in due parti: quella di Via Nuova fino alla chiesa di Sant’Agostino, l’altra di Via della Porta a Selci, dalla Chiesa di Sant’Agostino alla porta omonima.

Nel 1878, alla morte di Vittorio Emanuele II, il Municipio intitolò la strada, di nuovo per tutta la sua completa lunghezza, alla memoria del sovrano. Nella revisione del 1930 si tornò alla divisione: primo tratto Via Nuova, secondo tratto, Via Vittorio Emanuele.

Il tratto di Via Vittorio Emanuele, durante il breve periodo della Repubblica Sociale Italiana, fu chiamato Via della Repubblica, in spregio alla monarchia sabauda, ma, terminata la seconda guerra mondiale, le fu scelto il nome di Don Mìnzoni. Il 1946 così segnò l’ultimo e definitivo toponimo, intitolato alla memoria dell’ardente sacerdote emiliano che si oppose al regime fascista e perse la vita in una spedizione punitiva, organizzata contro la sua figura esemplare.

La Via Don Minzoni, attualmente, risulta essere il principale accesso carrabile della città. Caratterizzata dall’aspetto sette-ottocentesco dell’edilizia che vi prospetta, fatta di case dalle semplici facciate lisce con ritmi differenziati di finestre rettangolari piane con persiane, povere di dettagli significativi, la via ha conservato tracce del più antico impianto quasi sempre ai piani terreni e, sul fronte, solo per l’evidenza di singoli elementi, come i bei portali di ingresso quasi sempre più antichi del fronte superiore, mentre spesso gli interni conservano volte al pianterreno e solai in legno ai piani superiori.

I Palazzi che si incontrano in Via Don Minzoni sono molti e di notevole importanza, non solo perché testimonianza architettonico-storica di varie epoche ed emblema del potere di antiche e nobili famiglie volterrane che hanno dato lustro alla città, ma anche per il loro attuale utilizzo.

PALAZZO SENSI CONTUGI

Il primo che incontriamo è il Palazzo Sensi-Contugi che si trova ai nn. 2-4. Frutto di una fusione accorpamento di più unità edilizie del Cinquecento, avvenuta probabilmente nel Seicento, il fronte del palazzo presenta due bei portali ad arco in pietra con, al primo piano, ritmi costanti di cinque finestre allineate, che ai piani superiori sono sfalsate con il marca davanzale continuo su cui poggiano le alte finestre rettangolari con cornici squadrate. All’interno un bell’atrio coperto da volte a crociera introduce ad una scala sormontata da volta a botte e ad ambienti ed arredi del Novecento. Come ogni palazzo nobiliare degno di questo termine, anche quello Sensi-Contugi presenta, all’interno, un bel giardino con pozzo quadrato con colonne ed architrave del Cinquecento.

Non è dato sapere quando il palazzo, sito al n. 4 di Via Don Minzoni, sia diventato di proprietà dei Contugi, anche perché intorno al Cinquecento la casata si fuse con i Serguidi della contrada di Borgo, trasformando il cognome in Contugi Serguidi. Entrarono poi in scena i Sensi, portando il cognome in Sensi-Contugi Serguidi.


PALAZZO LEONORI CECINA

Al n. 9, è il bel portale centrale in pietra panchina del seicentesco Palazzo Leonori-Cecina, ristrutturato in varie epoche, dalle finestre con elaborate cornici in pietra; unità accorpata, al n. 11, corrispondente, oggi, al n.10 di Piazza XX Settembre, che scatta indietro con un filo murario arretrato e con dettagli analoghi.


Sul lato opposto, il complesso di edifici compreso tra Piazza XX Settembre e Via di Porta Marcoli, rappresenta la parte forse più significativa della Via Don Minzoni, proprio perché si caratterizza per un fronte composito di edifici, per pregio architettonico e per dimensione, molto significativi e affacciati con importanti giardini, purtroppo non visitabili, verso le mura.

CHIESA DI SANTA BARBARA

Alla facciata settecentesca della chiesa di Sant’Agostino si stringe quella piccola e ormai quasi irriconoscibile della contigua chiesetta di Santa Barbara, ridotta a panificio.


PALAZZO VIGILANTI

Le si affianca il Palazzo Vigilanti, rifacimento novecentesco in stile gotico che ospita la Biblioteca Comunale. Il Vigilanti è un palazzo dall’elegante facciata di antica origine, ma che ha subito, nel corso degli anni, molti rifacimenti. Risulta essere il risultato di un radicale ripristino, avvenuto nel XX secolo in stile gotico, come dimostrano gli archi acuti che sormontano le aperture. Anche per questa casata la genealogia appare assai incerta. La famiglia Vigilanti abitava in una casa, composta di tre piani, che si trovava dove oggi si erge l’omonimo palazzo, nel quale ha sede la Biblioteca Guarnacci e l’Archivio Storico Comunale, di grande importanza e interesse, che contiene gli atti del Comune medievale (circa 16.200 tra filze e fascicoli). Il piano terra di questa abitazione era occupato da due laboratori di alabastro, uno gestito dai Vigilanti con i cosiddetti “torni a pertica”, l’altro da un certo Alessandro Bolognesi, che là vi lavorava. Intorno al 1920-21, su progetto dell’Ing. Allegri, la casa esistente venne trasformata nell’attuale palazzo: sebbene inizialmente tale trasformazione fosse osteggiata perché danneggiava la monumentalità della facciata della Chiesa di S. Agostino, i lavori furono eseguiti e, per certe divergenze esecutive, il Comune chiese la consulenza dell’Architetto Cappadè, che affiancò l’Ing. Allegri fino al termine dei lavori. Terminata la costruzione, negli anni dal 1925 al 1929, il nuovo ambiente fu destinato a sede della Scuola Complementare, nell’anno scolastico 1929-30 della Scuola di Avviamento Professionale a tipo agrario e, alla fine degli anni Trenta a sede del Liceo classico “G. Carducci”, risorto per iniziativa del Comune. Come già più volte ricordato, oggi questo palazzo ospita la Biblioteca Guarnacci.

La storia della Biblioteca di Volterra è strettamente connessa con la storia del Museo Etrusco e, entrambi, sono legati al nome di Monsignor Mario Guarnacci che dà il nome, per altro, all’una e all’altro. Fu infatti grazie ai doni delle sue collezioni archeologiche e librarie, risalenti al 1786, che Museo e Biblioteca Guarnacci poterono nascere e, col tempo, arricchirsi di nuovi documenti. La libreria del celebre volterrano era considerata fra le più ragguardevoli della Toscana e ciò chiarisce, da subito, la qualità e la preziosità dei “pezzi” custoditi in Palazzo Vigilanti. Nel 1793, quattro anni dopo la morte del Guarnacci e dopo il trasferimento da Palazzo dei Priori in Palazzo Desideri, la direzione e amministrazione della Biblioteca furono affidate ad una deputazione composta dal Podestà di Volterra, dal Consultore municipale e da un rappresentante del Governo. Poi subentrò Ezio Solaini che mantenne l’incarico fino al 1941, anno della sua morte.

Al 1942 il materiale librario della Guarnacciana era già molto ricco. I volumi lasciati dal Guarnacci, a stampa e manoscritti, erano circa 7.000; altri furono donati dal Ministero della Pubblica Istruzione, dalla Camera dei Deputati, dalla Casa Reale e da alcuni Insigni rappresentanti volterrani, emuli del Guarnacci: Luigi Toti, Giuseppe Pilastri, Enrico Pacciani, Ugo Funaioli.

Nel 1892 Giovanni Giannini pensò alla compilazione di un “Inventario dei Manoscritti della Biblioteca Guarnacci di Volterra”, dove erano elencati 391 manoscritti, a cui se ne devono aggiungere altri 92, donati o acquistati dopo il 1893. Cosi Gino Funaioli costruì un catalogo per i codici latini e Tommaso Accurti pensò agli incunaboli con il catalogo a stampa. Numerosissimi sono i manoscritti preziosi presenti nella Guarnacciana, come i grandi Passionali e Hymnarii dei secoli XI-XIII, le Satire di Persio Flacco e l’Arte Poetica di Orazio, i Trionfi di Petrarca con splendide miniature. Oggi la Biblioteca Guarnacci, a carattere conservativo e antiquario, è una delle più importanti biblioteche storiche della Toscana. Dal lontano 1786 la raccolta libraria della Guarnacciana è andata aumentando, grazie ad acquisti, depositi e donazioni, fino a raggiungere l’attuale dimensione, più di circa 50.000 volumi. Il patrimonio comprende 514 manoscritti (tra cui pregevolissimi codici miniati), 273 incunaboli e oltre 1000 cinqucentine. Moltissime le opere dei secoli XVII e XVIII e la ricchissima sezione locale, autentica e fondamentale memoria storica per Volterra e il suo territorio. Senza dimenticare i vari fondi librari con la loro fisionomia originaria: Fondo Funaioli, Pacciani, Archivio Diplomatico, Archivio Maffei, Carte Ricciarelli, Archivio della Guardia Nazionale, Archivio dell’Accademia dei Riuniti, Archivio dell’Accademia dei Sepolti e la Collezione Aulo Persio Flacco.

Ma la Biblioteca di Volterra possiede un altro importante tesoro storico. E’ l’Archivio Storico Comunale, ricco di 16.200 pezzi fra filze e fascicoli e comprensivo di un arco di tempo che va dal XII al XIX secolo. L’Archivio, ordinato in base alla natura degli atti, contiene documenti inerenti le Magistrature e gli uffici politici e amministrativi, le finanze comunali, la Dogana del Sale e la sua amministrazione, gabelle, magistrature giudiziarie, monasteri soppressi.


PALAZZO GIORGI

Prima di oltrepassare il Vicolo dei Marchi, troviamo, ai nn. 6-12, il Palazzo ex-Marescotti, ex-Galluzzi che, come dichiara una lapide lì apposta, passò agli ereditieri Giorgi una volta che la casata Galluzzi di Volterra si esaurì L’edificio, che ha inglobato un vicolo, oggi ridotto ad una piccola corte interna, presenta una bella facciata con portale che ripete manieristicamente i portali più antichi in pietra panchina con pietra diversa.

Conclude il fronte un edificio corrispondente ai nn. 14-16 che, costruito in tempi piuttosto recenti, sulla parte che guarda il Parco Enrico Fiumi, costituisce ancora parte di Palazzo Galluzzi. Infatti al n. 2 di Vicolo Marchi, troviamo una porta in pietra serena con sopra uno stemma consumato forse appartenente alla casata.


Di fronte, seguono due edifici residenziali, frutto di ristrutturazioni ottocentesche che concludono l’isolato, girando su Via di Porta Marcoli.

PALAZZO ALLEGRI

Ai nn. 5-7 troviamo palazzo Allegri. Il Palazzo Allegri, pur con un fronte modernamente restaurato, lascia ancora intravedere i due portali in pietra e ordini di quattro finestre, che si ripetono per tre piani. Le due finestre quadrate, al piano terra, sono insieme al portale l’unica traccia rimasta dell’impianto antico.


PALAZZO TORTOLI

Ai nn. 9-13 troviamo palazzo Tortoli. Il Palazzo Tortoli è veramente privo di dettagli che indichino una qualche reminiscenza di epoche passate.


Subito dopo il Vicolo di Porta Marcoli. Procedendo da Piazza XX Settembre verso Porta a Selci si incontrano, tutti sulla destra, alcuni vicoli che congiungono Via Don Minzoni con Via di Castello. Il primo è il Vicolo Marchi.

Ormai alle spalle la parte della via che più si caratterizza per la presenza di edifici dalla chiara connotazione di veri e propri palazzi, inizia, dopo il Vicolo Marchi, una serie di unità con minore rilevanza architettonico-storica, per lo meno, per quanto riguarda il lato destro.

Il palazzo che occupa gli attuali nn. 18-20, non essendo stato oggetto di attenzione da parte di scrittori e storici locali, non sembra costituire una importanza tale da potersi dare, per esso, notizie precise. Edificio residenziale del Settecento, costruito su più antichi impianti, presenta sul fronte una piccola ceramica tonda, sopra un lampione, con croce collocata su un poggio di erba e due W ai lati.

PALAZZO CAILLI

Segue ai nn. 26-32 il Palazzo Cailli. Anche per questo palazzo recenti restauri hanno determinato una quasi totale scomparsa dell’aspetto originario. Rimangono, comunque, ancora ben visibili il bel portale in pietra e la finestra, al primo piano, racchiusa in una cornice, sorretta da colonne in pietra e terminante con arco ad ogiva in pietra. E quasi sicuramente parte di una torre medievale.


PALAZZO DESIDERI TANGASSI

Dalla parte opposta, in angolo con Via di Porta Marcoli, si trova l’imponente mole del Palazzo Desideri-Tangassi, sede del Museo Etrusco Guarnacci.

> Scopri, Museo Etrusco Guarnacci


PALAZZO DE LUIGI

Dopo il monumentale Palazzo Tangassi, il visitatore che si incammina verso la Porta a Selci incontra, ai nn. 17-21, il Palazzo De Luigi. Dal bel portale centrale in pietra, il palazzo presenta, al piano terra due finestre quadrate, poste simmetricamente ai lati della porta d’ingresso e, prima del marca davanzale, quattro finestre rettangolari. Sopra il marca davanzale troviamo, al primo e secondo piano, sei finestre rettangolari incorniciate in pietra.


Gli edifici che occupano i nn. 23-25 e 27-31 sono riduzioni ottocentesche di originarie case a schiera con tracce di impianti antecedenti, visibili nei bei archi in pietra panchina ai nn. 27 e 29.

CASA NICCOLAI

Ai nn. 33-35 troviamo Casa Niccolai. Residenza gentilizia del Cinquecento, si tratta di una tipica unità a schiera a fronte monocellulare. L’impianto è più antico, come dimostra la struttura muraria in pietra e l’arco in pietra, ormai ricoperto.


CASA BARTOLINI BALDELLI

Seguono i nn. 40-46, occupati dalla Casa Bartalini-Baldelli. Di chiara configurazione medievale, con la bella bifora tampunata sovrastante una monofora al primo piano, la Casa Bartalini-Baldelli è una torre-casa gentilizia, costituita da due unità distinte.

La prima ai nn. 44-46 in origine era una pregevole torre in pietra ascrivibile a poco prima del Duecento e della quale rimangono numerose tracce come la struttura muraria in pietra, gli imponenti archi in pietra tra i quali, lo abbiamo già accennato, spicca la semicoperta bifora. La seconda, ai nn. 40-42, rappresenta un edificio posteriore all’attiguo, originato dalla fusione di più unità preesistenti.

Le due unità, riunificate nel Settecento e nella prima metà dell’Ottocento, oltre ai già citati caratteri architettonici, presentano belle volte in laterizio al piano terra e bei marca davanzali in pietra, con rampe di scale sormontate da volte a botte e a crociera.


CASA PAGNINI

A fianco la Casa dei Pagnini, posta ai nn. 48-54, e anch’essa presenta due distinte strutture tipologiche.

Quella insistente sui nn. 48-50 presenta un impianto tipo logico a residenza gentilizia di famiglia illustre volterrana, con struttura muraria in pietra squadrata con pregevoli archi ascrivibili al Quattrocento. L’altra porzione dell’edificio, ai nn. 52-54, risulta assimilabile ad una semplice unità seriale muraria del Cinquecento, come dimostra la stessa struttura muraria molto più grezza. Anche questa sezione comunque è sorta su più antico impianto, come testimonia l’arco in pietra del Duecento.


PALAZZO FABBRINI

Di fronte alla Casa Pagnini, ai nn. 37-43, si trova l’ex-Palazzo Giorgi, ex-Fabbrini, ex-Bresciani, ex-Inghirami. Palazzo settecentesco, dal bel fronte unitario, disegnato a false bugne all’ultimo piano, il palazzo è del Seicento, anche se ristrutturato nell’Ottocento. Pregevole palazzo settecentesco con un fronte, su Via Don Minzoni, di oltre ventisei metri, presenta due ordini di dieci aperture al primo piano e secondo piano, sebbene di forma e dimensione diversa e con due balconi. Sul retro presenta un imponente e pregevole giardino all’italiana con pozzo.

Dal catasto leopoldino risulta che presso la chiesa di San Pietro, cioè, fra questa e il Palazzo Fabbrini, ora Inghirami, esisteva il Vicolo di Giustino, da un tal Giustino di Mariano, sarto, che vi abitava. Così come fu cancellato un altro vicolo, stretto e conducente presso le mura cittadine, un tempo collocabile al secondo portone del palazzo, nella metà dell’Ottocento, quando i Fabbrini trasformarono radicalmente le loro case per ottenere l’attuale palazzo.

Successivamente il palazzo fu di proprietà della famiglia Cecchi e dal 1 maggio 1950 degli eredi Panicucci e Bertoni.


Proseguendo per Via Don Minzoni, ai nn. 68-70 troviamo un edificio del Seicento con portale in pietra con al centro stemma in marmo.

CHIESA E CONSERVATORIO DI SAN PIETRO

Molto più interessante l’altro lato della strada occupato dalla Chiesa e dall’ex Conservatorio di San Pietro.

> Scopri, Chiesa di San Pietro


Il fronte di case davanti alla Chiesa e ex-Conservatorio di San Pietro, corrispondenti ai nn. 72-90, non presenta caratteri degni di nota.

PALAZZO BOLOGNESI

Conclude il fronte il Palazzo Bolognesi.


Davanti all’area facente parte del Poggetto e di Via Firenzuola, c’è la Rampa di Castello.

COMPAGNIA DI SAN PIERINO

Ormai giunti al termine della lunga Via Don Minzoni, all’ingresso della Porta a Selci, la prima vecchia casa, già edificata nel 1832, forse riduzione successiva di un vecchio postale, sembra in realtà già preludere al sistema di Via Firenzuola. Addossata alla porta sembra si trovasse la Compagnia di San Pìerino, che aveva sede presso l’omonima cappella.

La cappella fu sostituita dalla nuova, i cui lavori furono iniziati nel 1748, e finanziata con le rendite della Compagnia e con le elemosine che erano state raccolte. I lavori furono eseguiti sotto la guida e la responsabilità di un comitato, di cui fece parte, fra gli altri, Antonio Riccobaldi del Bava, cavaliere di Santo Stefano e priore della società. La nuova cappella fu costruita poco distante dalla precedente. Si trovava dove vi è ora il palcoscenico del Conservatorio di San Pietro che fu ricavato proprio dall’abside della Cappella di San Pierino. Nel 1754 fu benedetta la nuova cappella e traslata la pia immagine del SS. Crocifisso, detto anch’esso di San Pierino. Questa opera, grandissima e dipinta su grossa tavola a forma di croce, è di autore ignoto della scuola fiorentina del Duecento e si trova ora nella chiesa di Sant’Agostino, al secondo altare a destra entrando, mentre l’altare della cappella di San Pierino, sebbene ingrandito, si trova nella chiesa di San Michele.

L’antichissima Compagnia di San Pierino aveva la consuetudine di preparare, l’ultimo lunedì di carnevale, un pranzo a circa cinquecento poveri della città. Il pranzo detto “della volpe” veniva benedetto dal vescovo e servito dai fratelli della Compagnia nella piazzetta e nel prato dinanzi alla chiesa di Sant’Agostino, cioè dove oggi è la Piazza XX Settembre. L’origine del nome è incerta. Molti hanno fatto riferimento all’idea del pranzo principesco a base di fagiani e animali pregiati di cui la volpe è ghiotta; altri hanno accostato il pranzo della volpe a intrusi che, approfittando della beneficenza altrui, come furbe volpi, si servivano e mangiavano abbondantemente. La teoria più verosimile però è legata ad una usanza dei contadini che, in segno di gratitudine verso il cacciatore che aveva ammazzato la volpe, liberandoli da un terrore quotidiano, gli regalavano una coppia di uova e un pollo. Il pranzo, a causa del freddissimo inverno volterrano, fu trasferito, nel chiostro degli Agostiniani e, in seguito, rischiò di scomparire quando la bolla di Benedetto XIV impose la clausura dei frati. Grazie però alla volontà dei fratelli della Compagnia, l’usanza non cessò: i frati infatti dietro loro istanza furono autorizzati dal Papa a foraggiare i poveri della città. Più tardi però il pranzo fu abolito e ogni invitato ritirava la sua parte di desinare, andando a consumarsela nella propria casa. La Compagnia fu soppressa con decreto del vescovo Luigi Buonamici in data 26 agosto 1786.

L’ambiente fu portato a due piani; il pianterreno fu adibito a scuole pubbliche femminili e quello superiore a sala di studio e camera da letto delle educande del Conservatorio.


FORTEZZA MEDICEA

Sulla destra l’occhio del visitatore non può non essere catturato dalla grandiosa mole dell’attuale penitenziario di Volterra. È la Fortezza medìcea che, dall’alto della sua ferrigna imponenza, è posta a salvaguardia della città.

> Scopri, Fortezza Medicea


PORTA A SELCI

L’accesso al centro storico che si incontra per prima, procedendo ad oriente, è la Porta a Selci che, ai primi del secolo scorso, con lo sviluppo della viabilità rotabile, divenne anche l’entrata principale della città.

> Scopri, Porta a Selci


Vicolo Marchi

Benché la famiglia Marchi sia antichissima ed abbia goduto tutti gli onori cittadini, i documenti non ricordano che essa avesse le sue case in questo breve e scosceso vicolo che da Via Don Minzoni conduce a quella di Castello. Nel Seicento era detto Chiasso dei Cailli, famiglia originata da tal Niccolò, detto Caillo, e che fino dai primi del Quattrocento appartenne alla contrada di Porta a Selci ed ebbe le sue case a confine in questo vicolo. Ai primi dell’Ottocento fu detto Vicolo dei Giorgi, nobile famiglia che vi aveva alcune case e che per eredità succedette al noto storico Riguccio Galluzzi.

Il vicolo è lungo metri 37 ed è lastricato con scale. Anche se prende nome dalla nota famiglia di antica discendenza, il toponimo è della fine dell’Ottocento e non ha legami con la zona.


Vicolo di Castello

Un altro vicolo che da Via Don Minzoni va in Via di Castello è Vicolo di Castello; è lungo 34 metri, ed è cementato con scale. Il toponimo è del 1930; infatti fino ad allora si chiamava Vicolo dei Nasi. Non sappiamo spiegare da dove provenga questo nome dei Nasi. In qualche tempo, specialmente nel Cinquecento e nel Seicento era detto Chiasso di Baggio e anche di Giusta del Bene, evidentemente dal nome degli abitanti del luogo.


Vicolo dei Castrati

È posto in faccia alla chiesa di San Pietro e, anch’esso, conduce nella Via di Castello. Per questo vicolo non è possibile dare notizie sicure. Difficile è stata infatti la identificazione delle varie strade della contrada di Porta a Selci, come anche del Vicolo dei Castrati, anche perché molte di esse sono scomparse, assorbite dalla costruzione del Conservatorio. Si ritiene comunque che nel Cinquecento avesse il nome di Chiasso del Borramino e successivamente di Vanni Boccaccio. L’attuale denominazione è stata assegnata al vicolo dalla commissione comunale in considerazione delle varie case che i Castrati vi possedevano, anche se è da notare che i Castrati vennero ad abitare nella contrada di Porta a Selci solo ai primi dell’Ottocento. il vicolo è lungo 35 metri e lastricato con scale.


Rampa di Castello

Rampa di Castello è l’ardua salita che da Via Don Minzoni conduce in Via di Castello. Lunga 40 metri e lastricata, la strada è un cammino che nessuno di noi vorrebbe mai effettuare. La strada infatti conduce all’ingresso della Fortezza, oggi uno dei penitenziari italiani esistenti più sicuri. Prima di arrivare alla salita, dando un’occhiata in alto, ad un primo piano possiamo notare un’intatta finestrina per bimbi, munita di museruola, che rispecchiava quelle che erano le possibili soluzioni architettonico-stilisti che delle piccole aperture. Era comunque questa una caratteristica comune a parecchie case volterrane: le finestrelle dei bimbi, sotto a ciascuna finestra grande, muniti di una graticola inginocchiata, per sicurezza dei piccoli osservatori, si trovavano presenti in molte case cittadine.

E posta sulla facciata della casa in angolo con Via Don Minzoni si trova una lapide che ricorda il sacrificio degli antifascisti, rinchiusi nel penitenziario volterrano:

Libertà sacrificando/ per ridare all’Italia libertà/ durante il ventennio nero/ gli antifascisti condannati dal T.S./ rinchiusi nel Mastio ferrigno/ di fede e di volontà/ dettero alta testimonianza/ nel corpo martoriato/ invitto lo spirito custodendo/ nel ventennio della liberazione/ il popolo laborioso volterra no/ ricordandoli/ li esalta e li onora.

© Pacini Editore S.P.A., CECILIA GUELFI
Via Don Minzoni, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
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