di Cecilia Guelfi

Via Guarnacci



La strada prende il nome dalla famiglia Guarnacci il cui palazzo si trova all’inizio della via. Ha direzione Sud-Nord e collega Via Matteotti alla Porta Fiorentina. La prima parte, su cui si affaccia la chiesa di San Michele Arcangelo, è oggi chiamata abitualmente dai volterrani Piazzetta San Michele mentre, nel medioevo, era chiamata Canto delle Torri. La piazzetta di San Michele oggi costituisce, per il turista che arriva dal parcheggio di Vallebuona, un ingresso suggestivo al centro di Volterra; l’assetto attuale risale al 1490 quando fu rialzata e lastricata per favorire il deflusso delle acque meteoriche: a causa di ciò venne rialzato anche il pavimento della chiesa che altrimenti rischiava di essere allagata ad ogni rovescio di pioggia.

Lungo il suo percorso si aprono cinque traverse: Vicolo del Forno, Vicolo San Agnolo e Vicolo dei Vecchi Ammazzatoi a destra, Vicolo dei Lecci e Via Lungo le Mura del Mandorlo a sinistra. Sulla destra vi è anche il Vicolo del Bastione, si tratta di una breve rampa che conduce sul Bastione di Porta Fiorentina; il nome gli venne dato alla fine del Settecento e lo ha conservato fino ai giorni nostri.

Nel medioevo la strada era chiamata Via di Sant’Agnolo, perché attraversava la contrada di Sant’Agnolo; per un certo periodo veniva nominata anche Via Fiorentina perché al di fuori della porta iniziava la strada che conduceva a Firenze; un altro nome che ricorre piuttosto frequentemente è quello di Via della Porta Sant’Agnolo o Via della Porta Fiorentina.

Il tracciato della via oggi passa dove nell’antichità si trovava il foro della Volterra romana; una conferma della collocazione del foro romano ci viene dalla presenza di resti murari databili all’età romana inglobati nei palazzi che fiancheggiano questa strada, particolarmente imponenti sono quelli conservati in Palazzo Taddeini. Inoltre, secondo gli operai comunali che alcuni anni addietro hanno lavorato alle fognature, la pavimentazione romana sarebbe ancora visibile circa due metri al di sotto del selciato moderno. Secondo alcuni studiosi del Settecento nella piazza antistante la chiesa era ancora conservata una colonna con una statua di Mercurio.

CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO

La chiesa è il risultato di numerosi interventi di abbellimento succedutisi dal medioevo fino al secolo scorso. Piacevole la visita all’interno e godibile anche dall’esterno, per via dei meravigliosi archi in bianco e nero.

> Scopri, Chiesa San Michele Arcangelo


ORATORIO DI SAN MICHELE

A fianco della chiesa si trova l’ingresso di un oratorio destinato in origine a luogo di riunione per le compagnie laicali della parrocchia di San Michele. La più antica di esse è la Compagnia dei Disciplinati; fu istituita nel Millecento ed aveva sede in un edificio annesso alla chiesa, in seguito si divise in “Compagnia di S. Michele di Giorno” e “Compagnia di S. Michele di Notte”. Nel corso del Seicento si costituirono la Compagnia dei Trinitari, destinata a raccogliere fondi per la liberazione dei cristiani caduti in mano dei Saraceni, la Compagnia della Madonna del Carmine e la Compagnia del SS. Sacramento, tutt’ora esistente. Sopra la porta dell’oratorio vi si legge “UNIVERSITAS S. MICHAELIS”.

Sopra la facciata era collocato un campanile a vela che sorreggeva due campane, come ci appare da un disegno del Seicento. In origine l’interno era più spazioso perché comprendeva anche lo spazio della cappella della Madonna del Rosario; all’interno vi erano due altari, uno con raffigurato un San Michele, il secondo con un’immagine della Madonna. Nell’Ottocento uno degli altari fu demolito e sul superstite fu collocata la “Madonna con Bambino” di Giovanni della Robbia. Gli Scolopi utilizzavano questo spazio per celebrare la messa tutti i giorni per i collegiali. La riduzione alla stato attuale avvenne probabilmente in coincidenza con i lavori di rinnovo della chiesa del 1826-1859.


COLLEGIO DI SAN MICHELE

La chiesa e l’oratorio a fianco di essa fanno parte di un grande complesso che costituiva il collegio di San Michele oggi riconoscibile lungo la strada sia per lo stile neoclassico della sua architettura sia per il color giallo con cui è dipinto oggi l’intonaco e che stacca nettamente rispetto alle altre abitazioni della zona. Il complesso, il cui ingresso corrisponde al n. 6 di questa strada, ospita l’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri Niccolini.

Il collegio fu fondato il 17 aprile del 1711 quando vennero a Volterra i Fratelli delle Scuole Pie. Tra i rettori del collegio sono da ricordare i padri Carlo Conti e Prospero Lotti. Spicca fra i docenti Padre Eugenio Barsanti, presente a Volterra negli anni 1841-42, inventore del motore a scoppio. Studiò a Volterra Giovanni Maria Mastai Ferretti da Senigallia, futuro Papa Pio IX, in suo onore venne posto all’ingresso dell’edificio un busto opera del volterrano Pompeo Faltoni. Un altro personaggio illustre che ha studiato qui fu il senatore Marco Tabarrini.

Il collegio prevedeva un corso di scuole tecniche ginnasiali e liceali, vi erano annesse le scuole elementari, le scuole tecniche, ginnasiali e liceali; tutti i corsi furono legalmente riconosciuti dal governo italiano dopo l’Unità attirando studenti da tutta Italia e anche dall’estero. Il programma scolastico prevedeva anche: bagni al mare, vacanze autunnali da trascorrere in campagna preso la villa di Santa Margherita, un permesso annuale di 15 giorni per visitare le famiglie, lezioni di musica, di ballo, scherma, ecc.

La facciata dell’edificio del collegio fu realizzata su disegno dell’ingegner Luigi Campani. Gli Scolopi lasciarono Volterra il 4 aprile 1935 e l’intera struttura venne destinata ad accogliere le scuole pubbliche di Volterra.


PALAZZO BIANCHI

Di fronte alla chiesa, ai nn. 1-7, sorge il Palazzo Maffei, oggi di proprietà della famiglia Bianchi. L’angolo Sud-Est è costituito dai resti di una casa torre medievale che venne inglobata con la costruzione del palazzo seicentesco; questa casa torre nel Trecento era di proprietà della famiglia Caffarecci. Sappiamo, da un documento del Quattrocento, che a questa torre erano unite anche altre case, sempre della famiglia Caffarecci, che si trovavano dove ora sorge il palazzo; dietro alle case vi era un giardino e al piano terra vi erano due botteghe, una delle quali era di uno speziale.

In queste abitazioni, ospiti di ser Giovanni Caffarecci capitano dei famìglì de’ priori di Firenze, alloggiarono cospicui personaggi della famiglìa Medici. Qui si fermarono, fra gli altri Lucrezia Tornabuoni, madre del Magnifico, e Cosimo il Vecchio, in occasione delle loro gite ai Bagni a Morba.

Il palazzo venne ricostruito nel corso del Seicento quando venne acquistato dalla famiglia Maffei di cui possiamo vedere lo stemma sopra la porta di ingresso. Il disegno della porta di ingresso è stato attribuito ad Antonio da San Gallo, mentre la facciata del palazzo è stata realizzata ai primi dell’Ottocento su disegno del volterrano Angelo Bellucci. Dal 1901 è di proprietà della famiglia Bianchi. Sulla parete è affissa la lapide dedicata ad un altro illustre membro della famiglia Maffei: Niccolò. L’epigrafe riporta un suo ritratto accompagnato da una lode.

Nel sotterraneo del palazzo si trova un locale ipogeo chiamato “la grotta del Santo”, dove Mario Maffei si ritirava a pregare; è un semplice vano scavato nel terreno senza alcun tipo di rivestimento murario.


Su un altro lato della piazza troviamo invece uno dei palazzi più interessanti per la storia dell’architettura volterrana, composto da due parti, costruite in epoche lontane fra loro.

CASA TORRE TOSCANO

Su un altro lato della piazza troviamo invece uno dei palazzi più interessanti per la storia dell’architettura volterrana, composto da due parti, costruite in epoche lontane fra loro.

> Scopri, Casa Torre Toscano


Al n. 4, fra l’edificio delle scuole e Via di Sotto si trova una casa nella cui facciata è affissa l’epigrafe che ricorda due volterrani che lasciarono i loro beni in eredità alla comunità di Volterra affinché li utilizzasse per far studiare dei giovani volterrani. Il primo fu Francesco Gotti, che nel suo testamento del 23 giugno 1565 donò il suo possedimento di Caselli per sfruttarne le rendite annue con lo scopo di mantenere dei giovani in qualche pubblico ginnasio o università per studiarvi teologia, legge, medicina o le arti. L’altro fu Francesco Babbi che nel suo testamento del 26 novembre 1586 elargì annualmente la somma di cento scudi da dividere fra quattro giovani volterrani che studìassero in qualche pubblico ginnasio della città di Pisa o di Siena e che si abilitassero nella facoltà di diritto civile o canonico o nella teologia o nelle arti o nella medicina. Fino all’unità d’Italia i giovani volterrani poterono usufruire di questi fondi per poter studiare.


PALAZZO TADDEINI

Proseguendo lungo la strada troviamo sulla sinistra, ai nn. 29-33, il Palazzo Taddeini: è un palazzo rìnascimentale dall’ampio fronte scandito dal ritmo regolare di cinque finestre, ad arco al primo piano, rettangolari al secondo, con cornici aggettanti in pietra e portale dissimmetrico al pianterreno in cui spiccano i grandi archi di varia forma. La denominazione attuale è moderna, non sappiamo né la data di fondazione né quale famiglia lo abbia costituito. Risulta essere costituito dall’unione di più fabbriche preesistenti in un unico corpo, ristrutturato secondo un unico stile nel corso del Cinquecento.

Questo palazzo conserva al suo interno resti consistenti di un edificio romano che in origine doveva occupare il lato Ovest del foro. All’interno, al pianterreno vi sono, più o meno a metà della stanza, due pilastri in cementizio romano corrispondenti alle estremità di una parete che in origine divideva questa stanza in due parti e che è stata demolita in tempi recenti. Anche la parete a sinistra delle scale è romana, il cementizio apparve qualche anno fa durante i lavori di intonacatura dell’edificio per un’altezza di circa sette metri. Ma è la cantina che conserva i resti più consistenti, si tratta di una cisterna realizzata in cementizio e cocciopesto che è stata riutilizzata come cantina senza compiervi interventi di restauro.


PALAZZO BALLERINI

Sulla destra, al n. 22, c’è il palazzo dove fino a pochi anni fa aveva sede l’Istituto San Giuseppe. In origine questo palazzo era di proprietà della famiglia Accettanti, nell’Ottocento fu acquistato dalla famiglia Ballerini.

Sulla facciata del palazzo è murata una iscrizione funeraria romana con su scritto in latino: Aulo Persio figlio di Aulo Severo, visse 8 anni, 3 mesi e 19 giorni.

Il 14 marzo 1887 le Sorelle dei Poveri di S. Caterina da Siena arrivarono a Volterra e acquistarono il Palazzo Ballerini per fondare un’istituzione di carità. In questo istituto accoglievano le orfanelle volterrane alle quali assicuravano un tetto, un pasto e anche un’istruzione elementare. Recentemente la loro opera si è trasformata nella realizzazione di una Scuola Materna. Difficoltà economiche hanno poi costretto le Sorelle dei Poveri a vendere buona parte della loro proprietà; dal 1996 una parte del pianterreno è stata occupata dalla filiale volterrana della Cassa di Risparmio di Pisa.


PALAZZO DUCCI

Contiguo al Palazzo Ballerini è il Palazzo Ducci.

In origine apparteneva alla famiglia Giachi e fu acquistato dalla famiglia Ducci ai primi dell’Otttocento. La facciata è stata decorata con urne e vasi etruschi secondo un tipo di moda che si sviluppò nel Settecento in Toscana. L’edificio fu di proprietà del famoso studioso Anton Filippo Giachi e probabilmente le urne furono inserite nella decorazione della facciata quando lui era il proprietario; un’iscrizione affissa sulla parete ci ricorda questo importante personaggio.


CASA CELLI

Di fronte al Palazzo Ducci, al n. 61, si trova un’abitazione dove, nei primi anni dell’Ottocento visse Ildegonda Celli madre di Giosuè Carducci. Una lapide affissa sulla parete ricorda questa donna e il suo matrimonio con Michele Carducci. Il padre del famoso poeta venne a Volterra nel 1830 quando fu condannato ad un anno di confino da scontare nella nostra città. Qui, seppur sotto sorveglianza, godeva di una certa libertà di movimenti e poteva esercitare la professione medica. E qui conobbe la giovane lldegonda con cui si fidanzò e che sposò nel 1831, quando ebbe termine il periodo di confino.

Sempre sulla facciata di questo edificio si trova una statua di Sant’Ottaviano che sorregge fra le mani la città di Volterra. Questo è uno degli ultimi edifici della strada, poco oltre troviamo infatti la Porta Fiorentina.


PORTA FIORENTINA

Nel medioevo era chiamata anche Porta di Sant’Agnolo o di San Michele. Fu costruita poco dopo il 1261, sostituendo la vecchia porta fiorentina, cioè l’etrusca Porta Diana.

> Scopri, Porta Fiorentina


IL BASTIONE

Fuori Porta Fiorentina si apre sulla destra la Piazza del Bastione. Il luogo prende il nome dal poderoso bastione fatto erigere da Cosimo I, che con la sua mole domina questa parte della città.

> Scopri, il Bastione del Belluzzi


Vicolo del Forno

È questa la prima strada che troviamo lungo Via Guarnacci dopo la chiesa di San Michele ed è caratterizzata da un lato dalla mole del complesso di San Michele, dall’altro da un’edilizia assai più minuta e dal carattere gradevole, ma non aulico, tipica del piccolo paese. Sono case a due piani più il pianterreno con piccole semplici finestre, dalla disposizione per lo più irregolare, che formano un fronte continuo, pur con unità singolarmente riconoscibili e riconducibili a case unifamiliari, in cui nessuna rilevanza hanno i ritmi delle aperture.

La denominazione attuale è anche quella antica, veniva infatti chiamata Via dei Forni o del forno almeno dal 1365, questo nome era derivato probabilmente dalla presenza di uno o più forni in questa strada; non erano però forni per il pane: come qualcuno ha supposto, ma forni per la produzione di ceramiche. Poiché a Volterra la produzione di ceramiche era limitata dalla necessità di conservare la legna per produrre il sale, di cui la città era la principale fornitrice della Toscana, il fatto che in una certa zona esistessero uno o più forni per cuocere prodotti ceramici doveva essere un evento così eccezionale da lasciare un segno anche nella toponomastica. Fra l’altro va notato che le prime notizie di un forno per ceramica sono della metà del Trecento, contemporanee, quindi, alla prime attestazioni del toponimo di Vicolo del Forno.

Il vicolo aveva però anche altri nomi che venivano usati contemporaneamente a quello più diffuso, fra tutti uno molto frequente era quello di Chiasso di Sopra, derivato dalla la sua collocazione più in alto rispetto agli altri due vicoli del lato destro di Via Guarnacci; un altro nome che ricorre spesso è quello di Chiasso del Iacopelli o di Iacopello, da un tal Pietro di Iacopello che vi abitava sul finire del Trecento.

Nel Quattrocento vi abitava una certa Nastasia, che di professione faceva la conduttrice di un lupanare pubblico, da essa prese così il nome di Chiasso della Nastasia o della Nastagia; nel 1471 vi acquistò una casa Giusto di Ventura Turazza, che dette al vicolo il nome di Chiasso del Turazza. Successivamente fu chiamato Chiasso di Cola e, nella seconda metà del Cinquecento, anche Chiasso del Pispola, dal soprannome di uno degli abitanti.

Un’altra famiglia che ebbe le sue abitazioni in questo vicolo, ma di cui non è rimasta traccia nella toponomastica cittadina è la famiglia Rossetti, famosa per i suoi scultori in legno ed alabastro, che possedevano case e laboratori in questo vicolo nel Quattrocento e nel Cinquecento.

Il vicolo divide, nella sua parte iniziale, due ali del complesso del Collegio di San Michele, solo a partire dalla metà cominciano le abitazioni private.

Da rilevare, nella facciata della casa al n.41, un’immagine religiosa in terracotta smaltata raffigurante la Vergine con Bambino racchiusa dietro una teca di vetro.


Vicolo dei Lecci

Questo breve vicolo oggi è costituito da due parti, una che inizia da Via Lungo le mura del Mandorlo e che è parallela a Via Guarnacci, l’altra che consiste in un breve tratto coperto da una volta a botte che si apre su quest’ultima via; in origine il vicolo si apriva anche su Via dei Sarti, dove sfociava in una piccola piazzetta oggi scomparsa perché inglobata nel Palazzo Incontri-Viti.

Il suo nome più comune, fino al Seicento era quello di Via delle Zaire, ma nel Cinquecento era chiamato anche Vicolo degli Albizzini. Da un tal Bastiano di Trusciola che vi abitava nel 1482 venne il nome di Chiasso del Trusciola.

La prima notizia che abbiamo del toponimo Zatre è l’ordine, inserito negli statuti comunali del 1210, di costruire una strada che portava alla fonte delle Zatre. Il termine Zatre ha origini molto antiche, è infatti l’unico ricordo rimasto nel medioevo del più grande edificio romano costruito nelle vicinanze: il teatro di Vallebuona. Il nome deriva dalla trasformazione del latino Teairum avvenuto probabilmente nell’alto medioevo a seguito di un passaggio attraverso il termine greco-bizantino Theatrum e trasformatosi successivamente in Cadris, e poi in Zafris.

Nel medioevo in questa Via e nella piazzetta che dava su Via Sarti si svolgeva il mercato settimanale delle carni; nel 1407 il comune comprò degli edifici per farvi un Mercatale. Questo luogo, secondo gli statuti comunali del 1400-1418, era l’unico dove si potesse macellare carne nella città di Volterra; vi esisteva anche un’apposita tettoia fatta sul canto delle Zatre. Nel 1606 il nobile Attilio Incontri chiese e ottenne alla Comunità di allargare il proprio palazzo occupando in parte quest’area; in quell’occasione la piccola porzione di piazza sopravvissuta prese il nome di Vicolo dei Lecci, che mantiene tuttora.

Dai documenti riguardanti l’acquisto di questa piazza da parte di Attilio Incontri per la costruzione del suo palazzo, siamo in grado di conoscere i proprietari di alcune abitazioni in questa zona nei primi anni del Seicento.

Sappiamo che la casa con il n. 23 era quella dove abitava Cosimo Villifranchi, che si oppose accanitamente contro l’acquisto della piazza da parte dell’Incontri; questo signore dovrebbe essere il nonno del ben più famoso Cosimo Villifranchi poeta seicentesco. Al n. 21 abitava la famiglia Ricci. Al n. 27 la famiglia Ricciarelli. Al 29 la famiglia Ormanni, mentre il resto della piazza era costituito dal retro di Palazzo Maffei. Anche l’intero blocco di abitazioni che si trovano all’altra estremità della strada apparteneva alla famiglia Maffei.

Le facciate delle abitazioni, quasi tutte rifatte in epoca moderna, non conservano nessun resto di particolare rilievo.

Solo al pianterreno del n. 10 è possibile vedere ancora oggi i resti dell’abitazione medievale che precedette quella moderna.


Vicolo Sant’Agnolo

Questo vicolo è la traversa più ampia fra quelle che si trovano sul lato destro di Via Guarnacci e si caratterizza per la quantità di elementi edilizi di spicco motivati dalla presenza di alcune unità abitative più antiche e più di pregio di quelle presenti negli altri vicoli che costituiscono le traverse di VIa Guarnacci.

Nel Trecento e nel Quattrocento si chiamava Chiasso di Sotto, nella seconda metà del Quattrocento è indicato anche come Chiasso de’ Cerri; questo nome derivava da quello di Giovanni e Guglielmo del Cerro fornaciai di Bellinzona che vi avevano la loro casa. Nel Cinquecento era invece indicato come Chiasso de’ Ricciarelli, dal nome di un’altra famiglia che vi aveva le abitazioni: soltanto nella seconda metà del secolo viene indicato con l’attuale denominazione di Sant’Agnolo.

Fra le particolarità degne di nota spicca, affisso sulla parete del n. 9A, un tondo in terracotta smaltata raffigurante la Madonna con Bambino circondati da angeli con attorno una cornice decorata con fiori e frutta. Questa casa nell’Ottocento era di proprietà della famiglia Campani.

Andando oltre troviamo, ai nn. 12-14, i resti di una casa trecentesca in pietra. Si tratta soltanto del pianterreno contrassegnato da due aperture ad arco in conci di pietra, che spiccano nettamente all’interno di un contesto edilizio fortemente rimaneggiato in epoche successive.

Poco posteriore a questa casa è l’abitazione in laterizio di stile rinascimentale che possiamo vedere ai nn. 28-30.

Nella parete dell’abitazione del numero civico 34 è affissa una lapide di marmo che riporta la seguente scritta: L – B 1847. Il significato di questa scritta ci è ignoto, ma possiamo supporre che si tratti di un ricordo che uno dei proprietari della casa ha voluto lasciare in occasione della costruzione o di una ristrutturazione avvenuta, appunto, nel 1847. Le due lettere potrebbero perciò essere le iniziali di questo proprietario.

In fondo alla strada ci troviamo di fronte le mura medievali che sono costeggiate da un tracciato viario senza nome in forte pendenza. Questo stradello oggi costituisce parte del percorso turistico per la scoperta delle mura medievali di Volterra e collega il Bastione di Porta Fiorentina, alla nostra sinistra, con la fonte e la porta di Docciola, alla nostra destra.

© Pacini Editore S.P.A., CECILIA GUELFI
Via Guarnacci, in “Dizionario di Volterra / II, La città e il territorio : strade – piazze – palazzi – chiese – ville e opere d’arte del volterrano”, a. 1997, ed. Pacini
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