La Misericordia nel Cinquecento

Nel 1511 terminava, per così dire, la preistoria della Compagnia della Misericordia e, poiché in tale anno la Confraternita fu formalmente eretta a sodalizio religioso, le notizie su di essa si fanno più frequenti e sicuramente attendibili per la disponibilità di adeguata documentazione.

In occasione della visita pastorale del Messo apostolico Mons. Castelli nel 1576 sappiamo, infatti, che l’alto prelato si recò, il 5 luglio, al “luogo della Misericordia, dove questa Confraternita di uomini già da 65 anni era stata creata.” Il documento, redatto per ricordare l’avvenimento, ci dice anche che “confratelli vestono cappe nere col cappuccio; nulla hanno di proprio, ma raccolgono elemosine in danaro che dispensano segretamente, assistono i condannati a morte e seppelliscono i morti di qualunque parrocchia, non si adunano per speciali obblighi, ma celebrano nel loro luogo messe di devozione per S. Giovanni Decollato, nel giorno seguente pe’ defunti, e alcune volte pe’ benefattori. Non vi sono sacri indumenti, ma vengono questi somministrati quando occorrono dalla sacrestia della vicina Cattedrale “. Le ultime parole ci fanno capire che fin da quei tempi il “luogo della Misericordia”, o Oratorio di S. Giovanni Decollato, era sulla piazza del Duomo.

> Sommario, La Compagnia della Misericordia di Volterra

La storia della Misericordia nella prima metà del XVI secolo coincise pienamente con la storia di Volterra, e fu un periodo particolarmente triste.

Nel 1528 la peste si avvicinava e, nonostante la solenne processione, nella quale figuravano la testa di S. Ottaviano e S. Vittore, oltre alle reliquie di tutti i santi, nonostante l’attenta sorveglianza delle guardie alle porte, per impedire che gli abitanti dei sobborghi vi penetrassero, alla metà di agosto il morbo cominciò a diffondersi inesorabilmente. Per quanto manchino notizie dettagliate, lo stanziamento di una somma eccezionale, 2600 scudi, per combattere l’epidemia e l’ampiezza del lazzaretto impiantato a Sant’Andrea, tra Pinzano e Pescaia, lasciano immaginare quanto grande fosse la strage.

Davanti alla peste, quasi sempre attribuita a fantomatici “untori” o all’avvelenamento delle acque da parte del nemico di turno, si era impotenti; mancavano cure, l’organizzazione sanitaria era pressoché inesistente, si poteva solo pregare, bruciare e isolare tutto ciò che sembrava contaminato dall’infezione, sperando di poter raccontare i toccanti episodi cui si era costretti ad assistere. Si trasportavano al lazzaretto appestati, o sospetti tali, e si attendeva pregando che l’epidemia facesse il suo corso con le sue vittime. A novembre, come era nelle attese, i casi di contagio diminuirono, fino a spegnersi nell’inverno successivo. Non ci fu tempo per rallegrarsi, subito altre calamità si abbatterono su Volterra; basterà ricordare che Volterra, in un breve volgere di tempo, tra il 1529 e il 1530, dovette subire prima le violenze dei pontifici, poi l’assedio ed il saccheggio del Ferrucci, quindi i feroci attacchi del Maramaldo e del Marchese del Vasto, che erano stati inviati da Clemente VII a recuperare la nostra città.

Il 28 luglio 1530 il Maramaldo, più volte respinto dai Volterrani e dai soldati del Ferrucci, toglieva l’assedio, ma non fu una vittoria militare, la ritirata del condottiero fu motivata dalla notizia che, fin dal 12 luglio “l’agglomeramento di pecore e bestiame – come racconta Mario Battistini  ne Le epidemie di Volterra dal 1400 al 1800 – Il disagio, la fatica, la sporcizia delle strade e delle case, avevano prodotto casi di sospetta peste in Volterra”.

Il morbo non tardò a manifestarsi diffondendosi rapidamente; ogni giorno si chiudevano case, perché infette, e gli abitanti venivano cacciati fuori dalle porte, mentre gli ufficiali della sanità si davano da fare in ogni modo per circoscrivere l’epidemia. Ma con quali mezzi? Vuote le casse del Comune, spogliate le chiese e i monasteri, saccheggiate le case dei cittadini, dissanguati dalle esose imposizioni del Ferrucci, non si trovava uno scudo per sfamare i Volterrani.

Il 20 agosto Marco Strozzi, uno dei commissari lasciati in Volterra dal Ferrucci, moriva di peste e il nuovo commissario, Giovanni Vittori, giunto il 23, spaventato dalle dimensioni dell’epidemia si chiuse nella fortezza, mentre i soldati, atterriti dal morbo e temendo la vendetta dei cittadini, da loro più volte oltraggiati, fuggivano scalando le mura, finché i pochi rimasti furono richiamati a Firenze, nella certezza che nessuno si sarebbe sognato, in presenza della peste, di occupare Volterra.

In mezzo a tanti dolori l’opera della Misericordia non venne meno ma ben presto anche i confratelli furono ridotti all’impotenza per la rapida e letale diffusione del contagio e per l’assoluta mancanza di fondi. La Compagnia stessa fu decimata dall’infezione, tanto che il commissario Vittori dette ordine di prelevare nelle campagne uomini per seppellire i morti e, nonostante questo, il cronista Incontri racconta di aver dovuto provvedere “propriis humeris”, cioè caricandoselo sulle spalle, alla sepoltura di uno zio poiché non si trovava chi assolvesse tale compito. La peste si protrasse fino al 1532, allorché sopravvenne una terribile carestia.

Durante la pestilenza morirono circa trenta persone al giorno e solo quattro case sfuggirono al contagio, tanto che, alla fine del 1532, rimasero in Volterra, ormai spopolata e quasi deserta, solo trenta donne in grado di partorire. Davanti a tanti mali ben poco aveva potuto la Confraternita che tuttavia prontamente riordinò le sue file, riprese le tradizionali attività e fu, anche negli anni difficili, successivi alle tragiche sciagure che si erano abbattute sulla città, sempre pronta a perorare ed assistere la causa dei poveri e degli infelici.

Nel 1548 gli ufficiali della Misericordia chiesero e ottennero che fossero stanziati dal Comune dieci sacchi di grano da distribuire agli indigenti in occasione del Santo Natale. Due anni dopo, nell’adunanza del 13 gennaio 1550, la Compagnia illustrò, con accurata relazione, lo stato desolante dei poveri della città ridotti a morir di fame, fece presente di non poter più sostenere le spese per il vitto e i medicinali agli infermi e di essere in debito di 50 lire; furono così disposte dal comune 40 lire per acquistare legna e affittare un edificio dove i poveri, vaganti per la città, potessero trovare alloggio. Nella circostanza la Misericordia ottenne anche 40 sacchi di grano da distribuire in quattro mesi, sussidio che in seguito, sempre su richiesta dei confratelli, fu incrementato fino a che furono disposti 40 socchi di grano al mese per i mendicanti e 30 socchi per i monasteri e i luoghi pii.

Nella seconda metà del XVI secolo particolarmente solerte fu l’attività della Confraternita e notevole la riconoscenza che seppe meritarsi tanto che, nel 1608, ebbe l’onore di essere aggregata a quella omonima esistente in Roma; nel 1615 fu poi insignita del titolo di Venerabile.

Intanto riceveva sempre più frequentemente, da privati cittadini, sussidi degni di nota; tra questi, per la discreta entità, possono essere ricordati quello di 50 scudi fattole da Antonio Meloni da S. Lazzero nel 1620 e quello di 100 scudi e una casa, con masserizie e argenterie, arrivati in dono, l’anno successivo, da Antonio Pontremoli. Già in questo periodo risulta chiaro l’ordinamento della Compagnia: oltre a un priore e a un sottopriore venivano eletti ogni sei mesi due camarlinghi, cioè cassieri, quattro distributori di elemosine, che avevano facoltà di elargire fino a 5 lire e di chiedere licenza al priore per la distribuzione di somme maggiori, quattro difensori dei carcerati, due procuratori, uno per i detenuti a Volterra l’altro per i concittadini che si trovavano in prigione a Firenze, quattro sacrestani e dodici questori di elemosine, che svolgevano la loro opera in città e nei sobborghi.

La Misericordia, dandosi un ordine istituzionale, non sfuggì all’avvilimento del suo primario slancio, ma questo momento della sua storia testimonia ancora una volta come sia impossibile non contaminarsi con le strutture della società organizzata. La realtà infatti finisce per riconoscere un ruolo all’anima solo se questa si piega al suo modello e con la realtà anche la Misericordia dovette, ancora una volta, misurarsi.

Insieme ai ruoli i confratelli si dettero una “divisa” che li contraddistinguesse. A cavallo tra i secoli XVI – XVII si definisce il loro abbigliamento, un abbigliamento destinato a rivestire a lungo i membri della Compagnia. Una cappa di tela nera, lunga fino al collo del piede, celava gli abiti indossati mentre un cappuccio, detto “buffa”, nascondeva la faccia così da garantire l’assoluto anonimato di chi esercitava l’opera di misericordia. Questo abbigliamento genererà il nomignolo con cui saranno a lungo chiamati i confratelli; gli “sfacciati”. Un mantelluccio di pelle nera, il “sanrocchino”, in onore di San Rocco, protettore degli appestati, copriva le spalle consentendo di appoggiarvi più comodamente le barre del cataletto, offrendo nel contempo un riparo dalla pioggia. Anche un cappello a tesa larga, legato sotto il mento, serviva a proteggere dagli agenti atmosferici. Completava il vestimento il cordiglio, un legaccio attorno ai fianchi, da cui pendeva la corona del rosario, abitualmente recitato durante lo svolgimento dei servizi. Infine un robusto bastone, il “bordone”, dotato di una punta metallica, serviva di appoggio alla mano durante il cammino, consentiva una solida presa sul terreno e poteva essere impiegato anche come arma, per difendersi dagli eventuali attacchi di malintenzionati. Sulla sommità del bastone un gancio permetteva di allacciare una bisaccia o una zucca svuotata ed essiccata che, piena di acqua, fosse di conforto durante il viaggio, talvolta molto impegnativo; spesso infatti si trattava di raggiungere un infermo nelle campagne, con un lungo percorso fatto sempre a piedi. L’abbigliamento della Misericordia evoca molti pensieri; i volti di coloro che aiutavano erano coperti secondo il principio per cui il bene deve rimanere anonimo e lontano dalla celebrazione, anche se è la gioia di essere amati che ci da fame di donare ancora e il reciproco sguardo non andrebbe censurato.

Per contrasto, o per affinità, la mente associa i colori in un meccanismo d’involontari richiami. Di fronte al cupo abbigliarsi dei Misericordiosi di un tempo stanno, con i loro giubbotti fosforescenti, i ragazzi che ancora oggi si impegnano nella Misericordia, senza niente di tetro a coprire i loro sorrisi, quasi a ricordarci la ribalda monelleria degli antichi facchini di Firenze.

> Prosegui, La peste del Manzoni in Volterra

© Arciconfraternita della Misericordia di Volterra, RENATO BACCI – SUSANNA TRENTINI
In “La Compagnia della Misericordia di Volterra: Sette Secoli di Solidarietà” , pp. 4-21
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