Bacco in Volterra

Francesco Redi da Arezzo. il «segaligno e freddoloso Redi» come si autodefiniva, matematico, naturalista, poeta e archiatra alla Corte granducale, responsabile della lunga vita dei bigotto Cosimo III, che obbligò ad un «rigoroso vitto pitagorico e ad un continuo esercizio della persona»: nell’arco di quasi vent’anni, fra il 1666 ed il 1685, compose quella che fu l’opera sua maggiore nel campo poetico: il «Bacco in Toscana».

In questo celebre ditirambo, il Dio del vino, sdraiato con la diletta Arianna in un prato del Poggio Imperiale sopra Firenze, passa in critica rassegna, distribuendo lodi e anatemi, tutte le zone vinicole della Toscana esclusa quella di Volterra.

Effettivamente, anche se le viti che riescono ad attecchire nel mattaione delle pendici verso il mare, sanno produrre un vino spesso eccellente, è però pacifico che Volterra non fu e non è zona di vini tipici DOC, tale da suscitare un particolare interesse in un intenditore sofisticato come il Dio Bacco.

Se non eccelle per quantità e qualità di vini, la nostra Volterra può però gareggiare con vantaggio fra le altre Città toscane, o almeno lo poteva, per i suoi gagliardi bevitori devoti cultori di Bacco e meritare pienamente da Esso citazioni ed elogi.

Bisogna attendere tre secoli perché Bacco in un giorno d’autunno del 1933, pentito e pieno di rimorsi per la precedente omissione, si decidesse ad ispirare a Manlio Cherici il «Bacco in Volterra», un breve componimento poetico in ottonari dall’andamento colorito e spumeggiante come il vino appena spillato, con il quale intese rendere il dovuto omaggio alla nostra Città nelle persone dei suoi più famosi bevitori e briachi, chiamandoli a raccolta e a festa uno per uno coi loro bravi soprannomi.

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Se il prof. Renato Galli voleva commemorare un briaco non c’era proprio bisogno che andasse a Castelfiorentino a scomodare il Tinti. Avendo ampia possibilità di scelta fra tanti briachi locali poteva anche trovare di meglio: il Trilli ad esempio, che sempre si distinse nella lunga schiera di campioni volterrani del bere, sapendo dare il meglio di sè in sbornie famose.

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E’ opportuno premettere che l’essere citati ed esaltati come devoti di Bacco è tutt’altro che sconveniente o irriguardoso e come precedente più che autorevole basta citare il poemetto di Lorenzo il Magnifico: «I beoni» o «Il simposio», ove sono elencati fra gli altri anche quelli che divennero poi i casati più prestigiosi dell’alta nobiltà fiorentina; nè doveva trattarsi di semplici amatori, ma furibondi appassionati del vino, tanto da far scrivere al Magnifico:

«Se tu fussi ognun di lor sì sitibondo
d’acqua, com’e ne son crudel nemici
credo che resterebbe secco il mondo»

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Nel «Bacco in Volterra» i semplici amatori del vino, i devoti appassionati ed i briachi fissi, sono elencati assieme senza distinzione alcuna; così il «Sor Adamo», l’ultimo dei Garibaldini volterrani, anche se il vino gli piaceva e lo consumava senza la parsimonia usata per l’olio non può certo catalogarlo insieme al ricordato Trilli che fu uno dei più famosi briachi che abbiano mai bevuto sul nostro Poggio. Si chiamava Giovacchino Brogi e quando lavorava faceva il fabbro ferraio (maniscalco) ambulante, il tosatore di cani e di cavalli. Era sempre vispo ed allegro, come il suo soprannome; esperto pescatore, accompagnava alla pesca in Cecina il maggiore Castagnoli; andavano a piedi e sostavano alle Saline per comprare il vino; l’uno era interessato alla pesca, l’altro assai più al vino e fra i due facevano a gara a chi meglio riusciva a soddisfare la propria passione. Il Trilli era anche un acclamato corista ed insieme al fratello Tarallo (anche lui fabbro ferraio) da cui ebbe inizio la stirpe dei Taralli dei Borghi, era incaricato di battere l’incudine nel coro dei Gitani del «Trovatore» di Verdi.

Come ogni vero briaco che si rispetti morì di cirrosi epatica; quando il prof. Baciocchi gli disse che doveva togliergli l’acqua «Non è possibile – rispose – io l’acqua non l’ho mai bevuta, l’adopero appena per lavarmici i piedi».

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Il secondo briaco chiamato da Bacco fu Brincellone, cioè Amerigo Cecchini del Borgo di San Lazzero, detto Brincellone per l’abitudine che aveva di apostrofare il prossimo con tale appellativo. Era boscaiolo e carbonaio, insieme al fratello Beppone e viveva tutto l’anno nei boschi oltre l’Era fra Monte Nero, Pignano, ecc. in quelle capanne posticcie fatte di rami d’albero e di zolle, vicino alle carbonaie che esigevano una sorveglianza continua; a turno col fratello veniva a fare la spesa, entrando da Porta Fiorentina e la prima sosta era naturalmente da Pagno per la provvista del vino.

Una volta, durante la fiera, si fermò a giocare alle bocce sotto il Bastione; era già mezzo ubriaco e, persi tutti i denari della spesa, dovette ritornare a mani vuote. Non sapendo più cosa rispondere ai giustificati rimbrotti, uscì con la celebre frase che divenne ben presto un modo di dire «O se ne portavo più tanti?».

Brincellone era un omone alto e robusto, con un grosso naso a forma di pipa tirolese, sopra grossi baffoni, con mani enormi e callose su cui strofinava per accendere i fiammiferi di legno. Durante le processioni i crocefissi e i bandieroni più pesanti gli spettavano di diritto (c’era in proposito un famoso detto che non oso citare).

Per le feste della Madonna di Settembre veniva sempre in città a passare una settimana di ferie fra una sbornia e l’altra e per addormentarsi poi sullo scalone della torre Guarnacci, quando non era ospite dei Reali Carabinieri in Via dell’Ortaccio, per schiamazzi notturni causati dalla canzone preferita che cantava a gran voce:

Per avetti dato un bacio
m’hanno messo le catene
per potettene dar mille
patirei le stesse pene,
lotatore tore tilla, ecc.

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Il soprannome di Orange Bruschi sarebbe stato «Pollacco», ma questo soprannome non ebbe fortuna e rimase sempre inutilizzato di fronte alla stranezza del nome anagrafico. Perché fu chiamato Orange non si sa, né si riesce ad immaginare; non fu certo con riferimento a quel Principe Olandese che si distinse alla battaglia di Waterloo, né a quella cittadina del Venosino in Francia, ove si trova un conservatissimo teatro romano con la scena intatta, perché quando Orange nacque nel 1877, del Teatro romano di Volterra non si aveva neppure il sospetto.

Il nostro Orange, che defunse nel 1949, faceva o avrebbe dovuto fare l’alabastraio nel Borgo di Santo Stefano. Si alzava generalmente verso le quattro del mattino e così in camicia si affacciava sulla porta di casa per vedere che tempo faceva, poi metteva giacca e cappello e passava alle abluzioni mattutine che consistevano nello strofinarsi gli occhi con un po’ d’acqua fresca, unico contatto che intratteneva con l’aborrito liquido. Come orario di lavoro batteva in durata gli antichi Romani che lavoravano solo al mattino riservando il pomeriggio ai circhi, alle terme, agli ippodromi, perché Orange alle otto aveva già smesso per far colazione e dedicare poi l’intera giornata a cose più utili e interessanti in compagnia ai fiaschi del vino.

Come artigiano era svelto ma broccione, si era specializzato nelle tazze a vigna con il bordo lavorato a ghirlanda di pampini e uva che completava spesso con due uccellini variamenti atteggiati che si beccavano fra loro e che chiamava «locchi» perché non bevevano e non beccavano i chicchi dell’uva. Con i «canini del Nelli», le «tazzine d’Arianna» e l’«uva di Mindo» i «locchi d’Orange» furono per anni la più tipica espressione del piccolo artigianato alabastrino.

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Di Gildo Lazzeri detto il Bersagliere non restano molti ricordi; a quanto ho potuto sapere era un artigiano alabastraio e abitava nel Laberinto; è descritto come un tipo rissoso che trovava modo di questionare con tutti, specialmente dopo aver bevuto; cantava anche lui in coro ed era il Capo della claque al Persio Flacco, graduando l’impegno nelle sue prestazioni alla quantità di fiaschi di vino dati e promessi.

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Guido Raspi, conosciuto con l’appellativo quasi enigmistico di Dora perchè composto dalle due ultime e dalle due prime lettere del nome e cognome, era un tracagnotto di mezza statura che ispirava simpatia o prima vista, sempre allegro e ridanciano. Dopo aver fatto per un po’ l’alabastraio aveva aperto una fiaschetteria davanti al Cinema Centrale. Era amico di tutti e conversare con lui era uno spasso. Raccontava una quantità di barzellette ed era famoso per la macchietta dell’arrotino che recitava in coppia col Cinotti tappezziere. Fu un brillante filodrammatico al Teatrino di San Michele detto «Forza buco», ove si esibiva con il cameriere del Vescovo Munerati.

Amava il vino naturalmente, ma non ne abusava troppo, era un buon Italiano e si era guadagnato una medaglia d’argento nella prima guerra mondiale.

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I ricordi di Naso: Pasqualetti di cognome, sono insicuri e contraddittori, sarebbe stato fratello di Bertrande che vendeva i gelati su un carrettino, a forma di nave, tinto di verde, avrebbe lavorato come cassaio d’alabastro e sarebbe stato con Garibaldi nel 1866.

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Aldo Biondi detto Succhiello era un tipo svelto e scattante, critico di tutto e di tutti con ampie personali vedute, era alabastraio sbozzatore, e specializzato in uccellani, che produceva a velocità e quantità imbattibili, in una bottega presso Porta Marcoli che divideva con il cugino Mariano Biondi, detto Mariano e basta, senza il consueto soprannome. Mariano aveva una faccia allungata, arguta e intelligente, con i capelli neri e lisci, era un bravo alabastraio, scultore e anche modellatore di un certo valore, capace di lunghe e argomentate discussioni su tutto; oltre al vino prediligeva i poncini e si dice che fosse più o meno sbronzo almeno cinque giorni su sette.

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Di Achille Biondi, chiamato semplicemente Chille, c’è poco da dire, è scomparso a novent’anni d’età, che aveva raggiunti in buona salute e fino agli ultimi giorni lo si poteva incontrare ai Ponti per la passeggiatina prima di mezzogiorno. In un incidente alla stazione ferroviaria di Cecina aveva penso il braccio sinistro: amava il vino come tutti i bravi alpini e fino a pochi anni prima gestiva bottiglieria di via Buomparenti, passata poi al Mechini Fabio. Era figlio di Ricciolo bianco, una sensitiva un po’ maga, un po’ fattucchiera che faceva previsioni parlando con una voce sgusciante, cuciva gli orzaiolì, preparava filtri e unguenti a richiesta.

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Di Pallino, Palline, Pallini, Volterra ne era piena e del resto si può ben dire, anche oggi, che ogni Volterrano ci ha il suo «pallino», ma Bacco intendeva riferirsi al Bucalossì calzolaio, con bottega in via Sarti.

Teneva il deschetto sulla soglia della porta per poter attaccare discorso con i passanti, in bottoni interminabìli, usciva con il solìto grembiule da calzolaio sempre arrotolato intorno alla vita per non durare fatica a toglierlo e rìmetterlo: andava spesso a veder giocare alle bocce sotto il bastione e, mezzo o tutto briaco, si addormentava appoggiato al muro. Da ultimo per il troppo bere trovava difficoltà a parlare e si esprimeva a gesti. Ha lasciato un degno erede di sé, calzolaìo anch’esso, ma dall’altra parte della strada.

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All’appello di Bacco non poteva mancare Pacchiano, cioè Pocci Raffaello, fratello del «Moro» che vendeva il pesce e nipote di Alceo del Teatro, nella cui bottega aveva cominciato a lavorare da falegname, prima di mettersi in proprio; conosceva il mestiere ma voglia di lavorare ne aveva poca. Era un tipo allegro e gioviale e, come nipote di Alceo non poteva trascurare l’arte lirica, tanto più che aveva una bella voce; cantava quindi nei cori delle opere che si davano al Teatro Persio Flacco. Quando era ubriaco, il che gli accadeva assai spesso, cantava in proprio una canzone allora famosa, quanto oggi totalmente dimenticata, che diceva: «Presso la chiesa, so che aspettavi una fanciulla che deve venire».

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Gambino, cioè Terzilio Taddei, aveva lasciato il natìo podere presso Ponzano per vivere in città, ove ricopriva l’incarico di spazzino municipale o netturbino, come si dice oggi. Era un tombolotto di media statura, quasi sempre ubriaco, bestemmiatore famoso dall’invettiva facile e geniale, nonchè bugiardo come pochi, capace di raccontare che quando saliva negli appartamenti a ritirare la spazzatura non riusciva a salvarsi dagli assalti amorosi delle padrone di casa. Da ultimo, ormai in pensione, aveva assunto l’incarico di levare e mettere le serrande alla farmacia del Quadri.

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Gheghe, Cesare Lavoratorini all’anagrafe, media statura, barba non fatta, sguardo torbido, ritardato mentale e oggetto di scherzi di cui non mostrava di aversi troppo a male, abitava con lo «Sbracioni» suo fratello, nel chiostro di San Francesco; era dotato di un appetito eccezionale, una vera e propria fame lupina.

Quando i reggimenti di artiglieria venivano al Poggio per fare i tiri e si accampavano in Vallebuona, Gheghe otteneva il permesso di frequentare le cucine da campo poste nel piazzale davanti ai Macelli, con l’incarico di ripulire i pentoloni ed era capace di mangiarsi, senza soste, anche sei o sette gavette di pastasciutta.

Rudesindo Consortini, che aveva bottega d’alabastro fuori Porta S. Francesco, gli aveva regalato un vecchio fucile a bacchetta perchè andasse a caccia e Gheghe se lo portava in giro, tutto contento, mostrando a giustificazione, un porto d’armi che gli aveva fabbricato il Mazzoni, con la foto di una donna.

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L’ultimo citato nel «Bacco di Volterra», è Nocca, il più famoso e il più rappresentativo dei briachi di Volterra.

Si chiamava Orlando Mechini e morì a settantasei anni nel 1937. Aveva cominciato a lavorare da alabastraio, ma poi retrocesse a facchino e trasportava a bottega i blocchi della pietra; faceva anche lo strillone e quando rintronano per le strade quei maledetti altoparlanti che annunciano il «liscio» al Prato d’Era o il «comizio» al Centrale ripenso con nostalgia alla voce chiara e sonora di Nocca: «c’è la carne di seconda nell’Ortaccio! Era un vitello!». Con la sua bella voce faceva parte anche lui dei cori nelle opere che si davano al Persio Flacco ed era il capo delle comparse. Per Carnevale organizzava spesso delle mascherate alla buona in compagnia di amici, tutti naturalmente, come lui, amanti del vino di cui era capace scolarne un fiasco a garganella, senza interruzione.

D’inverno portava un mantellone da cavalleria grigio azzurro con il collo di volpe, aveva una bella barba alla Vittorio Emanuele ed un aspetto dignitoso che non perdeva mai, nemmeno quando aveva bevuto ed era ubriaco; lo chiamavano Imperatore.

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I brevi cenni che ho riportato più sopra sui bevitori elencati nel «Bacco di Volterra» sono stati desunti dai ricordi non sempre precisi di coloro che li conobbero o ne conservano memoria e debbo ringraziare la cortesia di quanti ho potuto intervistare, fra cui l’Orsalezi, Dino del Colombo, Banfa Mannucci, il Solaini, il Maestro Troncarelli, il Cinotti, Aroldo Pocci, Niccolò Maffei, i nipoti di Orange e di Nocca.

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Ed ecco di seguito il poemetto di Manlio Cherici che mi ha suggerito la rievocazione di un caratteristico piccolo mondo antico.

BACCO IN VOLTERRA

Ragazzini e ragazzetti,
giovinetti e giovincelli,
voi che, a sera, per via Guidi
girellate tutti belli

ragazzette, ragazzine,
pulzellette e coniugate,
che, donate, birichine,
bei sorrisi e lunghe occhiate:

voi anzianotti, voi vecchioni,
poveracci e proprietari,
voi borghesi, voi coloni,
preti, laici e militari;

su correte tutti in blocco
e venitemi vicino,
Io vi parlo, che son Bacco,
Re dell’uva e Dio del vino.

Anzitutto, lesto lesto,
pur del vin fra gli zampilli,
mandi ognuno un pensier mesto,
reverente, al Tinti e al Trilli,

cui bastava di vedere
anche un po’ d’acqua corrente,
per voltargli di sedere
e mandargli un accidente.

Eran grandi, ma son morti,
morti lillari e giulivi;
siano d’esempio quei due forti,
ai briachi sempre vivi.

Fatti onore, o Brincellone,
guarda il vino come brilla
e poi dagli col baffone:
lotatore tore tilla.

Lascia Orange al suo destino
l’alabastro e tutti i locchi,
bevi forte e vai pianino,
se l’accorgi che trabocchi.

Buona è l’acqua generosa
con le altre acque minerali,
però il vino è un’altra cosa,
tocca e sana tutti i mali.

Sacra è l’uva schiccolata,
dice Gildo Bersagliere,
ma assai meglio è spappolata,
là da Dora in un bicchiere.

Prendi il grappolo sul ramo
e poi pestalo in un tino,
dice giusto il Sor Adamo,
succhiellando un tentennino.

E marciando di tralice,
in vendemmia per le ville,
col sorriso più felice
vengan Naso, Gote e Chille,

ed asciughin dal Cuochino,
degli Alpini in mezzo ai canti,
qualche ettolitro di vino
vendemmiato in quel del Chianti.

lo del «Bombo» Imperatore,
delle Scimmie Gran Balì,
o briachi di Volterra.
li convoco tutti qui.

voglio qui che sia Pallino
fido mio provveditore,
sia Pacchiano e sia Gambino
cancelliere e marca-ore

ed eleggo ciambellano
nella «Reggia del Poncino»
il mio amico Mariano
con Succhiello suo cugino

Nell’etrusca Volaterra
per finire, o miei Signori,
lo vi invito a sbaccanare
nella Piazza dei Priori.

Su gridate allegri e fieri:
Morte alla malinconia,
Viva oggi, Viva ieri,
Viva il vin di malvasia,

Viva il fiasco giù in cantina,
Viva il sorso che si ha in bocca,
Viva il buzzo di Piovina,
Viva Gheghe e Viva Nocca,

Viva il locco, Viva il becco,
Viva Venere e il Tabacco
e a chi ‘un vole bene a Bacco
gli venisse il tiro secco.

P.S. – Da informazioni pervenute al momento di andare in macchina, si è appreso che dl nome di Orange si riferisce a quel Principe d’Orange commessario del campo imperiale contro la Repubblica fiorentina, nella prima metà del ‘500. Questo Principe fu il capo della reazione armata imperiale e papale, nonché diretto superiore di Fabrizio Maramaldo. Quali motivi di ammirazione trovò in lui il padre, tanto da perpetuarne il nome nel figlio, non si sa, né si riesce ad immaginare. Il mistero continua.

© Pro Volterra, FRANCESCO BIANCHI
Bacco in Volterra, in “Volterra”

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