Le buche etrusche

Buche etrusche, così chiamavamo le tombe ed i cunicoli degli etruschi che, da ragazzi, ogni tanto visitavamo alla ricerca di qualche resto di quegli antichi nostri concittadini.

Buche etrusche, così chiamavamo le tombe ed i cunicoli degli etruschi che, da ragazzi, ogni tanto visitavamo alla ricerca di qualche resto di quegli antichi nostri concittadini.

Chiamarle tombe non ci piaceva, per noi erano «buche etrusche» e le considerevamo come cose riservate, quasi un antico segreto che gli abitanti di Volterra si portavano dietro, nei secoli. Segreto violato solo in parte, se, come si diceva, molti «cunicoli e buche» erano ancora da scoprire.

Anche noi non vi scoprivamo nulla di nuovo e non si rintracciavano oggetti, perchè prima di noi, visitatori esperti, avevano provveduto a prelevare ogni cosa trasportabile, che, almeno in teoria, finiva allinata nel Museo Etrusco, intestato al suo fondatore: Mario Guarnacci.

La visita alle buche, comunque, era pur sempre una eccitante avventura e, malgrado venissimo sconsigliati dai grandi, che ci informavano sui pericoli delle frane e dei trabocchetti, non riuscivamo a resistere al loro fascino, l’attrattiva dell’ignoto e la speranza di importanti scoperte, ci faceva correre il rischio della visita.

Tutto sommato il pericolo eccitava.

Trovarci sotto terra, al lume oscillante di una candela o a quello più stabile, ma freddo, di una lampadina tascabile, ci dava la sensazione di collegarci con un mondo arcano, i nostri occhi vedevano anfratti e mura che millenni prima erano stati costruiti e visti da persone che avevano in comune con noi solo l’aspetto umano e la residenza, ma lontanissimi per la cultura, le credenze e la interpretazione della vita.

Esseri senza dubbio civilissimi, eppure al nostro paragone «incivili» nel senso moderno della parola. In quelle grotte ci pareva di percepire l’alitare del mondo etrusco, ruvido e duro, ma non rozzo. Restavamo muti, l’uno accanto all’altro, a guardare, ad attendere quasi un cenno di vita, in quella casa di morti.

Non eravamo spaventati, stavamo timorosi, senza mestizia e turbamento, davanti all’ignoto. Le stesse figure scolpite sulle urne cinerarie, che potevamo vedere al museo, ci ritornavano alla mente con sensazione di quiete, di placido riposo. Quelle tarchiate figure non sembravano forse persone intente a godersi la siesta? E forse, è proprio la tranquilla staticità dei personaggi definiti sulle urne a dare il nesso della filosofia etrusca della vita. Anime forti, serene di fronte all’Ade, imperturbabili dinanzi al mistero della morte.

Risalivamo alla luce del sole, con sollievo, non per la paura, ma per una specie di incubo che ci attanagliava l’animo. Sentivamo di avere invaso, con le nostre giovanili intromissioni, un angolo di remota civiltà, custodita gelosamente da quel regno di morti.

Così, la visita iniziata per avventura e per gioco, terminava fra le riflessioni più serie e più grandi di noi.

© Pro Volterra, BRUNO TERTULLIANI
Le buche etrusche, in “Volterra”