di Paola-Ircani-Menichini

Ospiti volterrani ai tornei di Massimiliano II d’Asburgo



Tra gli anni Sessanta e Settanta del Cinquecento Praga, città bella e cosmopolita, ospitava una numerosa comunità italiana della quale facevano parte il vescovo di Volterra Lodovico Antinori e il giovane volterrano non ancora trentenne, Belisario Vinta, futuro ministro dei granduchi Ferdinando I e Cosimo II. Il Vinta, sebbene si dichiarasse «pochissimo atto a rappresentar feste», l’8 marzo 1570, descrisse in una lettera diretta a sua altezza le spettacolari giostre promosse dall’imperatore Massimiliano II d’Asburgo che soggiornava spesso e volentieri in questa città.

Il 26 febbraio dunque nella piazza di Praga «si corse all’anello». La gara era stata preceduta da una rappresentazione allegorica che aveva al centro della scena un enorme sasso-caverna, nel quale un malvagio negromante (stregone) aveva imprigionato l’arciduca Ferdinando e due suoi gentiluomini, su richiesta degli invidiosi del loro valore cavalleresco. Era però giunto in soccorso un secondo negromante che conduceva con sé un coccodrillo finto ma costruito benissimo. Offerti i suoi servigi all’imperatore e avutone l’assenso, con la verga aveva fatto molti segni in aria e scongiuri fino a che il sasso si era aperto ed erano usciti i tre cavalieri vestiti di «teletta d’oro e d’argento», pronti a gareggiare.

Vinsero naturalmente quasi tutti i premi, dimostrando «non bastare invidia né malignità alcuna ad oscurare la chiarezza della virtù». Scesero in campo anche numerosi «venturieri» (soldati di ventura) travestiti da astrologi, consoli romani, regine di Etiopia, da Perseo con il cavallo alato, da contadini, da mostri e altro ancora. Si presentarono per ultimi lo stesso Massimiliano, Augusto I principe elettore di Sassonia, Guglielmo V principe di Baviera e un signor Kam, tutti a raffigurare gli argonauti alla ricerca del vello d’oro. Lo stregone che aveva annullato l’incantesimo, infatti, era stato mandato da Medea che ora, sopra un «carro ornatissimo», tirato da due dragoni, scortava i quattro personaggi, mandando avanti tre Furie crinite di serpenti, al suono di trombe volutamente stonate. Otto staffieri servivano i cavalieri che erano preceduti da un docile elefante carico di trofei conquistati e circondato da 16 prigionieri in catene. Dietro, sopra il Trionfo della Fama, un feroce leone simboleggiava la loro generosità e fortezza.

Le gare non finirono qui. Il giorno 28 si giostrò alla «lizza» (su una pista riempita di sabbia o terra) con due squadre di diciotto cavalieri ciascuna, distinti da sopravesti gialle, color carne, turchine e bianche. Intervennero, tra gli altri, Gioacchino II, principe elettore di Brandeburgo, e il principe di Baviera. Il primo giorno di marzo invece si combatté alla «barriera» nel cortile del palazzo reale e scesero in campo trenta venturieri, oltre a Juan de Manrique, al capitano degli alabardieri di sua maestà e ad altri principi e gentiluomini. Le armi usate furono la picca, lo stocco, la lancia, il coltellaccio e certi spiedi di legno. Assistevano «quasi tutte le gentildonne di Praga abbigliate sumptuosamente».

Il 2 di marzo due squadre di sedici persone ciascuna corsero «all’incontro a campo aperto» e si fece la «fola», cioè il combattimento non ordinato con le lance a quattro a quattro e poi tutti insieme con gli stocchi. La sera vi fu gran festa. Massimiliano invitò a tavola i giovani principi figli, l’imperatrice Maria, le «regine» (forse le figlie Anna e Elisabetta che qualche mese più tardi avrebbero sposato rispettivamente Filippo II di Spagna e Carlo IX di Francia), Anna di Danimarca duchessa di Sassonia e Edvige Iagellona marchesa di Brandeburgo. Le musiche furono «eccellenti», scrive il Vinta che ricorda anche come in un’altra stanza otto tavole fossero piene delle prime nobili signore di Praga. Finita la cena, l’arciduca dette inizio alle danze nella sala maggiore e di seguito i vincitori delle giostre furono lodati e premiati con catene e gioielli ciascuno dalla propria dama. A mezzanotte i balli terminarono e anche Belisario Vinta pose «fine allo scrivere», pregando sua altezza «farne parte» all’illustrissimo Aurelio Fregoso, genovese, uno dei più brillanti condottieri di Cosimo de’ Medici, appassionato di cavalleria.

© Paola Ircani Menichini, PAOLA IRCANI MENICHINI

Approfondimenti

I Vinta furono una nobile famiglia volterrana il cui nome compare nelle cronache locali fin dal Duecento. Il loro stemma consisteva in uno scudo rosso con sbarra d’oro e con tre pine d’oro. Belisario, nato il 13 ottobre 1542, fu l’ultimo di quattro figli e il più noto di tutto il suo albero genealogico. Ebbe grande rilievo nella Toscana del Cinquecento come grande statista. I granduchi Ferdinando I e Cosimo II lo tennero in gran considerazione e – come è stato scritto – non trattarono affari di importanza senza che vi fosse la sua mano. 

> Scopri, Belisario Vinta


Il suo stemma, uno scudo rosso dotato in basso da una sbarra d’oro con tre pine d’oro e in alto dalla croce rossa dei cavalieri di Santo Stefano, è raffigurato al centro della didascalia di un affresco a lunetta dipinto da Bernardino Poccetti nel Chiostro Grande della SS. Annunziata di Firenze. La ragione di questa presenza è dovuta al fatto che i Padri del convento, con gratitudine, avevano concesso alle principali famiglie fiorentine l’apposizione dell’insegna di casata per ricordare il loro finanziamento dell’intero ciclo di pitture nelle lunette.

> Scopri, Lo stemma dei Vinta