Bocchino Belforti era stato decapitato, la sua testa era rotolata giù per la scala come un fagotto di stracci. Dalla finestra del suo palazzo a pochi metri dalla torre del Podestà, Bandecca aveva assistito impotente alla scena. Lo aveva visto tirare a forza fuori dalle prigioni e far salire su di una scala perché il popolo potesse vedere meglio l’esecuzione.

La Piazza dei Priori era gremita di gente e dappertutto il grido era unanime: “Morte al tiranno!”. Gli avvenimenti erano precipitati nella notte del 9 ottobre 1361. Verso l’una, due servi erano arrivati di corsa ad avvertirla che il marito era rimasto vittima di un agguato mentre rientrava dal castello di Montecatini. Per catturarlo avevano chiuso all’improvviso le due porte della Porta all’Arco mentre passava, isolandolo così dalla sua scorta rimasta fuori. Una volta disarcionato e legato era stato portato nelle prigioni nel Palazzo del Podestà. Giovanni di Inghiramo Inghirami era l’artefice della cattura e capeggiava la folla che assetata di sangue non era ancora sazia e stava entrando nella torre Belforti con l’intento di distruggere tutto quello che era in relazione col nome di Paolo Belforti detto Bocchino, Signore di Volterra.

Il primo dei forsennati che ce la fece a introdursi nel palazzo, andò dritto da lei e gli consegnò la testa di suo marito, appena rinvolta in sudici cenci sanguinosi “Ecco la testa del tiranno!. Bandecca prese il fagotto allibita e senza pronunciare una parola lo strinse al petto.

“Sono stanco Bandecca” le aveva detto Bocchino solo due giorni prima “Queste accuse calunniose mi amareggiano, sono stato accusato dagli avversari di voler vendere la città ai Pisani per 32.000 fiorini. Io cerco alleanze che ci permettano autonomia. La Repubblica fiorentina è troppo potente e vuole assorbirci, prendendo il sopravvento e mettendo propri uomini nelle principali cariche pubbliche e questo per la nostra signoria sarebbe la fine. La famiglia a noi avversaria, gli Allegretti, fa leva sulle agitazioni del popolo al quale basta protestare e lamentarsi e lo manovra per farlo scendere in piazza senza sapere nemmeno il perché. Sono amareggiato anche per la notizia che i figli di mio cugino Francesco, dal Montevoltraio, cercano accordi coi fiorentini! Non voglio vedere il marzocco fiorentino ai lati del palazzo del Podestà!! Se la nostra famiglia non resta compatta perderemo ogni supremazia e sarà la fine anche per Volterra.”

Bandecca asseriva e proprio perché aveva origini fiorentine, sapeva che suo marito aveva ragione.

Quello che vide dopo, in una sequenza di orrori, fu la distruzione di tutta la famiglia; dei quattro giovani maschi, suoi nipoti, due furono decapitati e gli altri due evirati sotto i suoi occhi, poi iniziò il saccheggiò, le violenze; quando non rimase più nulla da portare via, la rabbia della gente si accanì dando fuoco a tutto.

Bandecca e i superstiti della famiglia furono condannati all’esilio, confiscati i loro beni e emanato un bando di punizione come traditori della patria per tutti quelli che avessero ardito aiutare o proteggere i più lontani discendenti di quella famiglia.

I Belforti così uscirono dalla scena della storia di Volterra e si sparsero per l’Italia.

Immediato fu l’intervento di Firenze. Non s’era ancora spento il bagliore degli incendi e le confische dei beni dei Belforti che i Fiorentini assunsero la custodia del cassero, nominarono uno di loro Capitano del Popolo e Gonfaloniere di Giustizia, escludendo dalla podesteria e dagli uffici pubblici della città e del territorio i cittadini abitanti fino a trenta miglia all’intorno, fatta eccezione dei loro concittadini. Con la fine dei Belforti è la fine di Volterra, città libera, o quantomeno autonoma.

© Anna Ceccanti, ANNA CECCANTI
L. Pescetti – Storia di Volterra, 1946
A. Cinci – Storia di Volterra. Forni, 1977
R. Maffei – Famiglie illustri di Volterra