Il viandante che un tempo percorreva la via del «Gioco Novo» si soffermava volentieri davanti a quel casamento basso sulla cui facciata era scritto a tempera «Da Beppe Trattoria di Berignone». Si soffermava attratto da quell’insegna storpiata e rimuginava su quel «Berignone» perché era un nome che gli sembrava di averlo già sentito pronunciare.

I Volterrani invece non ne parlavano più. Ne avevano dette tante a suo tempo… , avevano fatto tante scommesse che era inutile parlarne ancora. Andavano da Berignone per asciugare qualche boccino di vino e per parlare con i cacciatori: c’era sempre qualcosa da dire e da millantare.

Poi, la sera della festa, la trattoria si agghindava e si trasformava in sala da ballo. In un’atmosfera sempre più nebulosa si alternavano le danze ai giochi di sala, nel motivo dominante della mazurka di Migliavacca. La serata così correva bene e così poteva cantare il nostro poeta Marziale:

Fior di limone
tu puoi passare la serata bene
da Beppe trattoria di Berignone

Si racconta che il nomignolo «Berignone» fu affibbiato ad Antonio Moretti (il babbo di Beppe) perchè era nato nel bosco di Berignone una mattina della prima metà dell’Ottocento. In quel bosco andava spesso la nonna di Beppe a raccogliere carbonella. Ecco perchè quando nacque Giuseppe (il quattro agosto 1870, alle ore sei antimeridiane, in ” Docciarello di sopra”) i parenti lo chiamarono subito Beppe di Berignone. Ecco perchè anche i Volterrani lo chiamarono a quella maniera. Ed anche i suoi genitori sembravano compiaciuti, specialmente la mamma: l’Annina del Gremigni, della famiglia dei «Ciompi». Non perdeva mai l’occasione per dimostrare alle sue amiche quanto era bello il suo Beppe di Berignone.

Però l’Annina si lasciava andare un po’ troppo (mormoravano le sue amiche) ma c’era da scusarla perché bisogna dire che il suo Beppe aveva una bella presenza. Tuttavia al suo aspetto aitante faceva riscontro un carattere burbero e deciso ed a volte anche un tantino arrogante. Non sopportava che altri lo contraddicessero; non sopportava intimidazioni di sorta e soprattutto non sopportava i guardiacaccia. Non tutti però perché i guardiacaccia della fattoria di S. Dannino li sopportava (e questi naturalmente sopportavano lui) da quando il loro padrone aveva stretto con quel Beppe un patto di mutua comprensione.

Oggi c’è ancora qualcuno che sostiene che nella riserva di S. Donnino vi poteva cacciare soltanto pochi giorni dell’anno; altri invece sostengono che vi poteva cacciare sempre; in verità il nostro Beppe vi passava spesso ma non vi si fermava perché la sua passione era quella di fare il bracconiere. Partiva generalmente di sera e andava a dormire al podere Teluccio dove Cecchino della Consiglia gli dava anche da mangiare. All’alba entrava nella riserva di Cedri o di Montelopio e metteva lo scompiglio tra i guardiacaccia che correvano e si arrabbiavano suonando il corno. A razzia finita Cecchino cantava così:

Fiorin di paglia
alla mi’ dama gli ho fatto una ceg’ia:
tra nove mesi gli ci vo’ la baglia.

Le sue storie di caccia da raccontare sarebbero tante e fra queste la più curiosa mi sembra quella cosiddetta di Natale, concordata così:
– Allora siamo di combinato – disse Beppe – voi dieci, allo sberluzzo, sciogliete i cani in Canovale; voi dieci li sciogliete in Scarmaìno e noialtri dieci li sciogliamo a Poggiagrilli. Il ritrovo è al camposanto di Cedderi e si mangia lì, da Cecco di Picchio. Cosa successe quella mattina è difficile anche ad immaginare: – Bisognava essici stati – disse Galliano del Volterrani. Alle cinque e mezzo, dopo una nottata abbastanza fredda trascorsa nelle stalle della fattoria di S. Donnino, i trenta cacciatori si erano alzati, ma erano indolenzitì per aver dormito sulla paglia, con i cani fra le gambe. Si stirarono, legarono i cani al guinzaglio, si misero i fucili in spalla, accesero le pipe ed entrarono nella strada. Spazzato dalla tramontana il cielo s’era fatto sereno e la luna, alta all’orizzonte, favoriva l’andatura. Si può dire che i cacciatori erano contenti; e ìmpazienti sembravano i cani, da come scotevano la coda.

Quando le prime due squadre arrivarono in Scarmaìno e in Canovale l’alba era appena incominciata; la terza squadra invece aveva ancora da camminare prima di arrivare al posto stabilito. Un po’ prima delle sette Foramacchie dette ordine di sciogliere i cani in Canovale e la canea incominciò subito, seguita dalle prime schioppettate. Ormai tutto era scoperto «in quel di Cedderi»: i cani da guardia abbaiavano, le donne tremavano, i ragazzi volevano vedere; il Guidi corse alla fattoria a raccontare quello che loro già sapevano, i guardiacaccia suonavano i corni a sfiatarsi. E mentre la fattoressa faceva mettere i panni bianchi alla finestra, il sagrestano suonava a martello. In quel momento, o press’a poco, Stoppa faceva sciogliere i cani in Scarmaìno mentre Berignone li faceva sciogliere nel piano della Civettaia.

In tutta quella confusione i più calmi erano i cacciatori: «battevano il pulito, traversavano i broti, entravano fra le spine gazzine». E se qualche volta s’impuntavano di passare davanti alla fattoria vi passavano con «sicuranza». E difatti fecero così anche quel giorno, quei dieci di Canovale.

In testa c’era Nino del Carusi e in cima alla strada che porta al paese di Cedri c’erano tre guardie, agli ordini di Cecco: il fattore le aveva chiamate lassù per la «riscontra».
– Te, ti conosco! – disse Cecco a Nino e il Nino gli rispose: – Ti vorrebbe di’ troppo male!
– Te, – disse il Pieri a Pacchiano – vieni con me: ti vol vedere il padrone!
– Digli che l’aspetto al camposanto! – rispose Pacchiano.

I tre guardiacaccia si stavano convincendo che era come parlare fra sordi. In più c’erano quelli di Scarmaìno che venivano su cantando. Le finestre delle case del paese si erano aperte ed alcune persone erano scese in piazzetta, mentre il fattore gridava ora a quello ora a quell’altro: – Ma che c’è tuo, in riserva? – E Teino del Bongini: – Ci sarà, ma io ‘un l’ho visto!

I guardiacaccia, il fattore, il terzomo, gli abitanti si convincevano sempre più che non c’era niente da fare a meno di non mettere mano ai fucili. Decisero però di rassegnarsi, anche perché il Pieri aveva detto a Cecco in un orecchio che le lepri morte erano soltanto sedici.

In quel mentre apparve un cane nero, laggiù, dove la strada spiana. Era il can di Beppe: lo disse anche il Pieri! Poi apparvero altri cani ed infine il gruppo con Beppe, il Basso, il Biondino e tutti gli altri. Beppe, «come al su’ solito», portava il fucile a bilancia.

Si seppe dopo che Cecco di Picchio «sapeva tutto ma non l’aveva dato a conoscere». Ecco perchè quando i cacciatori entrarono nella sua bottega, con cinquantadue lepri nelle carniere, Cecco di Picchio era sulla scala a pioli a prendere i fiaschi di vino di sopra alla tavola lunga. Ecco perchè li salutò così:
– Quanti ne devo scendere?
– Vedrai – disse Poldo del Ferroni – il conto è lesto: siamo in trenta, scendine trenta. E fece un sorrisino sotto i baffi.

© Pro Volterra, MARIO BATTISTINI
Beppe di Berignone, in “Volterra”