Nell’ultimo scorcio di guerra del 1944 Gianluca Spinola, romano, ex ufficiale dello esercito, Vittorio Vargiu, sardo, suo ex attendente, Francesco Pireddu, pure lui sardo, suo ex sottufficiale, tutti e tre venticinquenni, Franco Stucchi, fiorentino, appena appena ventenne, cugino di Spinola, e tale Aruffo, italo-russo, trascorrevano i loro giorni nella villa di Ariano (Spicchiaiola), di cui lo Spinola era proprietario. Ai profani saranno apparsi senza dubbio dei buontemponi che, disertata la guerra, si godevan la vita o almeno degli sfollati bene al sicuro. Erano invece una piccola banda di partigiani, al comando di Gianluca, esperto di audaci imprese rischiose contro i tedeschi, ben noto all’organizzazione partigiana fiorentina.

La sera del 2 giugno la comitiva rise e scherzò fino alle 21: poi, associatisi Bruno Cappelletti, guardia della tenuta di Ariano, anch’esso della Banda, armati di fucili, mitragliatori e di bombe a mano, sul camioncino di fattoria si allontanarono in direzione di Colle Val d’Elsa. Obiettivo, per ordine superiore: minare i due ponti dei Mulini sulla strada Volterra Colle fra Castel S. Gimignano e Campiglia o rilevarne i dati per una successiva interruzione.

Trovarono la strada, proprio in quel punto, occupata da una lunga immobile colonna di automezzi tedeschi. Incrociando, passarono altre verso Colle e in attesa che la colonna si muovesse, infilarono una stradicciola laterale. Trascorsero così tre ore. La colonna non dava segno di vita. Spinola decise il ritorno. Rimontando la lunga fila degli automezzi, si accorse di due macchine da turismo ferme in testa, da cui erano scesi ufficiali e soldati delle SS.

Pensava che queste due macchine avrebbero poi proceduto per conto loro e deliberò di attaccarle in località prossima a Castel S. Gimignano. Condotto il camioncino sulla via laterale che porta a S. Gemignano e da lì in un viottolo campestre, la comitiva prese posizione: l’Aruffo rimaneva a guardia del camioncino, il Cappelletti per collegamento fra il camioncino e il gruppo, in agguato nel folto buio della notte, dietro una abbondante vegetazione lungo la via Volterrena.

Quaranta minuti circa di attesa e apparvero le due macchine. Volarono le bombe a mano, risuonarono i colpi dei fucili mitragliatori, cui risposero gli scoppi rabbiosi di armi automatiche tedesche. Poi silenzio nel cupo delle tenebre.

Cappelletti, che pure aveva preso parte all’azione, pian piano ritornò al camioncino, ma gli altri – aspetta aspetta – non si videro più.

I tedeschi li avevano acciuffati. Come sia avvenuto, se per insufficiente conoscenza del terreno, se per il buio, se per smarrimento, o perchè sorpresi; non si sa. Nello scontro (come fecero poi anche ben capire Spinola e i suoi compagni, pur rimanendo riservati), i tedeschi ebbero le macchine danneggiate, un morto, un ferito.

Così il giorno 13 un telegramma del Comando tedesco volterrano, diretto al Comando tedesco fiorentino, intercettato dall’Ufficio Informazioni dei Partigiani pure questo fiorentino, annunciava l’arresto dello Spinola, ben noto pure ai tedeschi per la sua guerriglia e non a torto da loro temuto: «Marchese Gianluca Spinola arrestato durante un conflitto con i partigiani e trovato in possesso di armi e documenti tedeschi falsificati».

Appena presi furono picchiati, maltrattati, legati ad un albero, più volte lì per essere fucilati.

La mattina del 13 condotti a piedi a Volterra dalle SS. al Comando tedesco, verso le 7 Spinola e Vargiu si incontravano lungo la via provinciale con i gruppi operai, che da Volterra, si recavano ad Ariano. Proprio per farsi conoscere, rivolse loro una domanda qualunque, lasciandoli sorpresi e addolorati. Anche Stucchi e Pireddu giungevano in mattinata al Comando tedesco alla Scuola d’Arte.

Passano poi parte del pomeriggio sopra un camion sotto i Ponti a S. Alessandro: condotti verso le 17 a Volterra, vennero addossati contro il fabbricato della Cassa di Risparmio di Piazza Maggiore, come per fucilarli e i pochi spettatori presenti pensavano che venissero fucilati: condotti successivamente verso il Penitenziario, anche qui per lungo tempo furono addossati con la faccia contro il muro laterale esterno sotto la minaccia dei fucili mitragliatori spianati, finchè non giunse l’ufficiale Capo scorta Becker, che li introdusse nel carcere.

Trovandosi ancora al carcere il Cappellano visitò subito i nuovi giunti. Erano giustamente eccitati dalle sofferenze, preoccupati della loro sorte. Vargiu e Pireddu, in apparenza freddi, furono di poche ma chiare parole; Stucchi, dalla bella faccia fiorente, ancora di fanciullo, vivamente loquace; Spinola come stanco e commosso, parlò della mamma morta, che il Cappellano aveva conosciuto, della moglie, della sua piccola bambina a Firenze. Il Cappellano cercò di incuorarli: ma non si faceva illusioni sulla loro fine.

Avendogli fatto sapere che ancora non avevano toccato cibo, benchè per l’ora tarda l’Impresa fosse assente, fu loro portato un pane, ciliege, un fiasco di vino; quello che fu possibile. A Spinola per giunta il fiasco gli si ruppe e il vino si sparse per la cella. Passarono le ore di poi tragicamente: nel desiderio angoscioso di fuggire, nella speranza che i partigiani, appena avvertiti al mattino, sarebbero corsi per liberarli.

Verso l’una del 14 si presentarono al carcere Becker ed una pattuglia tedesca armata fino ai denti. I quattro cercati compresero e impallidirono. A Stucchi, che domandava il Cappellano prima di esser fucilato, i tedeschi risposero con bestiali grugniti: a Vargiu, che aveva accesa una sigaretta, schiaffi solenni gliela fecero sputar via. Vennero legati stretti stretti e insieme e in modo, abbinati spalla contro spalla, da camminare due naturalmente in avanti, due all’indietro. Un camion li attendeva alla porta del carcere. Per dove, nel folto della notte, si sia diretto, nessuno era certo. Poi per la premura del Sig. Nello Bragi, fattore di Ariano e per l’opera intelligente e premurosa del Dott. Garrone Cianferotti il mistero venne svelato: rilevati dal Penitenziario di Volterra nella notte, Gianluca Spinosa, Franco Stucchi, Vittorio Vargiu, Francesco Pireddu nelle primissime ore del 14 Giugno 1944 comparivano a Castelnuovo Val di Cecina. Stucchi, Vargiu, Pireddu alle ore 13 furono fucilati fuori Castelnuovo, vicino al cimitero, al podere «il Sorbo». Due caddero sul posto: uno di essi, avendo tentato al momento della fucilazione di fuggire, cadde ad una ventina di metri crivellato da colpi di un fucile mitragliatore. Donne amorose con sentimento materno ne raccolsero i cadaveri, e li composero nelle casse preparate da pie persone.

Lo Spinola appena giunto a Castelnuovo fu subito separato dai suoi compagni e per due o tre volte fu visto andare avanti e indietro per il paese, dalle caserma dei carabinieri alla villa Ginori, dov’era il comando delle SS.

Due donne, Bianca Cheli e Berta Lasi, riuscirono ad avvicinarlo: la Cheli, mentre lo conducevano alla caserma, lo incitò a fuggire, ma egli tentennando il capo fece capire che non era possibile e che era ormai rassegnato alla sua sorte; la Lasi lo avvicinò nella sala d’ingresso della Villa Ginori e ne chiese il nome che non volle assolutamente dare.
Alla sera del 14 le SS. fuggirono. In paese si pensò che anche il giovane catturato fosse altrove rimesso in libertà.

Il 23 giugno, affluendo a Castelnuovo le prime truppe tedesche in ritirata ed occupando la caserma dei carabinieri, si avvertì in una cella di sicurezza il cadavere in avanzata putrefazione di un giovane, ancora in ginocchio sul pancaccio, col viso chiuso nelle palme e reclinato in avanti. Non fu difficile identificarlo quel giovane. I tedeschi lo avevano ucciso prima di partire.

lo ho parlato col nome e cognome, naturalmente a Castelnuovo s’ignorava chi fossero e da dove venissero. Le indagini del Cianferotti e la ricostruzione dei fatti portarono a supporre che i quattro fossero la piccola banda di Ariano.

Le famiglie vollero accertarsene e si procedette all’esumazione delle salme. Lo Spinola fu riconosciuto fra l’altro dal giubbetto di pelle che indossava e dall’anello matrimoniale, che aveva inciso internamente il vezzeggiativo il nome della moglie, Bebe; lo Stucchi soprattutto per un piccolo crocifisso d’oro, e portante inciso il nome del morto, Franco, e la data della sua cresima, regalo della nonna, simile ad un altro del fratello presente, anch’esso regalo della nonna. Pure le salme di Vargiu e di Pireddu, minutamente esaminate, vennero per varie circostanze riconosciute.

La pietà degli abitanti di Castelnuovo aveva posto sul sepolcro di ciascuno una croce con la scritta «Patriota ignoto». Ora non sono più ignoti e il nome rifulge sulle loro tombe, a ricordo di un sacrificio compiuto, a incitamento di fratellanza umana e nazionale.

© Pro Volterra, MAURIZIO CAVALLINI
Un episodio partigiano di guerra, in “Volterra”