Silvano Bertini

Personaggi Volterrani nell’Orlando Furioso

In una afosa domenica di questo ultimo agosto sistemavo alcuni testi scolastici un po’ invecchiati quando mi capitarono tra le mani alcune edizioni dell’Orlando Furioso. Per la maggior parte si trattava di ampie scelte dell’opera. Una mi sembrò più vasta del consueto; quella commentata da Salvatore Multineddu (Zanichelli). Sfogliandola lo sguardo mi cadde sulla ottava 13 del Canto 46, l’ultimo dell’opera ariostesca. E lessi:

Ecco Alessandro, il mio signor, Farnese:
oh dotta compagnia che seco mena!
Fedro, Capella, Porzio, il bolognese
Filippo, il Volterano, il Madalena,
Blosio, Pierio, il Vida cremonese,
d’alta facondia inessicabil vena,
e Lascari e Mussuro e Navagero,
e Andrea Marone e il monaco Severo.

« Fedro, Volterano. Sono nostri concittadini del ‘500», pensai. Confesso che non conoscevo quell’ottava. Infatti l’inizio del canto 46, nelle prime 19 ottave, contiene un lungo elenco di dame e di gentiluomini che attendono il poeta con lieto animo e che festosamente lo acclamano perché è ormai giunto al termine della sua opera. Tranne che nelle edizioni integrali questa parte, in genere, viene sempre omessa perché non ha alcuna importanza poetica ma solo cronistica. Consultai, l’indomani, nella Biblioteca Guarnacci vecchie pubblicazioni locali per vedere se qualcuno avesse mai parlato di questa ottava. Ero stato autorevolmente preceduto. Ne fa menzione (senza trascriverla) il Giachi nel suo «saggio di Ricerche storiche sulla città di Volterra» ed il Prof. Giuseppe Fatini in un articolo «Spigolature ariostesco volterrane», pubblicato sul fasc. 3 1925 della «Rassegna volterrana».

Dice subito che il Fatini è stato uno dei più attenti studiosi di problemi e di poesia ariostesca per oltre un trentennio. Particolarmente importanti sono i suoi studi sulle “Liriche” di Ariosto. La speranza dell’inedito era quindi sfumata, ma una folla di ricordi scolastici riaffiorava in me. Ho conosciuto il Prof. Fatini quando ero studente del nostro Liceo. Allora l’istituto era parificato e gestito dall’Amministratore Comunale. Oltre al normale invio di un commissario governativo per gli scrutini di fine d’anno, verso aprile e maggio capitava sempre, all’improvviso, un ispettore ministeriale. Quella mattina di maggio dell’anno 1940 mentre nella nostra classe 2° l’insegnante di italiano Prof. Romeo Salvadori, con il grosso orologio da tasca tra le mani, con gli occhiali sulla punta del naso e con Il volto ispirato, stava spiegando alcuni lirici petrarchisti del cinquecento «O notte, o dolce tempo, benché nero», la porta della classe si aprì improvvisamente ed entrò un omino di bassa statura: «Seduti – disse rivolto alla decina di alunni presenti – Lei, professore, continui pure la sua bella lezione, di cui ho ascoltato l’inizio dal corridoio; però non dia soverchia importanza a questi autori minori. Purtroppo il programma ha le sue esigenze. Sono il Prof. Fatini inviato dal Ministero in normale missione ispettiva».

Si sedette e si mise ad ascoltare la lezione tra l’emozione dell’insegnante, che conosceva la valentia dell’inviato ministeriale, ed anche nostra che, pur non conoscendo l’illustre critico ariostesco neppure di fama, eravamo impressionati dalla presenza del “Signor Ispettore”. Ho avuto modo di ritrovare più volte questo nome nei miei studi. Il Prof. Fatini collaborò ripetutamente, fin dai primi numeri alla “Rassegna Volterrana”, con articoli storico letterari sempre molto interessanti.

Era un innamorato di Volterra e dei volterrani antichi e moderni. I suoi studi ariosteschi sono tra i più equilibrati e positivi anche se alcuni critici trovano certi giudizi talvolta limitati dalla estrosità della critica erudita, e da interessi psicologici.

I VOLTERRANI AMICI DELL’ARIOSTO

Ma i lettori vorranno sapere, a questo punto, chi sono i personaggi volterrani ricordati nella ottava sopracitata. Il lungo elenco comprende tipi ameni, chiacchieroni, spiritosi, vispi di cui sono piene le cronache letterarie dell’epoca.

Fedro è, senza dubbio “Tommaso Inghirami” detto Fedro o Fedra per aver abilmente sostenuto la parte di Fedra nell’Ippolito di Seneca. Fu così bravo in questo ruolo di un personaggio femminile che, per tutta la vita, gli rimase quel nome. Fu prefetto della Biblioteca Vaticana e zelante fautore del teatro classico. E’ famoso per il ritratto fattogli da Raffaello (Firenze, Pitti), dove il genio equilibrato del Sanzio è afferrato dal “carattere” del personaggio così da mettere una dissonanza (la deformità dell’occhio) in quella sua perfetta armonia. Fu un volterrano celeberrimo l’Inghirami. Il Sadoleto scrisse un’opera, il “Phaedrus”, nella cui prima parte, per bocca dell’Inghirami, si espongono alcune teorie sulla sapienza degli antichi. Il nostro concittadino nacque a Volterra nel 1470 e morì a Roma nel 1516 dove ricoprì molte cariche importanti.

Il Volterrano è da identificarsi con Mario Maffei, prelato volterrano, della stesa famiglia a cui appartenne Raffaello Maffei (si veda il suo sepolcro funebre in S. Lino). Giulio II lo nominò soprintendente della Fabbrica di S. Pietro. Leone X, da sacrista vaticano, lo nominò Vescovo di Aquino nel 1516. Fu anche Vescovo di Cavaillon in Francia. Lo stesso Sadoleto parla molto bene di lui lodandolo per la sua acutezza ed intelligenza. Morì nel 1537. Il suo sepolcro funebre si trova nella nostra cattedrale (a sinistra entrando da S. Giovanni). Fece costruire anche il bellissimo palazzo cinquecentesco di Via Matteotti, più tardi Palazzo Ruggeri. E’ ricordato anche dal Castiglione nel “Cortegiano”. Nella società romana dell’epoca i nostri volterrani si erano, già da un pezzo, fatti un nome come altri toscani, quali inventori di motti, arguzie, battute che lasciavano il segno. Già Iacopo Gherardi da Volterra nel suo «Diarium Romanum» aveva lasciato notizie molto piccanti su taluni uomini della Curia romana (Muratori. XXIII pag. 81 e seg.). Questi… IndoIenti etrusco latini avevano l’occhio vispo e la mente sveglia e non si lasciavano scappare l’occasione per un motto frizzante e tagliente. L’italiano sa ridere, a differenza di certe pesantezze teutoniche, talvolta velate di solennità, di razionale irrazionalità, o di un dinamismo assurdo o isterico. Tutto questo senza sprezzanti pretese di superiorità razziale.

«Occhi acuti e male lingue» si diceva dei Fiorentini e dei Toscani in genere. I Volterrani non sfiguravano nella splendida Roma rinascimentale. Così li deve aver conosciuti l’Ariosto sempre sorridente e caustico. Un lieve sarcasmo su tutto e tutti sembra essere stata la intonazione prevalente di ciascun giorno della loro vita. Il poeta ferrarese fu più volte a Roma per conto degli Estensi (Ippolito ed Alfonzo). Fu inviato presso Giulio II nel 1909 e nel 1510. Nel 1512 accompagnò in una pericolosa missione il duca Alfonzo nella città dei papi. Vi ritornò subito dopo la elezione di Leone X, sperando di trovare una sistemazione per opera del nuovo papa suo amico. Preferì tornare al suo nido perché in quel mondo fastoso, forse, non sarebbe potuto stare buono. C’erano troppe competizioni, troppe vanità intorno al soglio pontificio e troppe sfrenate ambizioni.

Spaesato in quel mondo elegante egli, forse, fin dalla prima volta, ebbe bisogno di qualche potente prelato che lo introducesse nei vari uffici. L’Inghirami lo attirò perché gli piacque, oltre che come carattere, anche per il suo incarico di Prefetto della Vaticana e come uomo di teatro. Forse ebbe dal nostro volterrano libri, indicazioni bibliografie e incoraggiamenti per le sue commedie. Non si dimentichi che l’Ariosto si occupò di teatro fin dal 1493, fu autore, regista ed attore. Nel 1513 I’«Orlando Furioso» era sostanzialmente finito. L’ottava citata era già composta nel 1515 e passava intatta nella 1° edizione e nelle successive, anche dopo il rimaneggiamento dell’ultima dove divenne, appunto, la 13° del canto 46. I due volterrani (anche il Maffei era amico e frequentatore di ambienti di artisti) allegri, amanti della buona tavola, portati alla ironia ed alla satira quasi istintivamente, corrispondevano bene alla intelligenza ironica dell’Ariosto. Il Maffei, poi, doveva interessare il poeta anche per la sua parentela con Raffaello Maffei autore dei «Commentari urbani», libro anche oggi indispensabile per avere una idea della estensione che si dava agli studi degli uomini colti agli inizi del 1500.

Il Multineddu nel suo commento indica anche un terzo volterrano nella persona di Severo (egli dice «Don Severo di Volterra, monaco camaldolese e delicato poeta»). Esiste un volterrano di questo nome e di queste qualità (vedasi cenno di Padre Consortini sul n. del 1930 della «Rassegna Volterrana») ma non si può identificare con il personaggio citato dall’Ariosto. Si tratta di Don Severo Varini di Firenzuola, monaco anche lui ma cistercense e amico intimo del poeta ferrarese.

© Pro Volterra, SILVANO BERTINI
Personaggi Volterrani nell’Orlando Furioso, in “Volterra”