E’ la prima volta che in uno spettacolo della Compagnia della Fortezza il regista, l’ideatore, il “fiancheggiatore”, il “domatore” Armando Punzo veste interamente i panni dell’attore. Ci sono ovviamente anche i detenuti e tutti i membri della compagnia, ma Punzo carica su di sé l’intera scena e si mette davvero in carcere come fosse la prima volta, o l’ultima.

Disorienta entrare in una bara ancora scoperchiata, sulla quale si affacciano maschere di conigli neri, pronte forse a chiudere il cielo sopra di noi. Ma disorienta ancora di più attestare che il cadavere da seppellire è quello dello stesso Punzo o di un Pinocchio che vuoi buttar via burattino e bambino e tornare pezzo di legno.

Su una spiaggia piena di relitti Punzo, vestito totalmente di nero, cammina da una parte e dall’altra, corre e inciampa per la scena. Scava a terra, quasi a cercare un po’ d’acqua, mentre la sabbia brucia come un deserto. Punzo-Pinocchio si muove a scatti e pieno d’ira si dirige verso i microfoni ai lati della scena, che sono lì pronti a catturare un annuncio, un proclamo o forse solo un verso. Escono fuori mozzichi di parole, grugniti, resti di voce, mentre il discorso pare rimbalzare nella cavità orale. Impossibilitato a uscire da una chiostra di denti che ringhia di rabbia e dolore.

Pinocchio. Lo spettacolo detto Ragione arriva dopo Buffoni dell’anno precedente e dopo il biennale progetto su Pasolini. Arriva inaspettato perché rappresenta senza dubbio una svolta rispetto a una riflessione lunga tre anni che ha affrontato e criticato la “società dello spettacolo”, la “televisione”, la tlpica “sagra dello gnocco”. Con Buffoni, attraverso il filtro di Rabelais, si era arrivati a una sorta di impasse, indecisi su quale strada intraprendere e come bloccati dentro a un “carnevale” di rovesciamenti e irriverenze. Pinocchio è come se volesse mettere un punto finale a tutto questo, ma rilanciando in avanti il discorso con la proposta di una forma radicalmente nuova e inaspettata. Non c’è nessuna festa, nessun carnevale, c’è soltanto la richiesta di un funerale che tarda ad arrivare. Si chiude anche il baule con dentro un vero e proprio “buffone”; e le maschere e i costumi sono a terra senza corpo o addosso a personaggi spersi senza più funzione. Perché nella sabbia rimangono solo i resti degli spettacoli precedenti, l’inginocchiatoio proveniente dal lavoro su Rabelais, una ruota da luna park da P.P.P., ombrelli e remi di una barca forse da Appunti per un film.

La festa è finita e rimane solo un Pinocchio petulante, con il Gatto, la Volpe e Lucignolo.

Rimane un Pinocchio disperato che non vuoI più stare in questo mondo, che non vuole “adattarsi”, che vuoI tornare a essere tronco d’albero. E dietro evidentemente si avverte forte il fantasma di Carmelo Bene, che è recuperato da Punzo soprattutto come testimonianza necessaria per rivendicare un’assoluta alterità rispetto alla scena del “sociale”. Sembra quasi che Punzo voglia urlare – e lo può fare solo personalmente e diventando attore – tutto l’equivoco “sociale” nel quale è inserito il suo lavoro, cioè riabilitazione, recupero, assistenza, ma anche intrattenimento e animazione: “è sempre per pietà degli altri che ci si fa calare nella bara” recita un crudele Pinocchio. Ma il problema del “sociale” come “ricatto” costante del pubblico è una questione basilare che esce dal carcere e diventa un interrogativo urgente da rivolgere all’arte e gli artisti di oggi.

Non si può rischiare di diventare artisti “im-piegati” al sistema spettacolare, tracimati in una dimensione di puro intrattenimento. Ed è forse questa la “vera” morte, se Pinocchio, alla fine del lavoro, proprio indossando gli abiti del “buffone di corte”, cade definitivamente a terra, coperto da un mazzo di fiori gettato dall’alto, ricordandoci però che stiamo tutti dentro la stessa tomba.

La proposta del lavoro è forse allora una dimensione nuova di grande austerità, dove anche le parti più corali e “spettacotari” sono ridotte all’osso (a parte la musica mozartiana che appare un po’ troppo accattivante). L’unico momento eclatante ed esplosivo è con il sopraggiungere di una tempesta e l’arrivo di un equipaggio di sbandati, di pirati, di disperati. “Devo compiere le grandi imprese” urla un Pinocchio adesso travestito da Don Chisciotte, mettendosi al comando di una improbabile zattera. Ma il viaggio verso l’Utopia finisce ancor prima di cominciare e lo “spettacolo” si spegne improvvisamente. “Don Chisciotte non si arrende mai… lui”

Così Plnocchio resta nuovamente solo, sommerso adesso da una valanga di libri, che sfoglia, e recita. Forse si riconoscono pensieri e parole di Leopardi, Dostoevskj, Goethe. Ma è difficile ricostruire lo sviluppo di un pensiero articolato e complesso che ha però dei punti fermi molto chiari: “Non voler più esserci / non voler più far parte / prendere parte a questa umanità”, “non si può continuare / ad appartenere / ad un progetto / insensato (anche se di madre natura umanitario) / anche se ipotizzato a fin di bene / che bene non è / sociale / che sociale non è”.

Lo spazio della scena sembra essersi ridotto a una piccola spiaggia e forse. se pur bollente e approdo di un tragico naufragio, è comunque una frontiera, uno spazio di immaginazione capace ancora di piccoli sussulti.

Anche perché sotto la sabbia si svela un marmoreo pavimento a quadri che ricorda qualche piazza alla De Chirico e a lato si apre all’improvviso una finestra sulla cucina di un possibile e borghese ristorante, alle prese con piatti che non assaggeremo mai. Pinocchio è sempre più solo, abbraccia Lucignolo con affetto e non smette di cercare e invocare i propri amici: “Amici, Gatto, Volpe, Artaud, Kafka, Rabelais, Pasolini… mi hanno bruciato i piedini, ma non ci sono riusciti!”

© Lo Straniero, RODOLFO SACCHETTINI
Punzo nella Fortezza: i piedi bruciati di Pinocchio, in “Lo Straniero”, a. Ottobre 2007