S’era detto tante volte di andare a fare una bella pescata allo Sburleo, dove l’acqua era più chiara e i pesci erano più belli, ma non s’era mai riusciti a fissare il giorno preciso perché, per l’appunto, per il giorno tale, la Tale, proprio non poteva.

Se ne riparlò un sabato sera, tanto per dire qualche cosa. Lì per lì si decise e il giorno dopo ci s’andò davvero. diceva il Biondo: «Le donne bisogna piglialle come vengano: vanno a scarti di luna».

Alle cinque del mattino, a Montebradoni, saremo stati in trenta. Il sole aveva vinto l’unica fascia di nuvole basse ed ora abbracciava il borgo interamente; l’aria era già calda. Si accomodò le donne sulle canne delle biciclette e si partì. A Polveraia si sorpassò il ciuchino di Flemma; era carico di pasta, di pane, di vino che Mario raggranellava sempre, a spregio del tesseramento. A Povereto si cavarono i passerotti per la salsa e si colsero i fichi per associarli al presciutto di Fraccavera. Allo Sburleo si fece colazione e s’entrò subito nell’acqua per prendere i pesci con le mani. A mezzogiorno i primi pesci saltavano in padella, in mezzo all’olio correggiolo.

«Per passa’ du’ parole» venne anche il contadino di Fraccavera a mangiare con noi. E fu proprio in quel mentre che l’Elva e la Giorgia andarono a portargli via i cocomeri, in mezzo al campo di granturco secco.

«E allora si fa giornata (disse il contadino quando se n’accorse). E allora si ruba anche al padrone!». C’insegnò dov’erano i fagiani, ci disse che la guardia era partita, che l’ora migliore era quella delle due, che a quell’ora i fagiani erano sodi e che nel fosso del Fregione c’erano fagiani accoccolati. Alle due precise, quattro dei nostri, con due cani e due bastoni entravano nel fosso del Fregione.

Diceva il nostro contadino, per giustificare quella ruberia:
«Un fratello della mi’ nonna si chiamava Raffaello però aveva più miseria lui de’ Miserabili di Francia. Viveva in tempi in cui i padroni tastavano le braccia prima di assegnare i poderi e Fello le braccia non l’aveva, ossia, n’aveva poche perché aveva i figlioli piccini. Un giorno riuscì a farsi allogare il podere soprannominato Piantata, uno “scansaprigione” piccino com’un orto, tutto sassi e buche, mancante di quantità, di qualità e perfino di rendimento anche per chi avesse avuto la grazia di poter prendere tutto il raccolto dell’annata. Ebbe il podere a dimezzo e fu contento: finalmente aveva trovato un tetto per i suoi ragazzi rinseccoliti. Per scaldarli tagliava la legna dove la vedeva e per farli mangiare s’arrangiava. Fu così che il padrone lo denunciò al Tribunale di Volterra perché non palava le viti, non affondava le fosse, non puliva gli scoli, devastava il terreno, tralasciava le bestie, guastava le siepi, bruciava i rami, mangiava le patate da piantare e poi, nei tempi del Leone, aveva tagliato i capi maestri delle viti e poi aveva bruciato anche i pali delle stime morte per stare sul canto del fòco».

«Strizza strizza non sortiva niente di positivo però il Tribunale di Volterra ci chiacchierò sopra una giornata e arrivò perfino a dire che la legge era uguale per tutti. Poi, fra tutti, lessero un sacco di articoli e condannarono Raffaello a cinquantacinque giurni di galera e a tutte le spese, per truffa commessa e danno dato».

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Chi avesse guardato in quel momento nella direzione del Fregione, anche distrattamente, si sarebbe accorto che qualcosa di strano era accaduto o stava per accadere: quattro uomini si apprestavano a uscire dalla macchia con due cani a guinzaglio corto. I cani non fiatavano e gli uomini avanzavano sospettosi; attraversarono il fiume dandosi un contegno e andarono diritti verso un posto ritirato, fissato in precedenza. Per noi era normale che le cose si mettessero in quella maniera e difatti, in quel punto, andarono le nostre donne. Vi trovarono sei fagiani morti, li spennarono, li pulirono e nascosero le penne. Più in là Nino attizzava il fuoco e Pietrino rifaceva il battuto.

Erano tempi difficili, tempi in cui si pativa la fame, come dimostrano eloquentemente le fotografie di quei tempi. I duecentocinquanta grammi di pane giornaliero, tesserato, non era sufficiente neppure per colazione, da quanta fame si aveva in corpo. E più il tempo passava più le razioni diminuivano. Erano tempi difficili per tutti, anche per i gatti che, di quando in quando andavano a finire «alla cacciatora». Per noi c’era spesso il ritocchino della domenica e così Mario ci assestava lo stomaco per tutta la settimana successiva.

E’ impossibile ricordare tutti gli amici e tutte le amiche di quel giorno e cosa fece ciascuno di noi, tanto il tempo è passato. Si dirà che ognuno si dette da fare, specialmente dopo l’arrivo dei fagiani. Chi andò a fare patate, chi a fare l’acqua, chi a tenere il vino a «corsio», chi tornò a pescare, chi curava il ciuchino, in attesa di rimettersi a mangiare per una cena che si presentava più bella del desinare.

La cena fu fatta quasi in silenzio, per non dare sospetti e perché se si parla non si mangia, ma quando i fagiani furono spariti, cominciarono i canti e i discorsi. Si parlò della prossima scampagnata, si parlò della guerra e di chi la voleva e si parlò anche del razionamento. Solo sul tardi, quando il sole stava per sparire, ci si decise a prendere la via del ritorno.

Il primo tratto di strada si fece in bicicletta ma appena cominciò la salita della «querce al chiodo» ci decidemmo ed affrontarla a piedi. A Ribatti ritrovammo il ciuchino di Flemma, col cascino pieno di cocomeri. Ce li aveva messi il contadino di Fraccavera, mentre si beveva e si cantava.

© Pro Volterra, GIOVANNI BATISTINI
Quando si mangiava con la tessera, in “Volterra”