I tesori dell’alabastro

Non si può pensare all’industria dell’alabastro senza associarvi il ricordo di Volterra. Situata nel cuore della Toscana, Volterra ha visto nascere, con la civiltà etrusca, la lavorazione della candida pietra, divenendone il tradizionale centro della manifattura. Gli alabastrai di Volterra: un popolo di artisti che da secoli tramandano di padre in figlio la passione della loro arte, che sanno adeguare al gusto mutevole dei tempi. La pietra, che è un solfato di calcio idrato, si trova in bianchi blocchi di forma spesso ovoidale, distribuiti irregolarmente in strati di grigia roccia gessosa. Mentre la verietà trasparente – scaglione, formata in seguito a un fenomeno di sedimentazione del solfato contenuto nelle acque marine, ha il centro di escavazione a Castellina Marittima; la varietà opaca – bardiglio, originata da un processo di solfatazione della roccia calcarea, è diffusa negli immediati dintorni di Volterra e nel pomarancino.

Nell’epoca etrusco-romana (III-I sec a.c.) l’industria locale, che utilizzava il migliore bardiglio dell’agro volterrano, si è manifestata nella fabbricazione delle urne cinerarie, delle quali il solo Museo Guarnacci ne espone oltre trecento. Mentre nella cassa, istoriata con episodi tratti dalla mitologia greca o con soggetti ispirati alle credenze del popolo etrusco, erano custodite le ceneri del defunto, il copercho ne riproduceva la figura coricata col fianco sinistro sul letto del convito. Alcuni esemplari di queste urne, evidentemente scolpiti da artisti grecizzanti, sono di grande bellezza.

Dopo il periodo etrusco-romano, lungo il Medioevo, non troviamo notizia alcuna intorno alla lavorazione dell’alabastro. E’ evidente che la fragilità della materia poco si prestava alla concezione mistica dell’arte medievale che preferiva affidare al marmo le sue manifestazioni figurative.

E’ alla metà del Cinquecento che la lavorazione dell’alabastro afferma la sua rinascita. Una prima notizia riguarda lo scultore Bartolomeo Rossetti che nel 1549 eseguì un paio di candelieri in alabastro per commissione di Niccolò Lisci al quale li mandò a Firenze. Nel 1565 la comunità di Volterra offrì all’arciduchessa Giovanna d’Austria, nuora del granduca Cosimo I, alcuni vasi di alabastro. Qualche anno dopo, essendo venuto a Volterra Francesco de’ Medici, gli fu fatto vedere un vaso di alabastro lavorato a tornio da Francesco Rossetti che gli sembrò per la sua novità così raro e bello che il granduca volle acquistarlo e lo mandò in regalo al duca di Baviera. Altri importanti lavori e applicazioni dell’alabastro, specie di carattere religioso, ritroviamo nella seconda metà del Cinquecento. Nel 1567 la contrada di S. Pietro fece costruire un tabernacolo d’alabastro da Leonardo Ricciarelli; un altro tabernacolo, tutt’ora conservato nel Museo d’Arte sacra, fu eseguito nel 1574 per la cappella Mannucci in S.Andrea.

Nel Sei e nel Settecento, la manifattura, abbandonato il senso puramente artistico, si indirizza verso una produzione più minuta e di facile esito. Sono richiesti servizi per tavolo, lumi da notte, sculture riproducenti opere classiche e le cosiddette anime o ave marie (chicchi di alabastro che servivano per corone), delle quali si faceva notevole smercio a Roma.

Nel 1791 un fatto nuovo accadde. Per merito di un giovane patrizio volterrano, Marcello Inghirami Fei, una grande scuola laboratorio per l’alabastro venne aperta a Volterra nei locali del soppresso monastero di S. Dalmazio. I lavoranti, più di un centinaio, oltre a esser ben retribuiti, frequentavano una scuola di disegno e plastica, diretta da abilissimi maestri sia italiani che stranieri. Ricordiamo i francesi Tei, Cornelio e Desmarais, il fiammingo Nazzard, il romano Valinter, il torinese Castellari. Accuratissima fu anche l’organizzazione commerciale di vendita, come può rilevarsi da un manifesto, redatto in lingua francese, ovunque diffuso. A Firenze, Livorno, Venezia, Bologna, Roma e Napoli si nominarono dei corrispondenti incaricati di prendere le commissioni. Purtroppo un’impresa così bene ideata e avviata naufragò, non per fallita concezione, ma per i tempi tutt’altro che propizi per una industria esportatrice di oggetti d’arte. Nel 1799 l’Officina Inghirami fu costretta a chiudere per sempre i propri battenti. Ma ormai l’impulso era dato. Assestata la situazione politica con l’impero napoleonico prima e la restaurazione granducale poi, l’industria degli alabastri riprese l’ascesa. Molti artigiani che avevano lavorato nell’Officina Inghirami misero azienda in proprio e si diffuse la consuetudine, tra i più intraprendenti alabastrai, di recarsi all’estero con la merce, curandone l’esposizione e la vendita.

Ebbe così inizio il fenomeno dei viaggiatori dell’alabastro, che continuò per tutto l’Ottocento e oltre. La produzione dell’epoca era accurata e di grande pregio: dai vasi di candidissima materia ornati di fiorami e di altri intagli, alle tavole connesse a mosaico, ai grandiosi candelabri per sala, alle sculture, tutto ben figurava nelle gallerie dove gli oggetti erano esposti. Lo scultore Albino Funaioli, che intorno al 1860 lavorava a Londra, si rese notissimo per i suoi ritratti in alabastro a bassorilievo, delicatissimi per esecuzione, preziosi per somiglianza. A Volterra se ne conservano ancora alcuni. Chiusa l’Officina Inghirami, che prima di essere industria fu scuola, prossimi a cessare l’attività furono coloro che vi erano stati allievi; si capì che la continuità della manifattura non poteva essere assicurata se non attraverso la formazione di maestranze educate in una pubblica scuola di disegno e di applicazione alle arti decorative. Fu così che nacque la Scuola Artistico industriale per l’alabastro, per la quale il Comune, nell’anno 1850, costruì un apposito edificio a lato della chiesa di S. Francesco. Questo Istituto, pur attraverso periodi di difficoltà, ha sempre adempiuto alla missione di indirizzare le applicazioni dell’alabastro verso le forme e i criteri decorativi, che, sempre rinnovandosi, mettano in risalto i pregi inconfondibili della materia. Il periodo che corre dal 1850 al 1870 fu particolarmente felice per l’industria alabastrina: un traffico notevole si svolgeva con i paesi europei e l’oltremare, sia per mezzo dei viaggiatori, sia per vendite dirette. Dopo la guerra franco-prussiana e la crisi mondiale del 1873 si notò una preoccupante e continua contrazione nella richiesta degli alabastri: si credette che ciò dipendesse dalla disorganizzazione produttiva più che dalla situazione generale di mercato. Fiorì allora l’idea di riunire tutta la produzione alabastrina in un magazzino unico al quale i compratori avrebbero dovuto esclusivamente rivolgersi. E questo per evitare dannose concorrenze tra gli artigiani e cadute di prezzi. Nacque così, nel 1895, la Società Cooperativa degli Alabastri, al quale, sebbene mancasse, dopo qualche mese di esercizio, il suo scopo di magazzino unico, riuscì tuttavia a stabilire un senso di organizzazione nella massa degli alabastrai e la produzione ne fu sensibilmente avvantaggiata.

Gli anni che corrono dall’inizio del Novecento alla prima guerra mondiale sono caratterizzati dal costante incremento delle vendite e dal miglioramento del complesso della produzione. Benchè gli oggetti di alabastro figurassero, per la partecipazione delle singole aziende, alle mostre nazionali e internazionali, si ritenne opportuno organizzare in Volterra, nel 1906, una grande esposizione-concorso dell’industria locale. Svoltasi nelle sale del palazzo dei Priori, risultarono premiati di medaglia d’oro: Giusto Viti, Egidio Topi, Rodolfo Caloni.

L’introduzione del tornio elettrico, avvenuta nel 1911,  in sostituzione al tradizionale tornio a pertica, favorì una produzione molto più intensa degli oggetti torniti, e nel primo dopoguerra la forte richiesta di coppe per illuminazione, di svariati disegni e misure, determinò una nuova organizzazione industriale. Non sono più le botteghe artigiane e le modeste aziende familiari che danno vita alla manifattura degli alabastri: nel 1929, alla vigilia della grande crisi, la lavorazione è in gran parte accentrata in fabbriche che accolgono decine e decine di operai. Superati, sia pure con le maestranze falcidiate e le aziende gravemente ridotte di numero, la triste recessione degli anni Trenta e il periodo del conflitto mondiale (1929-1945), la manifattura degli alabastri si è nuovamente e meritatamente reinserita nel quadro delle tradizionali attività artigianali della Toscana.

© Piero Fiumi, ENRICO FIUMI
I tesori dell’alabastro, in Opuscolo Artieri dell’Alabastro
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