Renato Palazzi

Santo Genet, un capolavoro di Armando Punzo

Nel 1976, come molti sanno, Strehler mise in scena il Balcon di Jean Genet. Fu un evento significativo per due ragioni: perché si trattò dell’unico testo di Genet affrontato dal regista, e perché si trattò dell’unico spettacolo di Strehler considerato non riuscito persino dai suoi più accesi sostenitori. Il tentativo di aprirsi a una poetica diversa fu generoso, e per tanti versi apprezzabile, ma era chiaro che quel mondo non gli apparteneva, che distava anni luce dalla sua cifra estetica. Santo Genet, lo spettacolo allestito da Armando Punzo nel carcere di Volterra, fra le altre cose è anche questo, la riprova che un testo del genere non può essere ingabbiato in rigidi canoni formali, ma deve esprimersi così, per scosse, per sussulti, nella prorompente energia di attori totalmente irregolari.

Santo Genet non è ovviamente una rappresentazione del Balcon. È una costruzione drammaturgica complessa che attinge a opere diverse dell’autore francese, praticamente a tutti i suoi testi teatrali e letterari, scomponendoli e ricomponendoli in un autonomo collage drammaturgico. Brani e personaggi del Balcon, però, vi sono in effetti molto presenti, il che attira l’attenzione, visto che da allora questa pièce non era stata mai più realizzata. E proprio del Balcon sembra che Punzo faccia l’emblema di quella vena inesauribilmente metamorfica che caratterizza i rituali genettiani, dove ogni verità si trasforma naturalmente nel suo contrario, dove l’orrore diventa bellezza, la santità coincide col degrado, e si svela una stretta comunanza, come afferma Genet, tra la fragilità, la delicatezza dei fiori e la «brutale insensibilità» degli ergastolani.

Sicuramente questa vena metamorfica si evidenzia di primo acchito già nell’idea in sé di trasformare l’inferno carcerario di un’arcigna fortezza medioevale in un candido paesaggio neoclassico, la gigantesca struttura di finto marmo bianco – a metà tra un onirico palazzo, un tempio, un cimitero – che accoglie gli spettatori, all’inizio, fra statue, colonne, pietre tombali. Non è solo il prodigio di un’invenzione scenografica, è piuttosto la metafora di un’innata capacità del teatro di ribaltare i rapporti tra realtà e finzione, in qualche modo tra vita e morte, persino tra prigionia e libertà. «Se opponiamo la scena alla vita – dirà, più avanti, uno dei personaggi – è perché abbiamo il presentimento che la scena sia un luogo prossimo alla morte, dove ogni libertà è concessa».

Questo tema della duplicità, la duplicità delle cose, dei valori morali, dell’esistenza stessa, che è il sottile filo conduttore dell’elaborata partitura verbale, torna quasi enfatizzato nello spazio successivo in cui il pubblico, dopo avere attraversato una doppia fila di marinai con le magliette a righe – i marinai di Querelle de Brest, issati su piedestalli come statue viventi – è invitato a spostarsi. Guidata da un’inquietante creatura androgina, incarnata dallo stesso Punzo, dal lungo pastrano nero, un cilindro in testa, un serto di rose appeso al collo e un sorriso un po’ sinistro dipinto sulle labbra, la massa dei visitatori viene convogliata in una serie di locali interni, gli stessi dov’erano ambientati gli ultimi spettacoli della compagnia, Hamlice, Mercuzio non vuole morire.

In questo dedalo di stanzette addobbate come un cupo paesaggio mentale, interamente tappezzate di broccato nero coperto da una incredibile quantità di specchiere dorate, e piene di abat-jour, immaginette, cuori, ventagli, manichini, prende corpo un’infinita galleria di figure tipicamente genettiane. Vescovi assorti nella contemplazione dei propri vizi, cinesine con l’ombrellino che fendono la folla cantando dolci motivetti, malviventi dalle ambigue collane e dagli abiti di colori vistosi, ufficiali di marina, madonne-puttane. In un anfratto laterale il cadavere di una sposa giace, come un oggetto di culto, in una teca di vetro. Nella latrina, le signore sono indotte a lasciare ferite sanguinanti di rossetto sul torace nudo di un ragazzo in posa da San Sebastiano.

Genet, in questi anni, anche per via del suo status di scrittore-ex carcerato, affascinato dal crimine e vicino ai criminali, si era spesso affacciato in vario modo in tante produzioni della compagnia, citato, evocato, assunto come punto di riferimento. Da un suo testo, I negri – di cui per altro anche qui riecheggia un possente monologo, pronunciato da un immane generale di palesi origini africane, verso la fine – Punzo nel ’96 aveva tratto uno degli spettacoli a mio avviso più sconvolgenti fra quelli visti a Volterra. Mai, però, le sue parole, le sue atmosfere, le sue suggestioni avevano assunto il respiro visionario che si coglie in questa esperienza davvero senza pari. Mai si era avvertita una consonanza così totale tra le sue spiazzanti trame di miraggi e la natura profonda di questo teatro che nasce dietro le sbarre.

L’affannoso moltiplicarsi di voci sovrapposte che nel ventre scuro della fortezza, con accenti diversi, raccontano storie nelle quali si confonde ogni normale distinzione tra bene e male, tra innocenza e colpa, la concitata ridda di fantasiose apparizioni che pone a stretto contatto fisico chi recita e chi ascolta, precipitandoli in un unico labirinto interiore, suscitano impressioni di incomparabile bellezza: ma è una bellezza dura, non pacificante, una bellezza che pone interrogativi e corrode certezze. Anche il ritorno all’aria aperta, nel recinto marmoreo dove arriva una folgorante processione di sculture di cartapesta che raffigurano tutti i personaggi, e ragazzini con ali d’angelo distribuiscono fiori ai presenti, più che per dare sollievo è fatto per provocare ulteriore smarrimento.

Probabilmente la chiave di tutto è nella battuta conclusiva di madame Irma, la «badessa di postribolo» del Balcon, dispensatrice di illusioni a buon mercato, che suggella lo spettacolo: «Ora tornate a casa. Vedrete che tutto è molto più falso di quello che avete visto qui». Calata in un simile contesto, detta al termine di un rutilante viaggio tra fantasmi della coscienza e brandelli di identità smarrite, è molto più di un acre paradosso intellettuale, è uno straziante gioco di specchi tra il dentro e fuori, tra chi può uscire e sentirsi padrone del proprio destino e chi quel destino se lo deve inventare restando chiuso fra quattro mura, a cui forse qualcuno non riuscirà mai a sottrarsi. Per questo una gran parte del pubblico appariva scossa e commossa come raramente si era visto.

Infine, vorrei fare un’ultima considerazione: Punzo conferma una personalità registica straripante, gli attori sono bravissimi. In un momento nel quale non abbiamo molto da esportare, un lavoro come questo – ove mai fosse possibile ottenere i permessi necessari – andrebbe a mio avviso mostrato anche all’estero. In Francia, ad esempio, verrebbe accolto con entusiasmo.

© Del Teatro.it, RENATO PALAZZI
Santo Genet, un capolavoro di Armando Punzo, in “Del Teatro.it”