Gemma Salvadori

Teatro Persio Flacco, Finché giudice non ci separi

Cosa succede agli uomini quando si trovano ad affrontare il divorzio?

Un appartamento sgraziato che si affaccia sul livello della strada, scatole di cartone cariche di libri esplose per il piccolo salotto, aria di trasloco. Questa la nuova casa di Massimo (Augusto Fornari) neo divorziato catapultato dalla comoda vita di coppia in una, tutt’altro che accattivante, esistenza da scapolo. Alla meravigliosa villa, ricca di mobili di pregiata fattura, si è sostituito un minuscolo monolocale arredato Ikea e intriso del pungente quanto sgradevole odore del ristorante vietnamita pochi metri più in là della sua finestra.

Da un fuori scena dipinto di un discutibile rosa, lascito del vecchio inquilino, entrano in scena Massimo e Paolo (Luca Angeletti). Il primo annebbiato dall’ennesimo flacone di pasticche inghiottite, il secondo, fraterno amico, intento a cercare di capire come fare a scongiurare il continuo pericolo di un’overdose da psicofarmaci sempre in agguato.

Così si apre Finché giudice non ci separi, la divertente commedia andata in scena lo scorso martedì 8 novembre al Teatro Persio Flacco per la regia dello stesso Augusto Fornari.

Massimo è appunto fresco di divorzio, nella villa, che è stato costretto a cedere, ha lasciato la moglie e la figlia. Poche sembrano le cose per cui valga ancora la pena stare al mondo. Intorno a lui quattro amici, divorziati anche loro ma con storie differenti da raccontare. Paolo è stato tradito, Mauro (Nicolas Vaporidis) ha trovato nella libertà sregolata e popolata di donne il suo nuovo ritmo, Roberto (Toni Fornari) vive ancora con la moglie ma la casa è spartita in zone delimitate dal nastro della municipale. Lo scopo della piccola comitiva è quello di sostenere il povero Massimo che, a differenza degli altri tre, non sembra proprio volerne sapere di avere una vita diversa da quella che fino a poco tempo prima gli apparteneva.

Sarà l’arrivo di Sylvie (Laura Ruocco), avvenente vicina di casa, a cambiare le cose. Sylvie è il giudice che ha tolto a Massimo la sua vecchia vita, e attraverso il suo personaggio i quattro uomini trovano la forza di confessare quello che davvero si portano dentro.

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Una messa in scena ironica, che gioca sul difficile tema della separazione e su tutti quello che ne consegue. Uno spettacolo dal ritmo incalzante che concentra la comicità in una prima parte per poi lasciare posto ad una sempre più graduale presa di coscienza. I toni si fanno meno leggeri e il registro cambia nel cercare di rendere la sensazione di desolazione per tutto quello che viene sacrificato per strada, vittima della dura guerra del divorzio.

Uno spettacolo capace di divertire e di portare sul palco la dimensione non semplice in cui quello che si lascia non è solo la bella casa, ma anche la propria famiglia, i propri figli, la propria vecchia vita magari non perfetta ma almeno condivisa.