Speleologi moderni in esplorazioni urbane

Riscoprire luoghi sconosciuti o caduti in disuso e indagare la città, i suoi edifici con la ricercatezza dei particolari rappresentanti il nostro passato è l’approccio mentale di chi svolge l’urbex. Esplorazioni urbane, diremmo in Italia, urban exploration altrove, ma il concetto è medesimo: attività di speleologia moderna di ambienti umani abbandonati, fatiscenti e dismessi con il solo scopo di intraprendere un viaggio emozionale tra i luoghi di altre epoche, immortalando, quando è possibile, i loro interni ed esterni.

L’esplorazione urbana si mette in testa tra i nuovi turismi di nicchia perchè è un’attività incredibilmente esperienziale. Si sviluppa come una semplice visita della città senza alcuna guida, mappa o direzione, andando dove generalmente il turista medio non penserebbe mai di andare, ma è un fenomeno in sola crescita dalla quale Volterra inconsapevolmente è riuscita a sfruttarne le potenzialità per il destination marketing in termini di destagionalizzazione, posizionamento e differenziazione rispetto ai competitor. La città, con gli anni, si è ritrovata ad avere a che fare con giovani alla ricerca di emozioni anticonvenzionali e a fotografi alla ricerca dello scatto artistico; gli appartenenti di entrambe le categorie si sono rivelati ottimi consumatori, agitatori di un importante movimento e sviluppo di attività commerciali delle zone periferiche, nonchè turisti al passo con i social, che ruotano spesso intorno ai blog, ai forum e alle riviste di settore, con la frequente condivisione di scatti, coordinate gps e incredibili recensioni sui luoghi appena scoperti, offrendo a costo zero una maggiore visibilità e branding di un territorio, talvolta anche di scarso interesse per il turismo classico.

L’esplorazione urbana è divertente, tuttavia l’altra faccia della medaglia poggia su grandi rischi. Ai sensi dell’art. 614 c.p. chiunque s’introduce nell’abitazione o in un altro luogo di privata dimora, è punibile con la reclusione fino a 3 anni; il concetto di appartenenze di abitazioni o di altro luogo di privata dimora, comprende in se tutti quei luoghi che integrano la funzione che l’abitazione o il luogo di privata dimora svolgono per il soggetto che ne dispone, così da consentirgli per natura e per artefatti, di escludere gli altri da intromissioni che violino la vita domestica o privata. Pertanto, prima di accedere all’interno di un edificio in evidente stato di abbandono, sia esso un immobile di uso di civile abitazione che di uso industriale, occorre verificare che l’immobile risulti effettivamente incustodito, per non incorrere nel reato dell’articolo su detto. Allo stesso tempo, infiltrarsi in luoghi di terzi, la sicurezza è tendente allo zero; si incorre nel serio pericolo di farsi del male e di ritrovarsi in situazioni veramente spiacevoli. I luoghi abbandonati, che spesso promettono di crollare da un momento all’altro per ogni azione che viene effettuata verso di loro, sono il regno perfetto del lato oscuro animale e umano.

Il panorama dell’esploratore comprende tutta una serie di sottoculture. Proprio come alcuni scalatori preferiscono le superficie granitiche rispetto alle arenarie o come alcuni speleologi preferiscono le grotte umide da quelle secche, anche gli esploratori hanno le loro specializzazioni; tra questi per esempio distinguiamo gli asylum seekers, i bunkerologist, gli skywalkers, i builderers, i track-runners e i drainer. La maggior parte degli urbexers hanno semplicemente il piacere del mistero, ma c’è chi prende seriamente questa attività e allora documenta quanto rimane degli edifici andati in malora per preservarne la memoria e fotografa e cataloga i derp – slang inglese per definire i luoghi abbandonati – per protestare verso le cementificazioni selvagge e i patrimoni edilizi vuoti non sfruttati.

Padiglioni dell’ex ospedale psichiatrico, aree industriali fallite, tratte abbandonate dalla rete ferroviaria: questo è il campo su cui giocare la partita della riqualificazione nel nostro Paese. Un terreno duro, durissimo da smuovere, quello del recupero delle aree dismesse, ma quanto suolo si risparmierebbe se gli edifici vuoti o i campi in degrado fossero recuperati e restituiti al pubblico sotto forma di luoghi destinati alla fruizione collettiva?

CONSIGLI PER ESPLORARE IN TRANQUILLITA’

In merito ai rischi e alla prevenzione è necessario informare l‘aspirante archeologo post-moderno su certi usi comportamentali estremamente categorici. L’esplorazione urbana è una attività divertente fintanto che si è adulti e responsabili, ma come può essere appassionante se si può incorrere nel rischio di farsi ammanettare da una pattuglia dell’ordine o di cadere accidentalmente in un buco del pavimento? Fortunatamente, con questi consigli, l’archeologia moderna può essere un hobby legittimo senza sfociare nell’infiltrazione illegale.

Prima di partire completamente allo sbaraglio, un’idea di partenza può essere quella di visitare i siti storici. Non necessariamente storico, significa ordinato. A Volterra ci sono luoghi che, nonostante siano promossi come turistici, sono in completo stato di abbandono. Vuoi perchè con il tempo sono state tagliate operazioni di promozione, vuoi perchè con il passare degli anni l’interesse turistico si è spostato altrove.

Nel caso invece si opti per zone industriali, ospedaliere ed altre strutture abbandonate generalmente private è buona norma chiedere il permesso; occorre scartabellare gli archivi degli uffici governativi locali per trovare le possibili informazioni sulle proprietà. I documenti fiscali sono un buon punto di partenza, poichè raccolgono nero su bianco le generalità del proprietario. Se si è lontani dai centri archivistici, unica alternativa è affidarsi al web e googlare con la speranza di incappare in qualcosa di buono.

Dopo aver trovato eventuali nominativi e i recapiti del proprietario, è necessario fissare un incontro con lo scopo di motivare intelligentemente le proprie intenzioni di infiltrazione; con questo approccio è più facile vedersi firmare i permessi voluti. Se, invece, la ricerca del proprietario non ha maturato buoni frutti, si può tentare in un rilascio di autorizzazioni anche da parte delle forze dell’ordine.

Fondamentale è non definirsi al pubblico come urbexer; meglio promuoversi come fotografi. Il motivo è presto detto; tutti sanno chi è un fotografo, ma pochi comprendono l’attività dell’esploratore urbano. Generando incomprensioni si corre il rischio di farsi marchiare come vandali e ladri.

Per confermare al meglio la versione appena espressa esortiamo a portarsi con sè il giusto indispensabile – ne parliamo successivamente. Qualche oggetto di troppo e le forze dell’ordine potrebbero incominciare a sospettare sul vostro operato.

Inoltre si tenga bene in mente questa regola non scritta: “Take nothing but photographs, leave nothing but footprints”. Occorre procedere senza danneggiare nulla e l’accesso non dove protrarsi per un considerevole lasso di tempo tale da non giustificare un ingiusto conseguimento di utilità dall’uso strumentale del bene invaso. E’ forte la tentazione di afferrare quella vecchia rivista sul pavimento, ma è una cattiva idea per voi e per l’hobby in generale. Non prendere souvenirs; se il proprietario si accorge dell’assenza di qualche oggetto, probabilmente non darà più permessi al prossimo esploratore.

Infine, mai e poi mai andare da soli. I derp non attirano solo gli speleologi urbani, ma anche abusivi, senzatetto e tossicodipendenti; la maggior parte di loro se ne stanno tranquilli finché li lasci soli, ma alcuni possono essere instabili e violenti. Incontri di questo tipo è sempre meglio evitarli, ma se non se ne può fare a meno ecco che l’unione fa la forza, sempre. Un amico su cui appoggiarsi garantisce una perlustrazione più tranquilla; in ambienti non sorvegliati può accadere di tutto e può essere pericoloso affrontare da soli le insidie di un mondo selvatico e incattivito. In alcuni casi, la mancanza di animali è ancora peggio, perché significa che c’è una ragione per cui nessuno intende vivere lì; insomma, tenere alta la guardia e se si è in solitaria, avvertire sempre qualcuno su dove si sta andando.

 L’INVENTARIO DELL’ESPLORATORE

L’oggetto numero uno di cui bisogna non farne a meno è la torcia. Evitare le dynamo come prima scelta; mentre si esplorano ambienti fatiscenti le mani devono essere completamente libere, pronte per qualsiasi evenienza; figurati se bisogna impegnarle entrambi per girare la manovella del ricarica batterie. Una torcia a pile è quello che serve, ma se si possiede un faretto da casco, come usano di norma gli speleologi, è veramente l’ottimo.

La protezione delle mani è garantita dai guanti. Questi proteggono dal contatto con vari agenti infettivi, da sostanze chimiche acide e basiche, da elementi radioattivi, ma soprattutto garantiscono una sicurezza minima dall’interazione di materiali ferrugginosi. Guanti da lavoro, quindi, ma per il resto dell’abbigliamento adottare sempre scarpe da trekking, pantaloni lunghi antivipera e giacche resistenti agli strappi: lo scopo è quello di tenere la pelle più al sicuro possibile, lontano da eventuali strappi, bruciature e sostanze tossiche. Altra premura è quella di non indossare maschere dubbie, è il chiaro segno di chi ha qualcosa da nascondere, e soprattutto adottare un abbigliamento usato: il nuovo di zecca non è il benvenuto in questi luoghi e a maggior ragione se sono presenti dei senzatetto: per loro è come se vi stampate in faccia “rubatemi tutto!”.

Un marsupio sarebbe l’ideale, poco ingombrante e leggero. Ma non sempre la sua capienza è la migliore e forse è necessario un piccolo zaino a spalla, soprattutto se si è intenzionati a portare la macchina fotografica e cavalletto. L’importante è che sia di poco disturbo; a volte, come ogni urbexer sa, si è costretti a saltare cancelli, scavalcare muretti e restringersi in angusti spazi claustrofobici: un peso di troppo potrebbe incidere sulla resistenza fisica e sull’equilibrio corporeo. Portando uno zaino ci si pone il problema di come riempirlo, ma cosa da non fare assolutamente è portare cibo con se; il cane randagio dal fiuto fine affamato da settimane è la presenza spiacevole che nessuno vorrebbe mai incontrare. Si consiglia di mangiare prima o dopo l’esplorazione, ma una bottiglia d’acqua è sempre bene averla a portata di mano; l’adrenalina, la paura e la difficoltà tecnica del percorso intrapreso può disidratare rapidamente una persona. Inoltre l’esploratore modello, così come un buon campeggiatore, ha sempre a disposizione l’immancabile coltellino svizzero, strumento ideale per qualsiasi evenienza: lama, seghetto, apriscatole, cavatappi, cacciavite, pinza; un multifunzione pronto all’uso. Altro must-have sono le bustine di plastica: in caso di luoghi umidi e giornate piovose queste si rivelano preziose per tenere la macchina fotografica, batterie di ricambio e quant’altro all’asciutto. Un posticino per carta e penna senz’altro c’è; prendere appunti e disegnare mappe rende il viaggio molto più interessante e aiuterà la memoria di fronte ad una community di internauti avidi di racconti avvincenti. Categorico portare il cellulare per qualsiasi necessità e se possibile lasciate il borsello nascosto in auto, tenendovi però con voi un documento d’identità. Da attaccare esternamente allo zaino può essere d’aiuto un respiratore, fastidioso ma utile: l’Italia è un paese d’amianto e certe sostanze è bene non respirarle.

I DERP DELLA CITTA’ DI VOLTERRA

1. La prima tappa in cui praticare vero Urbex è senza dubbio l’ex Ospedale Psichiatrico. La maggior parte delle foto pubblicate in questo articolo sono tutte opere di Carlo Tardani, bravissimo fotografo che non finirò mai di ringraziare per il suo sensibilissimo reportage. L’Ospedale Psichiatrico era talmente grande che si estendeva in 26 padiglioni: Ferri, reparto giudiziario; Charcot, reparto semiagitati maschili; Maragliano, reparto tubercolotici maschili; Chiarugi, reparto minorile misto di malati di mente; Sarteschi, reparto riabilitativo; Livi e Scabia, reparti femminili in cui le donne erano in grado anche di lavorare. Officine e Serra, sezioni in cui i malati lavoravano e producevano per sostenere l’autonomia dell’ospedale. Tanzi, colonia agricola in cui i malati lavoravano e producevano alimenti per uso interno a tutta la struttura manicomiale. Poi, meno noti, vi sono i reparti Verga, Morel, Kraepelin, Zani, Tebaldi, Morselli, Lombroso, Koch, Krafft-Ebing. Alcuni di questi sono attualmente utilizzati come strutture ospedaliere dell’ASL e quindi attivi, altri sono inutilizzati e in una condizione incredibilmente fatiscente. Non basta un giorno per esplorare questi edifici, ma, se riuscite ad ottenere le dovute autorizzazioni, fatelo entro il prossimo anno: tra non meno di 15 mesi, sarà posata la prima pietra di un resort a cinque stelle che probabilmente stravolgerà l’area ex manicomiale di Poggio alle Croci.

Tutti questi edifici, rappresentati nelle foto precedenti, sono di proprietà privata, entrate senza delibera e siete punibili dall’art. 614 c.p.! Se volete esplorare a distanza è possibile ruotare intorno agli esterni, giocare a The Town of Light e visitare la biblioteca-museo dedicata all’Ospedale Psichiatrico che si trova nel complesso ospedaliero di Volterra: al suo interno si conservano i quadri a olio che illustrano l’idealizzazione dei padiglioni, le foto dei graffiti di N.O.F.4, i plastici dei padiglioni che costituivano il complesso dell’Ospedale, busti di grandi scienziati, vestiti di infermieri, camicie di forza, guanti senza dita per gli autolesionisti, scarpe, stoviglie, cucchiai, chiavi, libri, attrezzature da dentista, macchinari per gli interventi chirurgici, macchinari oculistici e tanto altro; purtroppo il museo è aperto su prenotazione e una volta ogni tanto.

2. Altra tappa è il Cimitero di San Finocchi; precedentemente conosciuto come il “cimitero dei matti”, rimane e rimarrà l’estrema testimonianza del passaggio terreno di quelle anime afflitte e inquiete dell’Ospedale Pschichiatrico volterrano. Ormai caduto in un totale, progressivo e irreversibile stato di abbandono, il cimitero con i suoi sepolcri nell’oblio continuerà a raccontare storie di un’umanità trascurata, maltrattata, misteriosa, diversa, schivata, dimenticata e abbandonata.

3. Nel campo dell’Urbex, Volterra non vuol dire soltanto manicomio, ma anche una linea ferroviaria oggi dismessa e abbandonata che partiva da Pisa Centrale tronco Ovest e si fermava a Volterra, passando da Saline di Volterra con la crimagliera. E ancora oggi, nella tratta Saline di Volterra – Volterra è possibile vedere, lungo la vecchia linea, case cantonali abbandonate, ex stazioni, traversine e binari in disuso già dal 1962. Adesso è anche uno stupendo itinerario di trekking e viene pubblicizzato soprattutto per la Giornata Nazionale Delle Ferrovie Dimenticate.

4. Per chi si accontenta di tragitti più semplici, ma mantenendo un certo livello emozionale, può visitare le necropoli villanoviane e etrusche del Portone, della Badia, di Ulimeto e delle Ripaie in cui sono presenti ancora oggi sotterranei angusti e misteriosi – per capire meglio ecco una storytelling di Bruno Tertulliani. Segreta è anche la piscina romana al Parco Enrico Fiumi, ma questa rimane non visitabile per chiunque.

5. Per avventure più soft si può proseguire puntando alle opere imponenti di Mauro Staccioli installate nelle infinite campagne del Comune di Volterra; un percorso segnato da sculture geometriche ciclopiche e minimaliste, strumento originale per riscoprire la campagna, attraverso scorci e cornici che cambiano e si rinnovano in un gioco continuo e mutevole tra opera, paesaggio e spettatore.

 6. Infine abbiamo le ex case popolari di proprietà APES di Via Fontanella fatte sgombrare nel 1995 perché a rischio frana, ma tutt’ora perfettamente in piedi in uno stato completo di abbandono.

© Marco Loretelli, MARCO LORETELLI
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