di Giuliano Bocci

La Filodrammatica



Probabilmente né Don Andrea né i fratelli Marcellini o gli altri che dettero inizio alla Filodrammatica immaginavano allora il lungo cammino che essa avrebbe compiuto, quale impulso culturale e, perché no?, quanta evasione e divertimento avrebbe procurato ad una buona fetta di cittadini che accorrevano puntuali alle numerosissime rappresentazioni, in uno stanzone al primo piano della parrocchia prima, al «teatrino» di S. Francesco poi.

Nacque in un periodo, era il 1933, di piena era fascista, quando la libertà di espressione costituiva una meteora, e lo spettacolo, cinema o teatro che fosse, era molto sovente di regime o privo di stimoli, pericolosi e invisi. Proseguì la sua strada negli anni della guerra d’Africa e poi della seconda guerra mondiale, tra mille difficoltà, qualche volta costretta forse a rappresentare drammi graditi ai politicanti del tempo, ma per lo più gelosa della sua indipendenza e desiderosa di divertire in modo sano, in un periodo triste in cui la gente aveva davvero bisogno di un momento di calma, di sorridere o ridere, almeno un’ora ogni tanto, di un riso spontaneo che fa dimenticare, o di esaltarsi spiritualmente come assistendo a «Il Cavaliere dell’amore» che inaugurò ufficialmente la nascita della filodrammatica del Santuario la sera del 5 febbraio 1933, e che narra di S. Francesco d’Assisi, o di fronte a «Il Cavaliere nero» dramma in cui si esalta la sete di giustizia e di umanità insita negli uomini dabbene di ogni tempo. Drammi ambedue di un certo impegno e che misero in luce le doti non solo di Giuseppe Cotrozzi, il primo direttore della filodrammatica e di Marcello Marcellini, l’animatore, il deus ex machina, capace di smuovere le risate più sincere e la commozione più profonda, ma anche dei vari Orlandini, Consortini, Bagnoli, Mannucci, Barbafiera, Benassai, Toncelli che furono tra i primi soci della filodrammatica.

Ciò che stupisce l’uomo di oggi e lo fa meditare è lo spirito di sacrificio che animava i filodrammatici, se si pensa che ciascuno di loro aveva un lavoro, una famiglia cui pensare, i vari problemi quotidiani da risolvere: eppure la passione per il teatro era tale da permettere loro di preparare lavori nuovi ad un ritmo vertiginoso, rubando le ore al sonno e al divertimento, passando dal dramma più impegnato alla commedia brillante, dal bozzetto all’operetta, alla farsa con una facilità che si stenta a credere, e soprattutto con un successo che rimase sempre costante, qualunque fosse il genere rappresentato.

Le cronache del tempo, anche se un po’ avare di notizie, sono concordi su questo punto e qualche volta indulgono anche ad apprezzamenti più particolareggiati come per «Fiamme sul Gebel» quando il «Corazziere» del 22 settembre 1935 riportò che «il pubblico ha calorosamente applaudito tutti i protagonisti e segnatamente Piero Orlandini, Gino Bagnoli, Roberto Failli che hanno egregiamente eseguito le parti loro affidate»; o per il «Ma chi è?» rappresentato in occasione del carnevale del ’36, a proposito del quale lo stesso giornale sottolineò che «il Marcellini, che possiede una vis comica veramente notevole, ha reso benissimo la figura del Sindaco; a posto tutti gli altri; una lode speciale al piccolo Moretti per i suoi acuti alla Lauri-Volpi, squillanti e intonati».

Successo enorme per «Vandea». «Lorenzino de’ Medici», «Neve al sole», «Nonno Ercole», «La casa senza pace», e successo personale per tutti gli attori, da Gazzarri a Lavoratorini, da Tertulliani a Pazzagli, Calastri, Galgani, Sassetti, Bellacchini e soprattutto successo di Dino Zeppini, sensibilissimo interprete protagonista di «Lorenzino de’ Medici».

Difficile è ricordare tutto e tutti: facilissimo è, invece, immaginare la svolta che l’ingresso delle ragazze portò nella produzione della filodrammatica. Le varie Milena Stefanini, IIva, Nara e Leda Cinci, Pierina Pierotti, Franca Bellacchinl e poi Silene Gazzarri, ed altre non meno brave e importanti, dettero quel qualcosa in più che permise la rappresentazione di opere piu varie e più complete, e la realizzazione, ad esempio de «La gerla di papà Martin» che conobbe un ottimo successo non solo tra le mura un po’ anguste del teatrino del Santuario, ma anche tra quelle ben più ampie e significative del Persio Fiacco.

Poi la guerra: qualcuno partì, altri restarono, qualche giovane non ancora in età «militare» entrò a far parte della filodrammatica e rinnovò il successo dei «vecchi»; come Waldemaro Ghionzoli che sarà un insuperabile S. Francesco d’Assisi nella riedizione de «II Cavaliere dell’amore», rappresentato in occasione del decennale della fondazione, e con lui i vari Del Colombo, Fiaschi, Bruni, Ghelli, Ceccarelli, Brizzi. Il solo Marcello Marcellini ripeterà da par suo la stessa parte che lo aveva «rivelato» dieci anni prima.

Verranno altri successi come «Il telegramma con risposta pagata» o «Tutto per mille lire», «Nel vortice» o il «Dramma all’aeroporto».

Intanto la filodrammatica del Santuario aveva cambiato nome: la notorietà della stessa anche fuori dalle mura di Volterra, i ripetuti inviti a rappresentare anche in altri luoghi i successi più significativi, i vari concorsi cui partecipava spinsero i bravi dilettanti volterrani a scegliersi una denominazione più «laica», che, specialmente fuori Volterra, desse un’immagine meno «parrocchiale» della filodrammatica, e più rappresentativa. E venne così alla luce la B.A.V. (Brigata Artistica Volterrana), la quale, pur continuando ad esibirsi nel teatrino del Santuario, si presentò moltissime volte anche al Persio Fiacco, forte ormai del ritorno dei reduci della guerra e rinvigorita dall’innesto di nuovi elementi come la indimenticabile Sonia Chiarugi, vero prodigio della natura, dotata com’era di un eccezionale temperamento che rivelò soprattutto in «Feudalesimo», certamente uno dei successi più genuini fra i tanti dell’immediato dopoguerra fra i quali spiccarono l’«Acqua cheta», «77 lodole e un marito», «Il diavolo in sagrestia», «Il gatto in cantina», «Il segno della Croce». E poi «Il Cardinale» dove apprezzatissima fu la personale interpretazione di Renzo Calastri, e «I Navarra» che vide protagonista insuperabile l’insuperabile Marcello Marcellini.

Vennero così i riconoscimenti al concorso di Arezzo, di Piombino, di Empoli dove, mi raccontava, con una punta di nostalgia e di soddisfazione, Dino Zeppini, non si voleva credere al dilettantismo dei ragazzi volterrani dei quali si vollero vedere i documenti a testimonianza che non si trattava di una compagnia di professionisti del teatro.

Poi qualcosa cominciò a scricchiolare; il dopoguerra cambiò tante cose nel mondo in Italia e a Volterra: nuove idee, nuove esigenze, nuovi stimoli entrarono prepotenti nella vita di tutti i giorni e tutti ne risentirono.

Cominciarono così le prime incomprensioni tra Don Andrea e i componenti la filodrammatica, forse un po’ le stesse incomprensioni che si hanno tra padri e figli, i primi un po’ più «conservatori», i secondi un po’ troppo «liberali». La differenza sta nel fatto che tra padri e figli si sopporta e si va avanti, ma fra Don Andrea e i filodrammatici non si sopportò e non si andò avanti. E fu lo scioglimento, non indolore però: non ci si può separare con indifferenza dopo tanti anni di lavoro in comune. Dagli scritti di Don Andrea traspare tanta tanta amarezza. Era il 22 dicembre 1946.

Poi vennero i Salesiani portando con sé entusiasmo e voglia di fare. I giovani affluivano a S. Francesco da ogni parte della città, attratti dalle molteplici attività che a S. Francesco si stavano preparando per loro: nacquero squadre di calcio, di pallavolo, di tennis da tavolo, mentre il vecchio teatrino era là, polveroso, maleodorante come lo è una stanza chiusa da tempo, ma tanto desideroso di luci e di gente. I Salesiani ne riaccesero le luci e vi invitarono la gente, quella di un tempo e quella nuova, ad applaudire i giovani attori che in qualche modo divennero i prosecutori di una tradizione.

Ritornarono alla ribalta vecchi lavori da «Ma chi è?» al «Satana» dal «Divo del Cinema» al «Seiano»: ritornò anche Marcello Marcellini ad insegnare ai ragazzi i segreti della recitazione e ad interpretare lui stesso, qualche volta, personaggi di tanti anni prima; ritornò Faustino Gazzarri, uno dei fondatori della gloriosa filodrammatica, portando tutto il suo entusiasmo e la sua passione. E per diversi anni, finché restarono i Salesiani, il teatrino costituì un appuntamento per molta gente di Volterra.

Nel 1964, dopo una pausa di sette anni, esso riaprì i battenti per ospitare le prime esibizioni del G.C.A.D. (gruppo corale artistico dilettante) che si era formato intorno al parroco, Don Italiano, e che in seguito si chiamerà «gruppo artistico volterrano». Il gruppo, guidato dai fratelli Vigilucci, dal popolare «Mariolino» e da altri volenterosi, tenne in qualche modo vivo l’interesse per il teatro, pur differenziandosi dalle precedenti attività, preferendo gli spettacoli di varietà e quelli tradizionali della filodrammatica, e organizzando, oltre che belle serate al Persio Fiacco, anche il carnevale per i ragazzi della città.

Ora il teatrino del Santuario dorme: sarà un sonno eterno, o solo un giusto riposo dopo tante attività e dopo tanti successi?

© Pro Volterra, GIULIANO BOCCI
La Filodrammatica, in “Volterra