Non possiamo tralasciare di accennare ai tratti peculiari che contraddistinguono il gruppo degli alabastrai all’interno della comunità volterrana. Dai testi orali raccolti emergono gli elementi più significativi della mentalità alabastrina, che assumiamo come “tradizionale”, rispetto alle modificazioni intervenute nel tempo.

L’immaginario collettivo indica nella figura dell’alabastraio un personaggio tipico, nel quale si condensa la cultura popolare di questo artigianato. L’analisi delle sue regole di vita, del suo modo di vedere e pensare la realtà è determinante al fine di comprendere la personalità dell’alabastraio.

L’IDENTITA’ ALABASTRINA

Sono gli stessi artigiani ad autorappresentarsi come una comunità vivace e singolare nel suo genere, la quale emerge sugli altri gruppi sociali per la sua originalità nel rapportarsi al di fuori ed all’interno del proprio ambiente. Saper fare e saper vivere si fondono nella caratteristica figura dell’alabastraio e la definizione che quest’ultimo dona di se stesso può essere illuminante:

“È una categoria l’alabastraio: è simpatica. Poi un anarcoide era. Sicchè un c’era mica […] il colore politico è un conto, la mentalità è un altro. Perchè siamo liberi e indipendenti [ …] S’è leticato sempre con tutti, no, leticato nel senso dispregiativo di leticà: ci siamo opposti sempre a quell’altri, anche al fascismo. Quando eran tutti, s’era sempre contro, perché è come il principio del mestiere; sa poi s’è vissuto nelle botteghe dove generalmente s’è appreso e ci hanno insegnato che è lì, la libertà” (S.B. intervista n. 4, p. 59).

Questo breve, ma significativo frammento traccia una figura abbastanza definita dell’alabastraio: anarchico, amante della propria e altrui libertà, tanto che nel periodo fascista la maggioranza degli artigiani costituiva a Volterra l’opposizione al regime:

“Perché l’alabastrai, in generale, eran tutti de’ sovversivi: eran socialisti; comunisti, anarchici, capito? Perché quando c’era qualcosa c’era Ia retata, eh! Un so, quando nel 1925, venne il re a Volterra, diversi alabastrai andarono in galera, erano anarchici [ le forze dell’ordine ] avean paura [ di qualche attentato ], capito? E quando c’era qualche personalità a Volterra tanti alabastrai andavano in galera [ … ]. Mi pare nel 1930 furon presi, quaggiù alla Torricella i comunisti; ma no i tedeschi, furon i fascisti che presero questi [ comunisti ]. Questi si riunivano, eran comunisti che si riunivano come una [ volta ], come al tempo de’ carbonari, ha capito? E perché stampavano i manifesti, se li passavano; passavano i manifestini, ha capito? lo ero un ragazzetto, che centra vedrà avrò [avuto] quindici anni, e anch’io facevo l’alabastraio e lavoravo in una bottega dove c’era tre o quattro di questi. Che mi ricordo un giorno lavoravo, lavoravo, dice: “C’è mica Giordano Ducceschi?” “Eccomi qua” – fece – “E’ lo vole il Commissario” no, e il Filippi [ la guardia disse: ] “Lo vole il Commissario”, si scosse “Bada” – disse – “torno subito” ma un tornò più perché lo misero in galera, come sovversivo, è logico! E questo Giordano Ducceschi sarebbe il babbo di que’ Ducceschi che hanno il laboratorio. [Un’altra volta] andarono a casa e dissero: “Un c’è mica Giordano Ducceschì, Giordano?” “So’, sono io” – dice – “E lo vole, lo vorrebbe un pochino il Commissario!” “Mangio la minestra e vengo” “Un importa” – disse – “la mangia dopo”, ma quella minestra un la mangiò, la mangiò dopo ott’anni […]. Eran sovversivi eran comunisti vedrà nel 1930 [ … ] nel periodo proprio, nel bollore del fascismo! (O.V. intervista n. 23, pp. 351-352).

Un altro aspetto caratteristico dello stile di vita alabastrino era il modo con il quale si affrontavano temi culturali. Un momento significativo della vita di bottega, infatti, diveniva quello delle discussioni, che svolgevano la singolare funzione di stimolare l’intelligenza dei giovani apprendisti. A questo riguardo dobbiamo rilevare che la figura del ragazzo di bottega o “apprendista” aveva una tradizione consolidata. Era anche un vero e proprio “garzone” di bottega: andava a comprare la colazione e la merenda, puliva il laboratorio, andava a prendere il fiasco dell’acqua salata, ecc. Spesso era la vittima preferita degli scherzi o “trappolie” degli alabastrai, tanto che il giovane doveva superare una serie di prove tese a verificare la sua intelligenza, la sua prontezza di spirito, la sua potenzialità creativa, la sua mentalità anticonformista e le sue conoscenze ed interessi in campo musicale, politico, sportivo. Se il risultato non era soddisfacente, era necessario sviluppare le capacità carenti, al fine di acquisire quella maturità ritenuta indispensabile per affrontare o superare le difficoltà e le insidie della vita dell’alabastraio. L’apprendista doveva sottostare, quindi, anche a scherzi come questo:

“[ … ] Eh! Ne facevan tanti scherzetti, eh, per esempio, un so, c’era, [ … ] mi ricordo che ero un bimbetto, [ che ] mandavano il ragazzo [ l’apprendista ], a volte venivano dalla campagna, veniva qualche ragazzetto a fà l’omo di bottega e lo mandavano alla farmacia a comprà le “Spinte forte”, lo mandavano alla farmacia a comprà l”’Ombra di campanile”, capito? Poi mandavano il ragazzo con una raspaccia vecchia: “Vai dal tale e fatti arrotà la raspa!”, gli davan questa raspa vecchia, questo andava da un altro alabastraio: “M’ha detto Beppe se l’arrota questa raspa?” “Mettimela lì e vieni a riprendila domani mattina”, capito? [ … ] Questi scherzi l’alabastrai c’eran proprio nati per falli. Mandavano uno a prende la pietra per arrotà le raspe: “Vai dal tale e fatti dà la pietra per arrotà la raspa”, quello ci aveva un pezzaccio in pietra che un era bono e lì, con questo pezzo a giro [ … ]” (O.V. intervista n. 23, p.364).

La burla nei confronti dell’apprendista aveva uno scopo soprattutto pedagogico: non voleva offendere il ragazzo, ma trasformare un bambino in un uomo. Gli artigiani più anziani erano tenaci nel loro ruolo di educatori e, per quanto lo scherzo potesse essere duro, non demordevano dal loro intento fino a quando il ragazzo non avesse raggiunto un grado sufficiente di maturità, come queste testimonianze orali evidenziano:

l bambini prima, che venivano nelle botteghe, bisognava temperaIli a stà a reggere lo scherzo, perché sinnò per stare in comunità un dev’èsse uno permaloso, perché se uno è permaloso un ci resiste; quindi bisogna accettare gli scherzi, tanto riceverli e [ .. ] farli, riceverli e farli [ … ]. Il ragazzo ingenuo si infurbiva e diventava, prima di tutto: cosciente, buono, intelligente, e umano. Politicamente maturo, perché lì si maturava ogni cosa, eh!” (A.G. intervista n. 16, pp. 242-243)

Quando l’apprendista aveva imparato, non solo a lavorare, ma anche a pensare, poteva accadere che il garzone superasse i suoi precettori, che rimanevano, per così dire, “gabbati” dai loro stessi ammaestramenti:

“I ragazzini erano addetti alla ripulitura delle botteghe, alla ripulitura dell’arnesi e tutti. E ch’era sinonimo la mattina, quando tutti l’operai arrivavano all’otto e mezzo, incaricavano il ragazzo di andà a compragli colazione, e fra quali c’era gente [fra i ragazzi] che diceva: “Cosa compro?” [ e ] quello gli ordinava precisamente cosa doveva compra. E uno, però, faceva: “Cosa ti pare!” e una volta, un ragazzino, eh, portò un fascinotto a chello che è lì: “M’a’ detto di portatti cosa ti pare!?” e li portò un fascinotto e una volta gli portò du’ scatole di ceretta, gli portò, capito? [ … ] Il ragazzino che l’aveva fatto, aveva imparato, aveva fatto gli scherzi, eh! Perché i vecchi mandavano a comprà I”‘Ombra di campanile” al ragazzino o sennò: “Vammi a comprà du’ cazzotti pepati”, dicevano. Poi, l’ha visto il ragazzo, cresci, cresci nell’ambiente, capisce anche lui e cose succede? Dice: “E’ mi pigli in giro te!? Ora guardo se ti piglio in giro io!” e allora, dio bono, e allora si leticavano, perché: “Dià, sì, io mi so’ attenuto alle regole! M’a detto di compratti cosa ti pare!? [E così ho fatto]”. (S.B. intervista n. 5, pp. 67-68).

Anche le discussioni su temi di attualità, di cultura generale o di politica entravano nella formazione del giovane apprendista:

“Per fà diventare furbo il ragazzo, li si faceva queste cose, eh! [ … ] Era per infurbillo, per aggiornallo, per fallo più vispo, per fallo, perché la bottega dell’artigiano è stata una bottega anarchica, di sovversione, ha maturato tutto, ha maturato: discussioni, la politica, la scienza, la tecnica, la medicina [ … ] C’era uno che leggeva il giornale e quell’altri poi s’ascoltava, lavorando, no, e po’ dopo si portava il discorso su quello che aveva detto e si andava all’infinito. Quando parlavamo dell’astronomia a volte si ‘rivava a dì delle cose, che ci si fermava perché s’impazzava, quindi era sempre un aggiornamento, uno sviIuppo mentale che il ragazzo imparava [ … ] Ecco perché veniva fuori l’anarchico, perché l’anarchico, a parte come è ora, l’anarchico era una cosa molto, molto voglio dì, uhm, come si chiama, un quando, quando uno è la perfezione, la perfezione, c’è la parola adatta: un’utopia. L’anarchia è un ‘utopia, un ci si ‘riverà mai, perché è troppo perfetta, quindi eee anche quello, quello che lo manifesta a volte un è perfetto, ecco.” (A.G. intervista n. 16, pp. 243-244).

La bottega si trasformava, da luogo di pratica al mestiere, nell’ambiente dove il deposito secolare di esperienza e cultura popolare convivevano arricchendosi reciprocamente. Nella bottega, infatti, veniva forgiata la figura dell’alabastraio anarcoide e libero pensatore, ma tradizionalista riguardo alla tecnica di lavorazione. L’apprendista imparava guardando lavorare gli altri con occhi attenti ed affinava una sua manualità a partire dalle operazioni più semplici; incorporava abilità e attitudini tecniche e assorbiva con la mente un patrimonio di esperienze e saperi che i più anziani, quotidianamente, trasmettevano. Molti erano gli artigiani che avevano lavorato in varie botteghe o laboratori, così che tecniche e saperi passavano in tal modo di bottega in bottega.

La maggior parte delle famiglie aspirava a mandare i propri figli ad imparare il mestiere nei laboratori più conosciuti: Montoni, Gremigni, Barbafiera, Bessi, Rossi ed altri.

Riguardo al laboratorio del Bessi, particolarmente prestigioso, riporto una espressione significativa della considerazione di cui godeva. Un giovane poteva dire con orgoglio: “Sto dal Bessi e sono in banda”. Con tale enunciato si era soliti mettere in evidenza la sicurezza del posto di lavoro, fattore importante per conquistare il cuore delle ragazze.

L’apprendistato rivestiva così una duplice funzione: quella di imparare tecniche e saperi connessi con il processo lavorativo e quella, culturalmente altrettanto rilevante, di “iniziare” a quello stile di vita e pensiero che contraddistingueva il mondo alabastrino. Un modo di vivere che permetteva di superare le preoccupazioni date dell’incertezza economica, alla quale questo tipo di artigianato è sempre stato sottoposto e che spingeva gli alabastrai a vivere giorno per giorno senza programmare il futuro, tanto che la settimana lavorativa era scandita secondo gli impegni mondani1:

”[ … ] Pensavano altro che a divertirsi e a bere, magari le famiglie ci soffrivano, che poi vedrà se un lavoravano neppure portavano i soldi a casa. Allora quando arrivava il momento dice, diceva: “Lunedì si va a fà il fiasco, il martedì si taglia il blocco dell’alabastro, il mercoledì si mette sul coso, sul tornio, sul trespolo, diciamo e il giovedì si prende le misure e il venerdì si comincia a sbozzare e il sabato si comincia a cavacci fori qualcosa. Poi c’è la domenica mattina [ lavoravano fino alle due del pomeriggio ]” – con lo scandalo de’ preti, perché de’ preti un volevano che lavorassero, ma loro lavoravano – “E poi la domenica sera: tutti a passeggio”. E così ricominciava la settimana.” (L.B. intervista n. 7, p. 113).

Ed il sabato l’artigiano cercava una nuova ordinazione, sebbene avesse ancora sul trespolo il lavoro della settimana precedente, così da riscuotere un anticipo sul manufatto appena commissionato. Tale sistema, detto “fare il morto”, permetteva di avere del denaro in tasca senza tener fede agli impegni presi, ma aggiungendone sempre di nuovi ai vecchi non ancora consegnati, come spiega questo frammento di intervista:

“Il lunedì [ il lavoro ] lo mettevano sopra il sabato, perché poi lo conteggiavano e facevano il “morto”. Si chiamava il “morto”, ha capito cosa voleva dì? Uno, perché erano abitudini, no?! Se io mi facevo pagà un lavoro prima d’avello fatto, la settimana dopo bisogna che mi dia d’affare e siccome le cose erano tirate un ci ‘rivava mai; allora quell’altro sabato, per portà la settimana a casa, diciamo, [ prendeva ] un altro lavoro [ da ] rimettilo sul trespolo e poi chiede [ va ] l’acconto: e quello era il morto, insomma, come si dice, un anticipo” (B.A. intervista 11. 1, p. 9).

Un altro tratto caratteristico dell’identità alabastrina era la passione per il bel canto, in particolare il canto lirico. Nelle botteghe si era soliti lavorare cantando ed ancora oggi si ricorda quando le vie della città risuonavano dei canti degli alabastri. Ed erano sempre gli alabastrai che formavano il coro nelle opere liriche rappresentate al Teatro Persia FIacco2 :

“Nel coro la maggior parte eran alabastrai, eran passionisti. C’ero anch’io in banda […] l’alabastrai eran gente che lavoravano in comune, per esempio: in una stanza c’era sette o otto, dieci persone che lavoravano e chiaccheravano [ e ] cantavano, vero, cantavano. Certi cori avesse sentito! Poi c’era, io mi ricordo, una volta dalla ditta Ruggeri, c’era Bruno Landi: “Balena”. Si chiamava di soprannome “Balena”. Bruno Landi, tenore, che poi ha fatto strada, ha cantato tanto [ … ]. Poi c’era, che è morto, un è tanto che è morto, Franco Franchi, [ … ] lui era un baritono. E questi qui erano in questa bottega e in questo laboratorio del Ruggeri. Poi c’era il mi’ babbo, c’era dell’altri che erano nel coro, allora se sentisse: quello faceva la parte del tenore, quello dava una romanza di baritono, facevano tutto il coro mentre lavoravano, ma bravi, eh! Erano cantanti che potevano sostenere parti di primario eh, nell’opera eh! [ …] Ah, ma poi le sapevan tutte, quelli che eran nel coro. Quando c’era l’opera, eran loro all’opera a cantà cori [ … ]” (O.V. intervista n. 23, pp. 352, 353).

Come già abbiamo accennato la bottega non era solo luogo di lavoro. Nella bottega ci si allenava al canto e nello stesso tempo a escogitare scherzi o “trappolie” a danno di qualche malcapitato, non necessariamente un apprendista, come in questo caso:

“E siccome si lavorava, lavoravano, ma eran pagacce, il babbo del Reino, quello del cine, li portò la damigiana del vino, perché lo compravano a damigiane, poi lo bevevano a bottega un tanto per uno e poi un lo pagavano, e tutte le volte che si presentava, quelli li facevano: “Viva il re, viva il re, viva il re!” – e questo gli chiedeva i soldi – “Viva il re, viva il re!” e i soldi un glieli davan mai” (B.A., intervista n. 1, p. 18).

La quotidianità, infatti, era spesso interrotta da momenti di convivialità, dove prendevano vita atteggiamenti burleschi e forme di socializzazione proprie solo agli alabastrai, alle quali le bettole e la campagna volterrana facevano da sfondo. Ad esempio uno dei passatempi preferiti dagli alabastrai consisteva nell’andare, subito dopo pranzo, al caffè a “giocare il fiasco”: fare una partita a carte, briscola o scopa, nella quale era messo in palio un fiasco di vino:

“A giocare il fiasco, a giocare a carte, a fare la partita; mentre oggi si gioca il caffè, si gioca le cioccolate, le caramelle, loro [gli alabastrai] giocavano il fiasco [ del vino ]. Giocavano in sei col signore, coi signori, via! [ … ] alzavano i mazzi e la carta, ognuno ammassava, alzava un cosino di carte e, seconda, un so, quelli che avevano meno punto o più punto facevano ‘r signore, cioè giocavano quell’altri quattro: perché la briscola si gioca in quattro e quei due, quelli che vincevano, seguitavano a giocare, quelli che perdevano si alzavano e andavano al posto quell’altri due, ha capito? E e il fiasco spariva, se lo bevevano eh, intendiamoci e in sei se ne bevevano tre o quattro, anche de’ fiaschi, eh!! Il pomeriggio, al pomeriggio? Senza andà [a contare] poi, quello di desinare [ e ] della cena, ha capito?” (O.V intervista n. 23, p. 343).

Durante il corso dell’anno gli alabastrai organizzavano varie gite in campagna. Ogni stagione era segnata da tradizionali luoghi di ritrovo, frequentati abitualmente dalle varie compagnie di alabastrai sia per le ricorrenze particolari, come la festa di San Luca, sia per merende nei giorni feriali:

“Ogni periodo ci aveva il su’ coso, il su’ posto in campagna perché, per esempio, in inverno si veniva sempre a solatio, no. Come oggi, s’andava da questa parte qua: c’era le Ripaie, la Casina, i posti qui e mentre d’estate s’andava dalla parte di lì del Bastione, sotto là, quella parte che è lì, perché c’era i posti bell’e indicati secondo la stagione e il tempo che faceva [ … ]. Bramo, siamo stati anche una quarantina a volte, sì, ma insomma a nuclei, du’ botteghe intere, per esempio, botteghe o vicinati insieme che si faceva insieme l’artigiano. E allora ci si ritrovava insieme tutti, in diversi, eh, poi c’era qualche d’un altro di un’altra zona, ma insomma; comunque l’alabastrai si ritrovavano in gruppo, in comitive, ha capito, un è come ora due o tre [ persone, allora erano ] comitive proprio grosse: venti, trenta persone” (S.E. intervista n. 5, pp. 68, 69).

Il momento di aggregazione più importante dell’anno, comunque, era la festa di San Luca. celebrata il 18 ottobre. Questa ricorrenza ha origini medioevali, quando si celebrava San Luca come protettore delle corporazioni artigiane che si occupavano della lavorazione della pietra e del legname.3 La manifattura dell’alabastro entrò a farne parte nel 1500 e fino a metà 1800 questa festa mantenne un carattere religioso, che pian piano andò perdendosi, mentre ne sopravvisse l’aspetto sociale.

Fino agli anni ’70 del Novecento il San Luca era vissuto dalla comunità artigiana come uno dei momenti più rappresentativi dell’identità alabastrina. La festa poteva essere celebrata con un pranzo o una cena pagata dal datore di lavoro, nel caso dei laboratori con molti operai, o da scampagnate con pranzo, al quale partecipavano le botteghe di una strada o di una zona della città. Spesso il San Luca si concludeva con gare di canto fra alabastrai, appartenenti a botteghe diverse, i quali davano sfoggio del loro repertorio canoro:

“Era una festa eh! [ … ] era un ritrovo di tutti gli alabastrai, in tutti i ristoranti e cercavano ogni ditta, ogni nucleo di artigiani, si uniformava insieme e faceva questa bella festa, che era più che altro a base di mangiare e di bere, ha capito? E poi in finale era la famosa cantata di Volterra: “Canta dunque”. Era [tratta da] un’opera scritta dal maestro Cornacchini di Volterra e si chiamava “Primavera” [ … ] [Le parole sono queste]: “Oh Fiorenza, Fiorenza, sei diletta dall’arte e dai fiori, nella terra da Dio benedetta”” (S.B. intervista n. 5, pp. 66, 67).

Un’informatrice, nei suoi ricordi di bambina, rammenta di aver visto festeggiare il San Luca nel giardino retrostante la sua casa:

”[ … ] quand’ero ragazzina, quand’ero bimbetta, perché venni via di là che avevo sett’anni, dal chiostro. E mi divertivo dalla finestra il giorno di San Luca a vedere tutti quest’artigiani che facevano la festa e mangiavano, bimba mia, e bevevano e dicevano: “Bevevano i nostri padri? Sì! Bevevano le nostre madri? Sì! E noi che figli siam, beviam, beviam, beviamo”. E bevevano. Poi, dopo, quando andavan via, erano più ubriachi che in sé. Te lo immagini te? Sicché, allora c’era quasi una settimana di riposo” (L.B. intervista n. 7, p. 113).

Quando il pranzo non si svolgeva al ristorante, gli alabastrai preparavano loro stessi le vivande, cucinate a bottega e consumate, poi, in campagna. E la festa non perdeva certo in allegria:

“Prima il San Luca era una festa dell’artigiano, che si faceva festa. Si faceva un pranzo, un pranzo in campagna, grezzo o stoccafisso o chiocciole o trippa e e lì veniva mangiata questa roba qui e si cantava, si beveva fino all’estremi de’ briachi, si esciva fori contenti e basta. Oggi è stato tralasciato perché i principali un ci san più [ … ] Il San Luca nostro è tutta un’altra cosa, ecco, noi si cantava, si cantava tutti i pezzi d’opere e i pezzi delle operette, le canzoni più belle, si cantava fino all’infinito, finche un ci si faceva più [ … ]. C’era anche un po’ d’arrivismo: quelli la facevan più bella, chi andava, chi in [ … ], chi andava, invece d’andare insieme in campagna, andava al ristorante e lì si cantava. E perché cambiava un po’, dipendeva tutto dalle possibilità del principale [ … ]. Lì era [no] tutti artigiani poverini, dipendenti e s’assistevan da sé, andavan avanti da sé con quello che avevano e po’ da ultimo si ritrovavano, si dice: “Si fa il San Luca?”, facevano i fagioli al fiasco. I famosi fagioli al fiasco eran tremendi eran tremendi quelli; perché eran qualche cosa. E è una cottura particolare ch’e ci vuole molta attenzione e esperienza, perché al fiasco, al fiasco ignudo, eh! Si metteva nella brace, ci voleva tutte le su’ cose. dentro, perché ci voleva, [ si faceva così ]: veniva sbreccato il fiasco; cI veniva messo [dentro]: fagioli, pepe, sale, olio e salcicce intere e coceva lentamente dentro a questo fiasco, senza mai traboccare e veniva fori un bigiù. Era qualche cosa che oggi lo sognano, cosa vuol di’. Questi fagioli al fiasco, non esiste non li riesce falli a nessuni. Solo gli artigiani lo facevano, perché era la pazienza, perché si teneva sotto controllo, sotto il caldanone. Era un caldanone con la brace e si teneva sotto controllo in bottega. Quand’eran pronti: “Son pronti, via!”. Allora si portava i piatti, forchette e il pane, il vino, più che altro vino nostro [ e si andava in campagna a festeggiare il San Luca ]” (A.G. intervista n. 16, pp. 239, 240).

Mentre il San Luca era la festa annuale, il giorno festivo settimanale degli alabastrai era il lunedì. Era usanza fra gli artigiani, infatti, di riposarsi di lunedì e non la domenica:

“L’organizzazione degli alabastrai era più artigiana che non a carattere industriale, di conseguenza si riuniva[ no ] de’ gruppi d’artigiani, specialmente che era il lunedì di festa. Il pomeriggio [ del lunedì ] era la più festa della settimana. Non c’era né domenica, né niente. E allora cosa succedeva che ci si riuniva e s’andava per le campagne quando il tempo lo permetteva, a fare, insomma, discussioni, sbisbocciate e cantate, generalmente eran cantate la sera, alla fine della giornata e hurn, quando era tempo inclemente ci si ritrovava nelle bettole e nell’osterie, allora anche lì e si faceva la festa, si faceva” (S.B. intervista n. 5, p. 65).

La testimonianza di un informatore ci ricorda il lunedì alabastrino collegandolo ad un’altra tradizione: quella dell’acqua salata. Il lunedì mattina i ragazzi di bottega erano “spediti” alla Fonte di San Felice a riempire i fiaschi di un’acqua salata, ricca di sali minerali, particolarmente indicata per facilitare le funzioni digestive e lo smaltimento delle scorie, adatta, quindi, a chi doveva smaltire i residui di una sbornia:

“Oggi si fa festa il sabato, l’alabastrai facevano festa il lunedì: la mattina andavano a lavorà, il lunedì mattina, però, più che altro andavano a chiaccherà e fissà pe’ il pomeriggio dove andà; perché poi c’era i ragazzi di bottega, come per esempio io, quando ero ragazzetto io, dall’età di cinqu’anni in poi son sempre stato in bottega d’alabastrai, sicché il lunedì, la mattina andavan in bottega, gingillavano, lavoricchiavano, poi il pomeriggio si presentavano sull’uscio di bottega, però poi: “Che si fa?” – cominciava uno – “Ma! Bimbo,” – mi faceva – “va da Baldassa e prendi du’ fiaschi di vino” sicché era bell’è e capita la cosa [ … ] la domenica gozzovigliavano e bevecchiavano ed il lunedì avevano i fumi nel capo, ha capito? Quindi a noi ragazzi ci toccava subito andà a prende’ l’acqua a San Felice, l’acqua salata, perché li faceva bene, però poi riattaccavano [ a bere ]. [ Per riattaccare a lavorare ] il lunedì era poco adatto, il martedì in generale normalmente erano al lavoro, regolari, eh, però c’era qualched’uno che un lo vedevano né il martedì, né il mercoledì, sicché la settimana, praticamente quella vera, cominciava giovedì” (O.V. intervista n. 23, pp. 353, 354).

Il riposo del lunedì pomeriggio è ancora oggi molto radicato fra gli artigiani ed è, forse, l’unica tradizione alabastrina che continua ad essere osservata.

PERSONAGGI NELLA MEMORIA COLLETTIVA

La figura dell’alabastraio, finora delineata, propone usanze, tradizioni, gesti e quotidianità di un modo di vivere, che si esplica all’interno di un sistema di relazioni, che non sempre possiamo categorizzare in modo sistematico, ma del qual possiamo riconoscere i tratti di originalità, ancora vivi nei ricordi degli artigiani.

Nelle storie e negli aneddoti, che la memoria collettiva alabastrina si è tramandata di “bottega in bottega” emergono come protagonisti alcuni personaggi caratteristici, che ci consentono ancora una volta di cogliere l’unicità di questo ambiente.

I fatti narrati dalle fonti orali e scritte si inseriscono nel vissuto dell’alabastraio: la bottega, la famiglia, la bettola ed i rapporti con gli amici e compagni di lavoro sono lo sfondo di vere e proprie macchiette. Uno dei personaggi ricordati con più simpatia è Nene di Mondo. Nene apparteneva alla famiglia Del Colombo, Mondo era il soprannome dato all’intero gruppo parentale, che si contrapponeva a quella dei Basso, loro antagonisti. Nene e il fratello Saulle, “signore di portamento”, assumevano nei loro opposti caratteri la “tipicità alabastrina”: Nene, amante del vino tanto da non lavare mai il bicchiere, per non buttarne via neppure una goccia, o da bere anche l’aceto in mancanza di meglio; Saulle, l’artista, l’elegantone, che lavorava la notte per dedicare il giorno alle passeggiate:

“Nene, che quando faceva colazione chiamava gatti e piccioni: “Gattai, gattai, piccionai, piccionai!”, faceva [ … ]. Un alabastraio, sì, sì, proprio di quelli tremendi, eh! [ … ] I Mondi, i famosi Mondi! Erano Del Colombo, si chiamavano. E poi c’era un’altra razza: i Bassi [ .. ] che era un’altra razza e che un si poteva vede’ [ con i Mondo ]. [ … ] Han fatto anche alle coltellate questi alabastrai qui, ha capito? Sempre causa il bere, intendiamoci, eh! E perché i Del Colombo, c’era questo famoso che chiamava: “Gattai, piccionai”, che naturalmente il bicchiere era là, [ … ] vent’anni che non lo sciacquava: perché un voleva sciupà il vino, ha capito? E poi ci aveva un fratello: Saulle. Questo fratello [ … ] questo era un signore! Signore di portamento! Lavorava la notte e il giorno, tutto elegante, andava [ … ], andava a spasso [ … ]. C’era questo Saulle [ il quale ] era talmente svelto, che faceva le ciotoline, i piattini ne’ la coppaia, faceva: “Cssss, tà!” E la buttava [ la ciotola ] di dietro, faceva: “Raccatta ragazzo!” faceva e li buttava di dietro, capito? Era sveltissimo, eh! Faceva presto a fa’! Perché c’ era[ no ] tanti di alabastrai bravi, svelti, eh, che lavoravan bene” (O.V. intervista n. 23, p. 342).

L’episodio più famoso nel quale è ricordato Nene di Mondo è quello riguardante la “vena di vino”. Alcuni informatori hanno raccontato il fatto in tal modo:

”[ … ] Quest’uomo era un alabastraio, un coppaista a piedi, che era bravo, nel su’ lavoro, era capace. Bravo, eh, però aveva una mania: era la mania, era il vizio di bere. E allora quando ci fu il coso, ci fu nell’epoca, nel periodo di guerra il vino un si trovava e andava a cercà, beveva anche l’aceto annacquato, pur di be’ qualcosa, ha capito?’ C’era il Nene, ma è morto a un età avanzatissima. È rimasto vecchio [ il fatto raccontato ]. Questo mise un chiodo nel muro e dall’altra parte c’era una cantina, lo infilò dentro la botte e per l’appunto col chiodo gli sbrillò tutto il vino: “Una vena di vino!” e insomma, ma e’ finirono questa botte di vino, lo finirono, lo presero tanto [ … ]” (B.S., A.B., A.G. intervista n. 4, pp. 56, 57).

Lo stesso episodio è narrato in un articolo di Lessi, che presenta la figura di Nene di Mondo in tal modo6 :

“Nene di Mondo il più accanito bevitore di vino che mai abbia conosciuto Volterra. Cordialone con tutti e buontempone come la maggior parte degli alabastrai di allora, era dotato di una forte resistenza fisica e capace di riempire lo stomaco di un paio di fiaschi di vino al giorno senza il più piccolo segno di ubriachezza. Maggiore di una robusta stirpe di alabastrai proveniva – per discendenza materna – da quel fama o Bocci, un gigante alto un paio di metri, che nei momenti di trasporto familiare. Si “coccolava” la numerosa figliolanza mettendola a cavalcioni di una sola gamba [ … ] Si racconta che [ … ] trovandosi solo in bottega, sentì per l’aria un insistente profumo di vino. Si voltò e fra lo stupore vide che da sotto un usciolo murato nella parte di fondo veniva fuori un rigagnolo di vino rosso. E’ risaputo che in alcuni palazzi di Volterra mediovale gli scantinati, vasti quanto l’area del fabbricato, servivano agli antichi padroni per tenere in botti enormi la raccolta del vino e dell’olio. Nel laboratorio di cui parliamo la parte intera di questi fondi era stata occupata da un contadino che l’aveva trasformata in “cigliere”. Dato che non si fidava gran che dei nostri alabastrai, aveva sbarrato l’accesso con una porta murata a gesso nella parete di mattoni. Quel giorno era avvenuto che la cerchiatura di una di queste botti, forse logorata dalla ruggine, si era spezzata lasciando uscir fuori tutto il contenuto. Nene alla vista di quel rigagnolo rosso si gettò per terra e con la polvere di alabastro costruì una diga per immagazzinare quel liquido prezioso. Naturalmente si assicurò bene che si trattasse di vino nero e poi uscito fuori della bottega si mise a correre per via di Sotto gridando a perdifiato: “Venite! Venite! Ho scoperto la vena! Gli alabastrai uscirono dai loro bugigattoli e di fronte a quella specie di furia si domandavano se per caso il loro amico non fosse li cito di senno. Quando però fra uno stramhotto e l’altro si resero conto di quanto stava accadendo lo seguirono nella bottega pronti a gettarsi su quella manna benefica. Purtroppo però prima di loro era arrivato “Costoloni” e dellaghetto di vino non c’era rimasto che la terra arrossata”.

Un altro personaggio caratteristico, famoso per le sue avventure tragicomiche, era Zozza; un lavorante a mano, per la precisione, un ornatista, che all’occorrenza realizzava qualche piccolo animale. Questo alabastraio aveva l’abitudine, ogni venerdì, puntualmente, di giocare al Lotto. Un venerdì, finalmente, uscirono i numeri giocati, ma accadde un fatto increscioso:

“[ … ] Dunque [ Zozza ] giocava al Lotto: il venerdì andava a giocà a Lotto, no!? Quel giorno e ci aveva da fa’, ci aveva da lavora’. Disse alla su’ moglie: “Tieni du’ lire, giocami il temo allotto!”. Gli dette i numeri, tutto, eh, quello che dovea giocà, Questa donna, vedrà, queste du’ lire gli faceva comodo, dice: “Tanto un ci vince mica!?” e ci fece la spesa. Il sabato quest’orno, Zozza, va in città, passa dalla botteghina del lotto: madonna. ho vinto il temo!! Cominciò a fa’ spese! Rivò a casa carico di roba, un ne poteva più. La su’ moglie gli disse: “O che ‘a’ fatto, o che se’ citrullo a comprà tutta ‘sta roba?” “Ma lo sai” – dice – “Ho vinto al lotto!?” “Cosa? Ai vinto al lotto!? Un ci ho mìa giocato io!”. Se lo ‘mmagina!? La voleva buttà dalla finestra!!” (O.V. intervista n. 23,p. 362).

Dal reperimento e dall’analisi delle fonti orali e scritte è emerso come oralità e scrittura presentino uno stesso fatto in modo diverso. Le dissomiglianze rilevate individuano delle varianti intervenute nel passaggio dalla produzione orale a quella scritta. La tradizione orale è trasformata e “tradotta” dalla rielaborazione scritta, così che, rispetto al patrimonio narrativo popolare, si effettuano modificazioni dovute alla fantasia e ai ricordi dell’ autore.

Le storie di Zozza, Nene e quelle degli altri alabastrai non vengono mai raccontate allo stesso modo, ed ogni volta assumono elementi di singolarità. Un esempio è fornito da una rima di Batistini il quale attribuisce ad un certo “Maio di Tacco”, lo stesso fatto che gli informatori assegnano a un certo “Pianella”:

“[ … ] Eh, Pianella faceva l’alabastraio lì in via Ricciarelli, dove ora è la Singere. C’era una botteghina d’alabastri. E lui aveva de’ rapporti con un rappresentante di tessuti, ma era tanto tempo [ che ] un lo vedeva: c’era stata la guerra. Ora questo rappresentante andò a trovallo, ma se lo ‘mmagina!? Era passato dell’anni, era cambiato fisionomia e tutto, un lo riconosceva questo Dainelli, questo Pianella e li fece [ il rappresentante ]: “Bongiorno, ma lo sa dove sta il Dainelli? Che è qui?” “No” – dice – “È morto in Libia”. [ Il rappresentante ] cercava lui, che ci aveva un chiodo con questo che è qui, gli disse: “È morto in Libia” “Ah! Poro, un cliente affezionato” – dice – “Mi dispiace tanto, faccia le condoglianze alla su’ famiglia [ … ] e sicché andò via. Allora, quando fu andato via, [ Pianella ] disse: “Ma! Meno male” – dice – “Oggi ci si può andà anche a imbriacà” – dice – “Perché s’è guadagnato un sacco di soldi!”; ci aveva da dagli un sacco di soldi, dice: “È morto in Libia” (S.B., A.G., B.A. intervista n. 4, pp. 55, 56).

Batistini racconta in rima un episodio molto simile, ma attribuito a Maio di Tacchi7:

Morto in Libia
(Maio di Tacchi)
Certi amici, si usa, scherzando
Trattarli da “Signori” ° “Cavalieri”;
Ed essi, allora, danno, di rimando,
Titoli affini, da sembrare veri.
Un dì, per caso (non ricordo quando),
Un creditore, in cerca degli averi,
Data la buonasera, chiese, entrando:
“C’è il signor Guelfi? Ero passato ieri”
Col capo chino lì alla tavoletta:
“È morto in Libia” gli rispose Maio,
Pensando, come sempre, alla burletta.
Quegli, lontano dal poter capire,
Credendo esser di fronte a un grosso guaio,
Espresse condoglianze a non finire.

Gli informatori raccontano anche altri episodi, sempre riferiti a Pianella:

“[ … ] Lui ci aveva anche quella che quando si metteva a sedé ci trovava il capello: faceva festa! Trovò un capello sulla seggiola: “Dià” – dice – “Qui bisogna andà via”, insomma.” “Bà! Poi aveva una caratteristica: un ha mai portato la giacchetta infilata come l’omini, d’inverno: “Perché” – dice – “C’entra freddo dalle maniche” e lui sempre se la infilava dalla parte di dietro, così, e il caldano sotto la giacchetta, all’incontrario, però, ha capito!? Dice: “Perché?” “E c’entra il freddo dalle maniche, viene tutto freddo!” – dice – “lo sto così!”. Eh, erano [figure] caratteristiche, erano bontemponi” (S.B., A.G., B.A. intervista n. 4, p. 55).

Un altro tipo originale è identificato sia da Batistini che dagli informatori nella persona del “Citte” o meglio detto l”‘Omo blindato”. Gli alabastrai raccontano così la sua storia:

“[ … ] Poi c’era il Citte. Anche quello era un buontempone, che raccontava a’ ragazzi i periodi di guerra che aveva fatto lui, dice: “lo sortii dalla trincea, arrivavano le cannonate: bum, con un cazzotto le ributtavo indietro!”.

E’ risultato inevitabile e, a nostro parere, interessante ampliare tale ambito seguendo linee di relazione diretta che, a partire, dagli elementi costitutivi del sistema tecnico, coinvolgono anche momenti del quotidiano e del festivo. Peculiarità e tratti di identità-appartenenza al gruppo sociale (degli artigiani dell ‘alabastro) marcano fortemente l’insieme di tali rapporti.

In tale contesto, il linguaggio si costituisce come il luogo nel quale si intersecano profondamente funzioni e simboli, gergo specificatamente tecnico e metafore. Mentre si segnala l’argomento che, per la sua ricchezza di implicazioni, costituirebbe un oggetto autonomo di ricerca, proponiamo alcuni cenni esemplificativi sul tema.

Nel corso dell’indagine sulla lavorazione tradizionale dell’alabastro è emersa l’esistenza di uno specifico gergo, ricco di espressioni e termini usati a bottega e coniati nel tempo dagli alabastrai, insieme agli strumenti da lavoro, anch’essi inventati o adattati dallo stesso artigiano alle caratteristiche fisiche della pietra.

Ad un lessico propriamente tecnico i termini riferiti agli strumenti, alle fasi ed alle operazioni dei processi lavorativi, se ne accompagna uno simbolico, che trae origine dalla quotidianità. Spesso una parola o una frase può alludere contemporaneamente a due contesti: quello originario del lavoro e quello di riferimento, che chiamiamo “simbolico”, nel senso che Leroi-Gourhan dà a tale nozione.

L’espressione “ho vegliato du’ candele”, ad esempio, rientra nel contesto lavorativo, dove “vegliare” equivale allo stare svegli la sera e la notte, per lavorare. Il numero delle candele consumate è indicativo del tempo impiegato dall’operatore nel lavoro. L’artigiano riferisce con particolare orgoglio le ore trascorse alla luce delle candele, nel passato unica fonte luminosa, oltre a quella solare, fino all’arrivo della corrente elettrica in città.

I tempi di lavoro erano, contrariamente ad oggi, limitati dalla quantità di luce naturale che affluiva nella stanza; durante l’inverno, ovviamente, la durata era ridotta. La stessa posizione del banco da lavoro, sempre in fronte al lato della finestra, è una conferma di tale necessità primaria. Il lavoro alla luce delle candele, era, perciò svolto con maggior fatica e solo in casi di estrema necessità.

Il termine. che poteva assumere un doppio significato, a seconda del contesto, era “sbacchera”. La “sbacchera” consisteva in un piccolo legnetto a forma allungata. utilizzato come prolungamento del dito pollice deIla mano destra per fare più forza sullo strumento a mano che si stava utilizzando. Gli artigiani più anziani criticavano gli apprendisti che impiegavano tale strumento, in quanto il suo uso implicava minore abilità nella lavorazione. La “sbacchera” talvolta insieme all’espressione “ho perso lo stucco”, assumeva un altro ignificato, quello simbolico nel quale era sottinteso il desiderio di smettere di lavorare.

Alcuni informatori, infatti, ricordano come la canzoncina della “sbacchera” fosse precedente a “perdere lo stucco” (una tavoletta di colla artigianale allo stato solido):

“Sì, sì, perché si lavora tanto col dito pollice, si lavorava. Ferro a fagiolo, ugnato, sciabola, gradine; allora prima le, le, un gliel ‘hanno detto che quando si faceva le vasche, le vasche dentro, tutte lavorate dentro, profonde, ci s’aveva un legnetto, un legnetto che era [ … ] La sbacchera, faceva così, vede? La sbacchera e si cantava, a volte c’era de’ voti lì e col ferro, vede, faceva così, dentro così e si sforzava di lì, perché con il dito non ce la faceva, era da gradinare. E quando la giornata era triste, perché c’era tutto, s’era preso le sborniette, vero, no’ anziani, merende e compagnia bella, allora si cominciava a cantà questa sbacchera: “La sbacchera, la sbacchera e sempre questa sbacchera”. Poi dopo e’ veniva a noia e uno faceva: “Ho perso lo stucco, oh chi m’ha preso lo stucco?”, nel senso della festa, perdeva lo stucco, invece lo buttava sotto la terra per smette’ di lavorà, perché un aveva più voglia” (S.B., A.G., B.A. intervista n. 4, p. 63).

Il termine che presenta delle peculiarità significative, nel gergo degli alabastrai, con significati simbolici caratteristici, è “mandragola”. Un blocco di pietra al suo interno può nascondere delle piccole “pasticche” bianche molto dure, che non possono essere modellate, e che vengono chiamate “mandragole”. Colui che comprava la pietra con le “mandragole” incorreva, perciò, nel rischio di ritrovarsi con dell’alabastro che era impossibile lavorare. Il termine “mandragole” è usato anche con il significato di imbroglio:

“La mandragola è una calcedonio, un calcedonio che si trova dentro la pietra, perché quando la pietra è difettosa nella conformazione, ci viene de’ bottoni bianchi grandi e più piccoli e quelli sono le mandragole.

Salinitro9 riporta il significato attribuito a questo termine dagli alabastrai come una particolarità propria dell’ambiente artigiano e nella sua ricerca sul lessico volterrano rileva l’esistenza di modi di dire o parole proprie solo agli alabastrai:

“Pur ribadendo sull’espressività e sul colorito del dialetto volterrano nel suo complesso, dobbiamo osservare che queste peculiarità sono particolarmente evidenti nel caratteristico ambiente degli alabastrai, dove i rapporti di vita sociale sono ancora quelli di un tempo, più semplici, più paesani, direi, per niente intaccati dalla dinamica affannosa della vita di oggi. Voce come rigovernato per “agghindato”, cecio per ‘testa grossa’, bottera per “grassone”, “regolone” detto di chi ha un timbro di voce molto “profondo” [ … ], o espressioni come passan bassi per “freddo pungente”, stare a vipera per “stare a chiacchera”, fare il cacio per “far la corte”, fare il cipresso per “barcollare”, scendi dal fico’ detto a chi si dà “arie”, ci hai preso/chiappato la mamma detto a chi è “lento nei movimenti e nell’agire”, sono soltanto degli alabastrai”.

L’universo simbolico che è connesso alla lavorazione dell’alabastro è molto ampio e assorbito profondamente da ciascun artigiano, tanto che persino gli stessi portatori trovano difficoltà a decodificare parole, gesti ed azioni che sono vissuti come semplici abitudini.

Un’altra consuetudine, che assume un valore fortemente simbolico, riguardava l’usanza di porre, per scherzo, dietro le spalle di un compagno (di solito un apprendista), il disegno di una cala. La vittima, ignara, girava per tutto il giorno con una cala di carta attaccata alla schiena. Questo tipo di burla veniva effettuata solo nel periodo della quaresima. Gli informatori che hanno riferito questo scherzo non ne conoscevano il senso e molto probabilmente si tratta di una tradizione molto antica, della quale si è persa l’origine (forse fiorentina), il significato ed, oggi, anche l’uso.

Questo breve accenno all’identità e al simbolismo alabastrino apre nuove linee d’indagine, che potrebbero condurre a studi monografici relative a tali tematiche, da me solo sfiorate.

Nel lento declino della cultura tradizionale alabastrina molti aspetti simbolici e culturali sono scomparsi ancor prima di quelli tecnici: la fine dell’apprendistato a bottega, sostituito dalla scuola, gli inevitabili mutamenti prodotti dalla dinamica delle trasformazioni sociali hanno modificato sia il metodo lavorativo, sia lo stile di vita peculiare di questo gruppo sociale. Ed anche il “gergo degli alabastrai”, così definito dagli stessi artigiani è andato scomparendo, tanto da risultare in gran parte sconosciuto alle nuove generazioni.

A conclusione di questo lungo articolo, dove ho voluto proporre il nucleo centrale della mia tesi (trascurando, peraltro, molti altri aspetti, presenti nella trattazione originaria, che per ovvi motivi non è stato possibile trattare in questa sede) ancora una volta mi sembra importante sottolineare quanto i mutamenti tecnici, economici e sociali, intervenuti in questo settore nel corso degli anni, abbiano scosso l’equilibrio tecnico e culturale della comunità alabastrina. E, spesso, la perdita di competenze e saperi è avvenuta senza che vi fosse la possibilità di un recupero dell’antica tradizione artigiana.

Attualmente, si individua, una tendenza al recupero di aspetti della tradizione che riguarda non solo alcuni momenti del processo tecnico, ma anche tratti culturali significativi. A tal fine si possono ricordare varie iniziative intraprese in questi ultimi anni in favore del rilancio di questo settore produttivo quali: il progetto Interprise; una collaborazione fra l’Istituto d’Arte e le scuole straniere per la creazione di una scuola internazionale di scultura e la realizzazione, insieme al Comune di Castellina, di un eco-museo che organizza percorsi inerenti l’escavazione, la lavorazione e la storia dell’alabastro.

Appare interessante notar come il fenomeno si inserisca nella direzione di quella che possiamo considerare un insieme di fattori costituti di un’identità, dopo che sono intervenuti mutamenti sostanziali. Soprattutto, dopo che un’identità “totale” si è frantumata in diverse identità “parziali”.

Per chiudere mi piace riproporre alcune citazioni tratte da due opere di Carlo Cassola, e che ponevano fine alla mia trattazione di laurea, ricche di riferimenti al “mondo” dell’alabastro e secondo quanto sostiene la mia relatrice “come spesso accade l’arte precede la ricerca specialistica”:

“Il vicolo era ostruito da un camion. Stavano scaricando le bozze d’alabastro. Parevano enormi uova: le facevano scivolare giù per una passerella e le rotolavano dentro la bottega”10

“‘Per te, la cosa migliore sarebbe che ti trovassi un alabastraio’. Anna avrebbe voluto farle osservare che aveva detto tante volte il contrario, che sposare un alabastraio è la peggiore delle disgrazie: nei periodi in cui guadagnano, si abituano male, e quando viene a mancare il lavoro, si ritrovano in miseria. [ … ] Passando davanti alla bottega, diede un’occhiata dentro. Lui non la vide, era voltato. AI ritorno, lo trovò che fumava. ‘Ci ha messo tutto questo tempo per quel fagottino?’

‘Mi aveva visto passare?’

‘Se non l’avessi vista non l’avrei aspettata.’ ‘lo ho gli occhi anche di dietro,’ scherzò lui.

‘No, sul serio, lo vuol sapere come ho fatto a vederla? L’ho vista riflessa nell’alabastro.

Anna gli fece un’altra domanda:

‘Ogni momento la vedo fuori a fumare; non le dicono niente i suoi padroni?’

‘Perché mi dovrebbero dir qualcosa? Mica sono un lavorante a giornata.’

‘E allora com’è?’

‘Sono un cottimista … Mi pagano un tanto al pezzo. Il lavoro, certo, bisogna che lo sgrighi; ma mi posso anche prendere un po’ di riposo.’

‘È un lavoro che si fa fatica?’ insisté Anna.

‘Mica con le braccia … con questo’ e si toccò in fronte. ‘Bisogna stare attenti: basta distrarsi una momento, e addio, va in malora il lavoro di una giornata. L’alabastro è delicato, non ci vuol niente a romperlo o a sbreccarlo … ‘”11

“Era a torso nudo. l capelli non si capiva se erano bianchi o impolverati. Arrivò un ragazzo a portargli la colazione. Si mise a mangiarla lì nel vicolo. Appena interrompevano il lavoro gli alabastrai uscivano. Così come si trovavano, col grembiule lungo fino ai piedi e il berrettino di carta.

Non c’era aria in quelle bottegucce che prendevano luce da una finestrella alta. Per vederci meglio tenevano la porta spalancata. La polvere si depositava dappertutto, sugli sgabelli, sul tavolo da lavoro ugli scaffali, sulla cinghia del tornio; in terra faceva mucchio. A furia di pestarla s’induriva. Formava un pavimento tutto gobbe e sporgenze”.12

© Accademia dei Sepolti, BARBARA MORELLI
L’uovo e la Mandragola, in “Rassegna Volterrana”
Criteri di trascrizione delle fonti orali
Nel trascrivere i documenti orali, pur senza fare uso di un alfabeto fonetico, per non appesantire il testo, ho cercato di rimanere fedele alla lingua parlata. Per raggiungere tale obiettivo, nel rispetto, dell’integralità del testo orale, ho fatto ricorso a segni di interpunzione per rispettare le pause e riprodurre – per quanto possibile – l’espressività dei singoli informatori, affidata, ad esempio, all’intonazione.
Alle parentesi [] presenti nel testo sono inoltre state affidate le seguenti funzioni diacritiche: se racchiudono dei punti [ … ] stanno ad indicare una breve pausa di riflessione dell’ intervistato; se racchiudono, invece, tre punti [ … ] si vuole segnalare l’omissione di una parola, di una frase o di interi brani dell’intervista ritenuti non pertinenti le finalità del testo. Nel caso, infine, in cui le [ ] racchiudono vocaboli o frasi, si segnala l’intervento del trascrittore ad integrazione del dettato dell’informatore, al fine di renderne esplicito e inequivoco il senso.
Tutto il materiale prodotto oralmente è archiviato presso il laboratorio etno-antropologico dell’Università degli Studi di Siena.
1 Nella cultura contadina è possibile rintracciare filastrocche vicine alla canzone settimanale alabastrina. Ne riportiamo una dove la successione dei giorni della settimana scandisce lo svolgersi del lavoro della filatrice: “Lunedì persi la rocca / martedì la ricercai / mercoledì la ritrovai / giovedì la inconocchiai / venerdì mi riposai / sabato mi lavai la testa / perché domenica era festa”.
2 D. LESSI. Teatro lirico di cinquant’anni fa … e oltre, in “Volterra”, anno Vlll, n.2 1969. pp. 5-7.
3 E. FIUMI, Gli alabastrai e il San Luca, in “Corazziere”, 26 aprile, 1941, p. 2.
6 D. LESSI, Alabastrai buontemponi, in “Volterra”, anno X, n. 7-8, 1971, pp. 8-10.
7 E. BATISTINI. Rime etrusche, Fomacette (Pisa), Tipolito Mario Ristori, 1982, p. 40
9 M. SALINITRO, Ricerche per l’atlante lessicale toscano. Risultato delle indagini svolte nella zona di Volterra, Università di Firenze, Facoltà di Lettere, Tesi di Laurea dattiloscritto). a.s. 1975/76. pp. 96. 97.
10 C. CASSOLA, Paura e tristezza, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1981, p.152.
11 Ibid., pp. 246, 247.
12 Cit. C. CASSOLA, L’antagonista, Milano. Biblioteca Universale Rizzoli, 1976, p. 313.