di Paola-Ircani-Menichini

Gli animali e le attività legate ad essi



Questo studio offre un contributo alla conoscenza della vita familiare e quotidiana e dei luoghi di Volterra e delle sue pendici nel 1429 – 1430. Si basa sullo spoglio completo del registro 271 (più di 900 fogli) e parziale del 193 (enti religiosi), conservati nel fondo del Catasto dell’Archivio di Stato di Firenze.

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno / toglieva li animai che sono in terra / dalle fatiche loro, scriveva Dante (Inferno, II, 2) osservando e compatendo gli animali, protagonisti dell’economia medievale perché fornivano cibo, pelle ed erano usati per il trasporto delle persone e delle merci.

Anche nel catasto volterrano del 1429-30 erano ricordati tanti animali e soprattutto asini, muli e cavalli, proprietà dei capifamiglia uomini. Gli asini avevano il pelo morello, ferrigno, bianco e venivano custoditi per lo più in una stalla accanto alla casa. I muli trasportavano i carichi pesanti dei vetturali e dei mercanti; i cavalli erano il mezzo di locomozione dei cittadini abbienti. Citiamo tra i tanti un puledro asinino che non porta sella; un asina chon un puledruzzo piccholo alloghato a Nanni Zopo; la monda (pulizia) di un’asina I. 9; due asini e due porci sul mulino dei Compagni; una muletta per suo uso perché non può chavalchare l. 24; una muletta da chavalchare e un asino da somiggiare a servigio delle dette chase…

Per quanto riguarda i cavalli, il vecchio Michele Incontri aveva un baio del valore di 15 lire, Nanni di Attaviano Contugi usava un ronzino baio stimato 24 lire, e Iacopo Incontri un altro ronzino per suo adoperare da 28 lire. Ricordiamo anche le citazioni di un ronzinaccio vecchio per suo uso, l. 5; di un ronzino ha rotto la ghanba, l. 1; di una chavalla puledra zoppa di pie’; di un chavallo di pelo bardo; di un chavallo chol basto. Nessun equino, ci sembra di capire, veniva abbattuto se era zoppo.

I vetturali condividevano il duro lavoro degli animali. Abitavano per lo più nelle zone periferiche di Volterra, erano pieni di debiti o facevano altri mestieri per vivere. Non erano molti, forse perché gli artigiani o i proprietari avevano già i loro animali per portare merci o grano e derrate in città.

Nella contrada di S. Stefano c’erano Giusto di Giovacchino, che gestiva una tintoria e teneva due muli per trasportare grano; Iacopo di Baroncino con quattro muli da vettureggiare; Giusto e Antonio di Guiduccio con tre muli per ciascuno; e Iacopo di Marco con tre muli, debitore di grano e biada e di 7 lire per un basto acquistato.

Vetturale della contrada di Pratomarzio invece era Tomme di Taiuti che aveva ben 11 muli, un ronzino, un asino dal valore di 200 lire e un debito di 100 lire verso il maniscalco Cristoforo di Biancuccio. Il parente Taiuti di Tomme (sic!) si occupava della compravendita di animali più che del trasporto. Ma un mestiere non escludeva l’altro. Ad esempio i bastai Falsocorpo prestavano una loro mula per vettura.

Nella contrada di S. Angelo anche Lazzero di Taviano Canfria era un compratore-commerciante di muli; in quella di Borgo, nei chiassi, facevano i trasportatori Lodovico Bencivenetti, Piero di Neri da Gabbreto con sei muli da vettureggiare, e Paolo di Potente, suo vicino di casa e forse socio.

Nella contrada di Porta a Selci infine troviamo Vanni di Boccaccio che possedeva due mule e un asino di valore. Di recente aveva comprato una mula da un tale di Firenze e un asino da Bartolomeo Dini.

Un certo Menicuccio, Meo da Vinci, Ciomma di Michele e Antonio di Primerano, debitore dell’oste Leonardo di Giusto, erano vetturali forestieri citati occasionalmente dal catasto e non ne sappiamo di più.


SELLAI, BASTAI E MANISCALCHI

I sellai e i bastai avevano un grande giro d’affari per il servizio che rendevano ai proprietari e ai vetturali. Le loro botteghe si trovavano tutte nella contrada di S. Angelo. Appartenevano a Benedetto di Guerrieri e a Michele di Agostino di Chellino (la loro conteneva basti vecchi e nuovi, borra [cascame di lana], cinghie, chanovaccio … tavole dafare schaglie e altro sellame), a Michele di Nollio che teneva arcioni vecchi e aghuti, e a Michele di Piero Capezzuolo, socio dei del Liscia. Quest’ultimo nel passato aveva formato una compagnia con Cecco Colaini, che ora lavorava in proprio in un locale non lontano. dalla piazza dei Priori, affittato da una certa monna Felice di Niccolaio. Dichiarava i soliti basti, selle e merci da fare frusti per un valore di 80 lire. Si riforniva di cuoio dci Bartolomeo del Bava.

Una chonpagnia di sellaio o vero bastaio era segnata anche nella posta di Paolo Buonamici, senza citare i soci; altre note riguardano Iacopo di Iacopo, bastiere e sellai o nel Borgo di Castelnuovo, debitore dei Gherardi; Giorgio di Nuccio da Pistoia in affari con Cecco Colaini e Michele di Nollio; e Luca di Cino chorreggiaio da Firenze, creditore di Andrea Salcetti di Pratomarzio, cliente a sua volta di sellai e bastai.

C’erano poi i maniscalchi o ferratori di animali, affini ai fabbri, generici battitori di ferro.

Simone d’Ambrogio detto Sanmaria lavorava presso la chiesa di S. Michele, in un luogo detto proprio a Maniscalchi e la bottega era stata affittata da Margherita vedova di Berto di Goro. Era vicina alla sua la casa di Michele di Giusto di Maso che aveva appigionato la bottega da fabbro, con due inchudini, dal conte Fazio della Gherardesca.

Cristoforo di Biancuccio e gli eredi di Angelo di Salvestro Baccioni (che conservavano in chasa tante masserizie da fabricha rimasero dal padre) invece lavoravano in contrada di Borgo. Una certa Caterina, sempre del Borgo, era la vedova di Arrigo tedesco fabbro e stava a Porta a Selci con la figlia e il genero Salvestro di Salvadore.

C’erano poi il fabbro Piero di Matteo Bindini che teneva la bottega in via della Porta all’Arco con dentro ferro, acciaio e charbone e Piero di Bartolo e Antonio di Guerrieri soci a Porta a Selci. Forgiavano vomeri, panati, scharci, maroni, ronchoni e altri ferri nuovi e vecchi (attrezzi agricoli) e avevano un debito con i lombardi di charboni, i carbonai degli Appennini. Dimorava a Porta a Selci anche Stefano di Taviano Vannini che vantava un credito dal Comune di Firenze per lavorio fatto al chastro.

A S. Stefano invece Cristofora figlia fu di Cerbone di Giovanni teneva un’inchudine fu di Berto prima suo marito, 20 pezzi di ferri tra marroni e vanghe e i crediti nel libro. Il secondo marito Domenico di Cione forse faceva lo stesso mestiere.

Infine erano ricordati il maniscalco Michele d’Andrea Marchisello partito da Volterra per debiti, e i fabbri Piero di Iacopo da Montecatini, Baccione d’Antonio di Baccione del Sasso, Piero e Fede, Paolo di Niccolaio, Antonio da Canneto, Vannino, Stefano di Matteo di Montegemoli, Antonio di Iacopo, proprietario di terre presso il cassero di Querceto, Francesco di Bindo sta a Chanpiglia e Piero di Lorenzo.

Aveva un buon giro d’affari anche Benuccio di Angelo di Benuccio toppaio – costruttore o riparatore di serrature – con la bottega sulla strada maestra della contrada di Borgo. Erano suoi debitori l’Opera del Duomo e l’Opera di S. Michele, il Comune di Volterra, Bartolomeo Paganellini e Lorenzo di Giovanni Grasso da Firenze. Aveva un debito di 100 lire con l’interesse annuo del 6% verso Caterina Turini, forse un prestito investimento nell’attività.

L’arte del fabbro era molto diffusa nel contado, dove si forgiavano o si accomodavano gli attrezzi agricoli e si rimediava agli inconvenienti capitati agli animali al lavoro o di passaggio.


L’ALLEVAMENTO E I PASCOLI ALLE PENDICI

Le famiglie volterrane possedevano un gran numero di capi di bestiame. Grossi proprietari erano i Broccardi, i Paganellini, i Sighieri e i del Liscia.

Numerosi sono i fogli del catasto dedicati agli animali proprio di Antonio di Pasquino Broccardi. Molti erano tenuti in sua mano perché non trova achi allogharle, manzi e manze e tori saranno 200 chapi e 5 chavalli chon 50 vitelli o circha, sono bestie minute, l. 700. Dice che le ha in più luoghi e non sa se li può riducere al brancho. C’erano poi pechore e chapre qui di sotto a soccio… parte gli sono state rinunziate per timore della moria e del chattivo tenporale: Taviano di Mazzocchio sta a santo Alessandro, a mezzo pechore 115 più agnellini 30, Antonio di Riccio da Ronchola, a mezzo pechore 90 più agnelli 20, Berta d’Agnolo lavora a Ronchola a mezzo pechore 80 più agnelli 20, Checho di Piero da Fatagliano, a mezzo pechore 120 più agnelli 35 più 18 chapre senza chapretti, Menicho e Attaviano di Micheluccio da Montecerboli, a mezzo pechore 65 più 20 agnelli e così via. Gli animali dei Broccardi in tutto erano circa 350 bestie vaccine, 1800 pecore con più di 500 agnelli, e un centinaio di suini. La famiglia aveva anche un debito verso il Comune di Massa per resto di pascholo di tre anni…

Per quanto riguarda le razze, i buoi erano ricordati di pelo rosso, bianco, beringhi, in piene forze e di pregio, o vecchi, bradi o domati, tenuti a coppia o da soli, o assieme a manzi, giovenchi, vitelli, manzetti dietro alle vacche. I bufali erano diffusi soprattutto nella zona di Maremma. Per fare qualche esempio di ricordi del catasto, i Brandini possedevano la metà di 7 vacche con 5 vitelli e un giovenco, 7 manze e manzi e … un bue vecchio di anni 16 buono solo per il chuoio, non lo stima; Michele Incontri aveva 50 vacche con 15 vitelli valutati 860 lire (tiene Baiardo di Cincio da Micciano) e 14 bufale con 4 vitelle stimati 138 lire (tiene Iacopo e fratelli di Niccolaio di messer Ugo da Guardistallo). Michele d’Uberto, lavoratore e piccolo proprietario di Pratomarzio, invece aveva solo un modesto paio di buoi vecchi, l. 10 e j somiere vecchio, l. 24…

Le pecore e gli agnelli, le capre e i capretti invece non presentavano particolari distinzioni. La valutazione era quasi uguale per tutti i capi, al contrario dei bovini che potevano differenziarsi nella mole e nelle prestazioni. Gli ovini di Francesca Mannucci erano stimati 30 soldi il capo, gli agnelli 20 soldi; le capre di Lucia vedova di Biagio di Filippo, 20 soldi l’una e così via. Un grosso gregge era quello dei figli di Gianni di Grillo: hanno 430 pechore chon 120 agnelli a s. 50 il paio, l. 537.10. Gli ovini pascolavano assieme a cani o cavalli – vedi Iacopo Incontri a Buriano -, mentre Michele Incontri dichiarava che 250 pecore servivano per ingrassare il suo terreno.

I suini si distinguevano in verri (i maschi), troie (le femmine prolifiche) e temporili, lattaioli a’ piedi, porcelli, porcastrelli e porcastrelle di circa un anno (i piccoli). Tenevano suini nel contado il Broccardi (a Montecerboli, Sasso e Leccia), ser Marco Borselli (a Pomarance), Taviano di Bartolo (a Porcignano), Iacopo Incontri (a Buriano), ser Michele Seghieri (a Castelnuovo e Serrazzano). La carne del maiale era salata e conservata. Il grasso era venduto dagli speziali (vedi la bottega dei del Bava).

Anche le api (pecchie) venivano allevate in gran numero. Le arnie (bugni, favi o chasse) erano stimate secondo il lavoro fattovi: va di spesa cioè di perdere tenpo opere 10 stimale l. 40 per le dette chasse. Tra i proprietari, Nanni di Guiduccio da Pratomarzio aveva 120 arnie, valutate 16 lire e Matteo di Guerrieri 14 bugnie, stimate 4 lire, fruttano l’anno… lib. 50 di miele, ciera lib. 3. Nel catasto però si trovano spesso stime assai diverse tra loro, forse secondo la zona di allevamento, la consistenza degli sciami, la bontà del miele o la buonafede del proprietario53.

La compravendita degli animali era fatta nei giorni di mercato in città alle Zatre. Tra i sensali forestieri, erano ricordati Nanni di Lorenzo (Nencio) Salvetti di Firenze che si occupava di bovini, Doffo di Meo da Tizzana sempre per i bovini, Buriasso da Montespertoli per le pecore, e Francesco di Riccio da Gello per i suini e altro.

Citazioni di un certo interesse riguardano alcune compere: Bartolomeo del Cinque, sta a Ghanbassi, era debitore di Iacopo di Tomme per un paio di vacche e un vitello; Vanni di Boccaccio doveva del denaro agli eredi di Giusto Landini per un bue chonprò da lui, l. 44; e Nanni di Piero di Ghinuccio aveva delle pendenze verso Gherardo di Grillo sempre per resto di un bue54.

I pascoli del contado e della Maremma erano i più adatti alle mandrie numerose forse perché nelle pendici le coltivazioni imponevano dei limiti al passaggio delle bestie. Pertanto sono ricordati pochi terreni per gli animali: modesta terra per pastura era a Poggio Saltino; sodi e boschi, vi pascholano le bestie, a Castagneto; terra pratia e altro, ogni anno ghuasto dalle bestie, a Salacchieto presso S. Giusto. I pascoli più estesi insomma erano quelli più periferici nelle pendici e nel contado: a Nera, a Villamagna, a Buriano e, più lontano, a 10 miglia dalla città, a Castro, quest’ultimi valutati 800 lire.

Gli animali erano affidati a lavoratori o pastori, secondo l’usanza di buona soccia (soccida, società). Andrea di Salvi teneva a soccio dall’lnghirami 150 pecore e agnelli per cinque anni, e la divisione era fatta alle calende di luglio; Lazzero Serguidi aveva una socita di 18 troie chon Il porcelli e Il porchastre per 31 tenporili, tiene Nanni di Ghuasparrino da Querceto da Bartolomeo di ser Potente e danne l’anno, mezzo a Bartolomeo … , un quarto a maestro Lodovicho, un quarto mio, l. 12. s. 10.

Bartolomeo del Bava invece dichiarava bestie a mezzo con degli abitanti di Querceto e Pomarance (54 vacche, manzi e manze, 80 vacche, manze e manzi e vitelli, 100 pecore non hanno agnelli); Nanni Nardi aveva una chonpagnia di 80 pecore con Antonio d’Antonio da Orciatico, affittata a mezzo a Nardo da S. Piero nel contado di Pisa in Val d’Era (furono pechore 101 … poi il detto Antonio mise nella chonpagnia 23 pechore e diventarono, chontando gli agnelli grossi 115); ser Antonio di Nanni teneva un manzo vaccino a mezzo pro e mezzo danno con Iacopo di Niccolaio da Montecatini; e Guglielmo di Nuccio dichiarava un bue a gioatico per conto di ser Michele di Bartolo.

I pastori erano quasi tutti uomini e ser Giovanni da Serrazzano era un prete che custodiva con il nipote Iacopo dei porci altrui. L’unica donna era monna Vegnente di Frescolino di Montegemoli che guardava 62 capre dei Cicini, 12 di Tano Narducci e altri animali. I lombardi, cioè i pastori e i greggi transumanti dagli Appennini in inverno, sono poco citati. Un certo Facchino era creditore dei Gherardi e dei Galeotti proprietari di animali; un Alberto abitava a Monteverdi e teneva 26 capre da Nanni di Borello da Castelnuovo e dai Gesti (non vediamo mai niente). Simone o Simonino di Gherardo e compagni lombardi erano creditori dei del Bava di 125 lire per mortine (mortella).

Proprietari e pastori spesso assumevano dei fanti per la guardia degli animali. Grifo di Stefano teneva bestie altrui e spendeva per falle ghuardare l. 20; Michele di Landino aveva una vaccha chon un vitello tiene Menicho di Potente da Querceto ghuardala d’amore e di grazia l. 7; Iacopo Incontri ricordava tre fanti e quattro cani sul podere di Buriano per 80 lire l’anno; i Broccardi dichiaravano 3 fanti e 6 chani, l. 40 salario annuo, chalzare e vestire, pane, vino e paschi e ghabelle l. 100; tiene un fante per le pechore che tiene a sua mano [senza pastori].

I fanti erano per lo più forestieri che si adattavano ai mestieri umili, come Nellino di Scarperia del Mugello e i lombardi citati, o giovani volterrani poveri, quale era Piero di 23 anni, figlio della vedova Giovanna di Nuccio di 70, fante chon Attaviano di Ghaleotto a ghuardare le pechore. Appartenevano alla categoria anche Giusto di Sanguigno che doveva riscuotere per salario dal Galeotti e dai Gherardi rispettivamente 30 e 24 lire; Pagnino fante creditore di 24 lire dal suo pastore; e Francesco di Bartolomeo da Mazzolla che doveva avere 14 lire all’anno, il compenso minimo per un qualsiasi lavoro!55

L’incuria e la perdita del bestiame avevano le loro conseguenze. Sacco da Fatagliano di Montecastelli doveva rimborsare Ercolano Contugi per perdita di bestiame alloghato. Biagio Guardavilla segnava nel memoriale che Nanni e Iachopo di Narello debbono a ragione l. 168 fiorinate di bestiame che le alloghà chon lui… sono morti già 10 anni e lui dice non è informato, crede restare avere l. 16 della loro parte della perdita. Gli Angelini dovevano chiarire con Giusto e Antonio di Chatto furono loro lavoratori… d’un chonpromesso d’un paio di buoi perdé per mala ghuardia.

Ai furti (preda) dei soldati invece ci si rassegnava. I del Liscia dichiaravano: 375 pechore più una chavalla tenghono Daniello e Antonio da Serrazzano, dice che andarono 3 volte in preda e sono ghuaste (rovinate). Bartolomeo di Francesco da Castelnuovo scriveva: 175 pechore andarono in preda e quelle che rimasero sono ghuaste; mentre Francesco Alducci segnava: 100 pechore a soccio tenute e ghuardate un anno e mesi 9 iscritte questo anno a la ghabella del Chomune… , sono bestie 120, sono morte, per anchora ce ne fu tolte per i soldati per modo non sono rimaste pechore 80 per l. 1 s. 10 l’una.

© Paola Ircani Menichini, PAOLA IRCANI MENICHINI
III. Società e lavoro in città e nelle pendici, cap. 10-11, p. 49,50 in “Il Quotidiano e i luoghi di Volterra nel catasto del 1429-30”, Ed. Gian Piero Migliorini, Volterra, a. 2007
III. Società e lavoro in città e nelle pendici, cap. 18,19, pp. 66, 68, in “Il Quotidiano e i luoghi di Volterra nel catasto del 1429-30”, Ed. Gian Piero Migliorini, Volterra, a. 2007
53 Per la stima delle arnie variabile, cfr. 271, f. 4r, 6 bugni o arnie fruttano l. 6, f. 264r, 32 bugni l. 32, f. 767v, 28 arnie, a s. 10 l’una, totale 14 lire; v. anche Iacomo di Niccolaio, 3 bugni non divisi con ser Michele di Bartolo trae l’anno lib. 20 di miele, stimati per gli ufficiali l. 15, f. 351 v; ser Iacopo di ser Marco, 32 bugna di pecchie, l. 32, f. 624r; Roberto Minucci, 60 bugni d’api, l. 15, f. 633r.
54 I mercanti, v. 271: Nanni di Nencio Salvetti da Firenze compra bestie grosse vaccine da Riccobaldo di ser Biagio f. 119r; Nanni di Lenzo Salvetti per resto di giovenchi f. 779r; f. 784r; deve dare per resto di giovenchi f. 817r; Buriasso da Montespertoli per pecore gli vendé l. 50, f. 789v; da Buriano (sic) di Montespertoli per pecore f. 789v; Doffo di Meo da Tizzana per resto di vacche f. 662v; Francesco di Riccio da Gello mercante di bestie f. 301r; Bartolomeo del Cinque sta a Gambassi f. 790r.
55 I lombardi sono cit, in 271, ff. 128r; 130r; 595r; 667r; 857r. Per la transumanza dagli Appennini verso il litorale maremmano, cfr. PINTO, Lineamenti … , o.c., p. 118.