Questo studio offre un contributo alla conoscenza della vita familiare e quotidiana e dei luoghi di Volterra e delle sue pendici nel 1429 – 1430. Si basa sullo spoglio completo del registro 271 (più di 900 fogli) e parziale del 193 (enti religiosi), conservati nel fondo del Catasto dell’Archivio di Stato di Firenze.

Il barbiere del tempo radeva la barba e i capelli e «diminuiva il sangue» dei clienti, cioè faceva i salassi curativi.

Tra questi Domenico di Bino da Bibbona stava in Via Nuova e teneva, a pigione dai frati di S. Agostino, la bottega situata sotto la casa di ser Arcangelo Seghieri. Aveva un credito da Matteo oste dell’albergo di S. Alessandro e dal vecchio Taviano di Giannello, per raditura. Anche Antonio di Parissi, cioè Antonio di Piero di Ventura da Poggibonsi, viveva nella stessa contrada, in affitto da Bonifazio Pardi, e teneva la bottega a pigione da Mercatante Guidi.

Luca di Simone invece aveva rilevato l’attività da Cecilia vedova di Potente di Iacopo e affittato dai Minucci una bottega sulla Piazza dei Priori contenente caldaie, bacini e asciugamani. Il collega Michele di Landino era sempre protetto da questa famiglia perché aveva appigionato la bottega da Vangelista del Pilucca, suocera di Roberto.

Infine gli eredi di maestro Piero di Matteo Bizorri barbiere di Porta a Selci vivevano fuori Volterra. Sono ricordati solo da qualche nota e nulla più.

I merciai invece erano tra gli artigiani più ricchi della città per «da mentalità imprenditoriale» e i prodotti di prestigio trattati.

Michele di ser Cecco Incontri teneva la bottega in via della Porta all’Arco, in affitto dai Cheli. Possedeva anche una casa nel Borgo di Lapo Manucci a Pomarance: la abitano quando vanno in chontado e tenghono sotto una bottegha appigionata. Aveva delegato ai figli le attività del ritaglio e dell’arte della lana.

I fratelli della Bese invece avevano la bottega sotto casa: vi tenevano merci stazzonate e vecchie, segno di un rallentamento degli affari forse dovuto a dissapori familiari. Piero infatti dichiarava che non può dare crediti e debiti [al catasto] perché Giovanni suo fratello tiene tutti i libri di crediti e debiti, li prese 30 mesi addietro e non li vuole mostrare e rendere, e Piero non può chiarire chome vorrebbe. I della Bese inoltre avevano ricevuto del denaro in deposito, o forse investito nell’attività, da Iacopo, Matteo e Giovanni di Chele (i Cheli sopra citati) e da Antonia di messer Alesso Pucci (gli dipositai al uso di merchatantia).

Altri merciai cittadini erano i figli di Guaspare di Tomme Marchi che vendevano panni, funi, chorregge, e zolfo e dichiaravano un traffico di lana leghata alla merce. La loro bottega era situata sotto la casa Mannucci, affittata per 50 lire dalla cappella di S. Cristoforo e dall’Opera del Duomo, eredi di parte dei beni della famiglia.

C’era poi in contrada di Borgo Tommaso Buonamici, con la bottega sotto l’abitazione (stima la merce lib. 1139 s. 16). Tra i crediti, si notano le somme rilevanti dovutegli dall’ebreo maestro Gianetano (900 lire), dal pubblico camarlingo Paolo Incontri (400 lire) e dagli ufficiali della canova del Comune (200 lire). Forse lavorava con il fratello Taviano. Simona, nipote di due anni, era proprietaria di merce stazzonate rimaste dopo la morte del padre Simone. Valevano 200 lire ma non trovavano chonperatore.

Nelle contrade più lontane dal centro, infine erano ricordati Andrea di Comuccio di S. Stefano con una bottega con panno e scarpette; e Nanni di Simone di Nuovo di Pratomarzio socio del notaio ser Vinta che aveva investito del denaro a uso di merchatantia, cioè nella sua attività.

Anche Nanni di Francesco Guarnaccia possedeva merce per 8 lire, cioè di poco valore, tanto da far dubitare che esercitasse ancora l’arte.

«Parenti poveri» dei merciai erano i ferrivecchi o rigattieri. Piero di Lorenzo di ser Lotto di Porta a Selci aveva una botteghuzza di farogiame [ferrame?] e ferro vecchio, contenente chorna di bufali, pelamacie [vestiti usati?] di più ragioni triste, gromma porcha [morchia di porco?], sellame d’ancilli (?), ferro vecchio e tristo, pentole e altro merciame di più ragioni, scharpettacce triste.

Anche Michele di Tavianozzo vendeva merce minuta, ferrame vecchio e le solite scarpettacce in contrada di S. Angelo, dove era anche la bottega all’incirca con lo stesso contenuto, di Lorenzo di Bertolo di Mugello33.

© Paola Ircani Menichini, PAOLA IRCANI MENICHINI
III. Società e lavoro in città e nelle pendici, cap. 12, p. 52, in “Il Quotidiano e i luoghi di Volterra nel catasto del 1429-30”, Ed. Gian Piero Migliorini, Volterra, a. 2007
33 Vetturali: Menicuccio f. 243r; Meo da Vinci f. 301r; Ciomma di Michele f. 570v; Antonio di Primerano f. 229r; bastai e sellai: Iacopo di Iacopo f. 665v; Giorgio di Nuccio da Pistoia ff. 245v; 574v; Luca di Cino da Firenze f. 771v; fabbri e battitori: Michele d’Andrea Marchisello f. 638r; Piero di Iacopo da Montecatini ff. 63r; 359r; 388r; 471r,v; Baccione d’Antonio di Baccione del Sasso ff. 128r; 921 v; Piero e Fede f. 130r; Paolo di Niccolaio f. 280r; Antonio da Canneto f. 299v; Vannino f. 300r; Stefano di Matteo da Montegemoli ff. 302v; 406r; Antonio di Iacopo ff. 629r; 636v; Francesco di Bindo f. 648v; Piero di Lorenzo f. 653r; barbieri: maestro Teo f. 41v; 127v; 196v; 217v; 272r.