Una premessa in partenza. Debbo la spinta per questo articolo al concittadino Marziale Giacchetti, uno di questi nostri alabastrai ai quali il tempo, il lavoro, la milizia politica hanno affinato, fra l’altro, il gusto delle buone cose e delle nostre tradizioni. Lo incontro casualmente e mi fa: “Lei che si occupa sempre della storia di Volterra, ma la conosce la vicenda della Mano Nera nella nostra città?”

Confessai apertamente la mia ignoranza. La Mano Nera era per me ricordo di adolescenza, degli anni di prima della guerra del ’40, allorchè andavo alla libreria del Vanzi in via Guidi a comprare le dispense di Berbini, quelle di Petrosino il gran poliziotto italo-americano che, fra gli altri conti in sospeso, ne aveva uno appunto con la Mano Nera di mafiosa memoria. Che ci fosse stata roba del genere a Volterra, proprio non mi risultava. Ma il Giacchetti insistè: “E’ il libro del Genovini! Domani glielo porto!”. Il giorno dopo, puntualmente, ebbi in mano un libretto di 171 pagine, un po’ ingiallito nella copertina originariamente bianca: Igino Genovini – “I Cento Giorni della Mano Nera (dal vero)” – Firenze, Tipografia Giuseppe Marini, via delle Ruote 4, 1922.

Lo lessi d’un fiato e mi trovai tuffato come per miracolo nella Volterra degli anni ’20, a condividere le bravate di un gruppo di ragazzi e giovanottelli, dai dodici ai vent’anni, impelagati in una avventura dai toni drammatici e farseschi ad un tempo. Lo so, ora l’epoca è diversa e gli anni non sono certo passati invano. I giovani di oggi sarebbero portati a scuoter la testa in segno di vivace compatimento per i loro coetanei di un secolo fa.

In fondo in fondo la storia è poi semplice. Un vispo giovanotto, Ilio Guglielmini, (che poi è l’autore stesso) da vita da solo alla presunta organizzazione di una fantomatica Mano Nera. Ne fa di cotte e di crude, mette a subbuglio un intero gruppo di amici (si va da fuochi misteriosi accesi nottetempo in Vallebuona a messaggi segreti lasciati sotto il leone del pulpito del Duomo) e dà ad intendere tutto quello che vuole fino alla ridanciana conclusione finale.

La vicenda può esser considerata anche puerile ma scorrendo quelle pagine mi sono apparsi questi nostri concittadini spesso indicati con nome e cognome, talora con trasparenti pseudonimi. E mi ha stretto anche il cuore nel constatare come il tempo impietoso se li sia portati via tutti. Sono persone note o meno, quasi tutte vissute sul “Poggio” ma che allora avevano l’età verde e che sono immortalati in questo rapido sprazzo di vita e di spensierata gioventù. Alcuni li ho conosciuti di persona, qualcuno era amico di mio babbo; altri sono soltanto dei nomi.

Balzan così dalle pagine ingiallite dei “Cento Giorni” (tre mesi di una calda estate del ’20) Luigi Bargi (figlio di un ufficiale caduto nella prima guerra mondiale, divenuto medico e morto tragicamente a Pisa negli anni ’40), il geometra Mauro Allegri, Antonio Giannelli, Bertino Pettorali indicato con lo pseudonimo di Saturnali (che fino alla morte aveva bottega di alimentari in via Guarnacci), Poldino Vincenti, Francesco Orvilli (pseudonimo di Ernesto Grilli morto anche lui giovane negli anni ’40), e poi il Paci, il Chelucci (Carducci di vero nome) e uno dei fratelli Grossi impiegato all’esattoria comunale. Altri nomi diranno meno ai volterrani, poichè si tratta di giovani di Cecina, di Follonica, di Campiglia i quali stavano in città per ragioni di studio, allievi delle “Tecniche”, come si diceva allora, in San Michele.

E poi il ricordo di Enrico Fiumi, un nome che dice tanto ai volterrani. Ma non c’è ovviamente qui lo studioso, l’uomo rigoroso per ingegno e dirittura morale che tutti abbiamo apprezzato e che ancora rimpiangiamo. Enrico Fiumi è in quelle pagine con i pantaloni corti dei suoi 12 anni, con lo strano soprannome di Agghigna. E’ lo scout dei nemici della Mano Nera, è il ragazzo che passa un intero pomeriggio sdraiato sopra il lavatoio di Docciola a spiare le mosse della banda avversaria. Chi se lo sarebbe immaginato?

E’ con lui un altro ragazzetto di nome Gottardo Caluri, che nei suoi ultimi anni era un relitto umano ormai, provato da tante esperienze. Eppure eccolo lì, nelle pagine di Igino Genovini, descritto vispo ed astuto, in grado di sottrarre come un falchetto dalle mani altrui uno di quei misteriosi messaggi della Mano Nera che sono alla base di tutte le avventure narrate.

E poi c’è nel libro (pag. 8-24, cap. II) un processo immaginario al tribunale di Volterra, a causa del gran guaio causato da Giannelli Antonio sedicenne, il quale con modi veramente un po’ brutali stritolò la paglietta al Saturnali. Fu appunto in una cazzottata di quelle buone fuori Porta Fiorentina che il Giannelli fece a pezzi la preziosa paglietta del Saturnali – Pettorali. Il processo, quasi tutto in versi, dura dal 1. al 3 giugno 1920: presidente il valente magistrato cav. Camaleonti, P. M. il cav. Puliscipenne, P. C. il chiarissimo avv. Bruno Ciuccianespole, difensore il valente avv. Giovanni Frustaragnoli.

L’esilarante vicenda (che pur in maniera correttissima mi sembra echeggiare nell’andazzo il ben più famoso quanto boccacesco “Processo di Sculacciabuchi”) si conclude, per la cronaca, con una condanna a metà per il Giannelli: “Visto che dal processo è risultato (e nessuno finora lo contesta) che un valore più grande è stato dato alla paglietta invece che alla testa; visto che l’imputato è reo confesso; visto però che emerge all’evidenza che il Giannelli l’errore l’ha commesso per essere in stato d’incoscienza; visto altresì che spesso il reo s’affanna e piglia i cocci e picchia e rompe a caso, il regio tribunale lo condanna ad essere menato per il naso”. Il Giannelli viene subito scarcerato ed esce dalla gabbia tripudiando la condanna che sarà applicata dai suoi compagni di gioco e d’avventure. Il Saturnali-Pettorali si recherà ai bagni di Mummialla per consolarsi delle emozioni patite!

Altri ragazzi dunque, ed anche un’altra Volterra. Nelle pagine poco si indulge a descrizioni ambientali, poiché è la narrazione avventurosa che conta. Ma, qua e là, ci sono citazioni di luoghi oggi scomparsi o radicalmente modificati. La Vallebuona, teatro di molti episodi, non c’è più. Nella Mano Nera si parla della rotonda dove si giocava a pallone e, di un praticello triangolare, più oltre, verso il Gioco Nuovo, chiamato “piazza Ciabatta” per il fatto che vi aveva posto le tende un modesto circo equestre pomposamente chiamato “Gran Circo Americano Zavatta”. Per i volterrani, amanti in ogni tempo di soprannomi, il battesimo dallo spagnolesco Zavatta al nostro Ciabatta il passo era stato breve.

E modificata è la piazzetta della Pescheria (oggi inizio di via Lungo le Mura del Mandorlo, anche se il rione, almeno per gli anziani è rimasto) con il suo loggiato per la vendita del pesce da dove era agevole, tramite una porticina, scendere sul terrapieno di Vallebuona. Al posto del loggiato oggi c’è la casa Bertini. Via Sarti ha il nome dell’Eroe dei due mondi, come fu per breve tempo chiamata negli anni ’20; all’angolo con via Guidi (oggi Matteotti) c’era la cartoleria Cosi dove vien lasciato il primo biglietto della fantomatica organizzazione, innesco per tutta la storia. Meno varianti per altri luoghi; da Docciola, sovrastata dal Campo della Denda, una cui fetta di verde rimane degradante fra i nuovi quartieri di via degli Orti di Sant’Agostino alle mura medioevali, al viale dei Ponti, da piazza dei Priori al vicolo dell’Oro, da San Michele al Duomo, etc. Nè mancano notizie di sport, poichè molti dei giovani protagonisti son già dediti al calcio in Vallebuona appunto. Un intero capitolo, il quinto, dal titolo “Giocatori Burlati”, li riguarda da vicino, in prosa ed in versi con l’esotico appellativo di Foot-Ballers. E sono ricordate la Juventus e la Fulgor, due delle squadre che hanno preceduto di alcuni anni la nascita ufficiale della Volterrana. “O baldi giocatori di pallone, che ruzzate laggiù da mane a sera, prestateci un momento d’attenzione… spesso vedemmo il povero pallone volare negli Scarichi e al Concino, colpito dal potente pedatone di Gigi, del Pisano, di Poldino. E spesso vi sentimmo urlare in coro: Citrullaccio! Popone! Pomodoro! Arbitro caro, a te qualche parola: se vedi un giocatore senza maglia cerca di fargli un po’ di camiciola; allora ti daranno la medaglia e per farti maggiore premiazione ti schiafferanno poi sulla Nazione”. C’è tanta differenza da quando la Volterrana giocava in Vallebuona, negli anni ’50, su quel campo che poi necessariamente gli scavi del teatro romano hanno ingoiato?

Ora, dopo tutto questo, mi venne la voglia di conoscere l’autore, almeno per lettera, dato che da tanti anni non risiedeva più a Volterra, ma a Roma. La risposta di Igino Genovini è stata pronta, cortese, infiorettata da intelligenti e gustose battute, come si addice ad un volterrano che non dimentica il nostro spiritaccio toscano anche se da oltre mezzo secolo lontano dal Poggio.

Ecco dunque, la sua biografia. Genovini è nato a Volterra il 31 gennaio 1899. Entrato in ruolo per concorso come impiegato presso il Provveditorato dell OO. PP., ha lavorato nella burocrazia statale per 44 anni in varie sedi (Firenze, Palermo, Napoli, Roma, Ancona e di nuovo Roma). Ben presto emarginato per non aver aderito al fascismo e nonostante che fosse riuscito con un impegnativo studio a diplomarsi geometra, rimase fermo in carriera fino alla liberazione. Allora recuperò il tempo forzatamente perduto raggiungendo in breve il grado di geometra capo nell’Amministrazione di competenza, fino a godere il papato di pensionato. Oltre al libro sulla Mano Nera, è autore, con lo pseudonimo di Ennio Viggioni di un volume in versi (“La Profana Commedia” – Raccolta di satire diffuse clandestinamente in Roma durante la tirannide fascista e l’occupazione tedesca – Ed. Morara. Roma, 1944 e 1956). L’uzzolo del far versi e… versacci, come mi scrive spiritosamente, risale infatti anche al periodo volterrano, allorchè collaborava con lo pseudonimo di Calabrone sul nostro Corazziere. Così come poi avvenne su di un giornale umoristico di Palermo con la rubrica “Lettere a Filomena” e sul settimanale “Fascino letterario” di Ancona. Aggiunge: “Soprattutto ho coltivato il mio hobby nell’ambito degli uffici, ove i colleghi diventavano eroi o vittime dei miei parti letterari ed io mi guadagnai il titolo di poeta ufficiale del Provveditorato delle Opere Pubbliche e successivamente dell’AASS, oggi ANAS”.

Ecco questo è Igino Genovini: un volterrano d’altri tempi che ha trovato nello scrivere un diversivo ad epoche politicamente ingrate ed al tran-tran del lavoro quotidiano. Soprattutto un uomo che in varie parti d’Italia ha onorato la città natale alla quale lo lega, se non per altro, lo scherzoso ma solido filo della Mano Nera del lontano 1920.

© Pro Volterra, PAOLO FERRINI
I Cento Giorni della Mano Nera, in “Volterra”