Questo studio offre un contributo alla conoscenza della vita familiare e quotidiana e dei luoghi di Volterra e delle sue pendici nel 1429 – 1430. Si basa sullo spoglio completo del registro 271 (più di 900 fogli) e parziale del 193 (enti religiosi), conservati nel fondo del Catasto dell’Archivio di Stato di Firenze.

Cittadini e gente della campagna indossavano abiti di lana tessuta più o meno finemente o di lino che era più pregiato e quindi meno comune. Taviano Buonamici ne teneva in casa una tela di 20 channe per suo bisogno, e Lazzero Serguidi, era debitore di 8 lire verso un Michele da Padule in Pisa proprio per pannilini.

Le vesti avevano vari colori, in generale poco vistosi: bruni, carminati, rosati, grigi, neri, bianchi. Le donne usavano la gonnella. Caterina vedova di Tiano di Biagio metteva del denaro da parte per farsene una. La gente di rango indossava la cioppa, sopravveste ampia e lunga fino ai piedi. Una cioppa bruna stimata 10 lire apparteneva ad Antonia, lasciatale per testamento dal padre Bartolomeo di Bruno; una rosata da donna era stata prestata da Ercolano Contugi a Selvaggia Cimini.

Le cinture erano accessori di valore per gli abiti più belli e potevano essere impegnate nel bisogno.

Nel mondo di allora infatti l’abito «faceva il monaco» e l’indossare gonnelle, cioppe o altro indicava il censo dei cittadini. Ginevra moglie di Matteo Maffei doveva ancora avere 340 lire di dote e gli faranno mettere in vestire e gioielli (necessari al rango); un qualsiasi canonico della cattedrale utilizzava la rendita della prebenda per la vita e vestito per lui e pel chericho…

Le famiglie abbienti comperavano le stoffe di pregio anche dai mercanti di Firenze: i Cafferecci da Giovanni Bini e compagni (panno scharlattino); Bonifazio Pardi dal fondaco del ritaglio in Calimala di Paolo Adimari (per panno levò per Piero suo chognato); Biagio Guardavilla dal setaiolo Mariano di Gherardo; i Guidi, da Zanobi di Iacopo e compagni setaioli e da Carlo del Toso e compagni merciai.

Consuetudine del tempo era il vestire, calzare e spesare i fanti e le donne ospiti in famiglia. Antonio Broccardi teneva tre fanti e sei cani per l. 40 salario annuo, e chalzare e vestire, pane, vino e paschi e ghabelle, l. 100 … e j donna in chasa, la chalza e la veste e dalle le spese, l. 16. Michele Incontri, eccezionalmente, dichiarava i suoi salariati senza il pane e il vino e il vestire.

Per quanto riguarda gli enti religiosi, lo spedale di S. Maria doveva provvedere al vestire delle otto bocche stanziati, con una spesa di 5 lire a testa, cioè per un abito semplice, da servitore. Lo stesso avveniva in S. Giovanni di Orticasso, dove per un fante con la moglie si pagava per loro spese e vestire oltre al pane, l. 4426.

Gli abiti dei cittadini venivano confezionati con le stoffe prodotte nelle botteghe locali, la cui attività era tanto nota che Iacopo II d’Appiano, signore di Piombino, ne aveva richiesto la presenza nella sua città. Dice il catasto: [i Guidi] hanno un trafficho di arte di lana a Pionbino, chapitale loro l. 150 e del danaro è del Magnificho Signore di Pionbino che prestò loro d’amore e di grazia già anni due e hanno a tenere anni 3 perché il Signore fa per di rizzare l’arte della lana a Pionbino che mai non vi lavorò…

La floridezza dell’arte è ricordata già dal numero dei lanaioli, circa una quarantina.

Erano: Andrea di Comuccio; Andrea di Filippo d’Andrea; Antonio di Giovanni di Compagno e figli; Antonio di Niccolaio di Guido; Antonio di Pasquino (Broccardi); Antonio di Taviano della Baccia o Zacche socio dei Cafferecci; Bartolomeo di Bartolomeo e nipoti (del Bava); Bartolomeo di ser Giannello di Iacopo (Picchinesi), socio dei Lottini; Bartolomeo, Catelano e Alessandro di Niccolaio di Cecco; Bartolomeo, Guasparre e Michele di Piero d’Andrea (Visconti, tutti accatastati separatamente); Bartolomeo di Ricciardo Covazoni; Cristoforo di Matteo di Guerrieri socio di Giovanni di ser Guido; Francesco e Iacopo di Cino del Liscia soci di Sasso di ser Rinieri; Giovanni di Balduccio nella bottega di Luca di Ciacco; Giovanni di Bindo di ser Iacopo (Bindi); ser Giovanni e ser Piero Cafferecci in società con Antonio di Taviano della Baccia; Giovanni di Giusto di Francesco della Bese (ha in casa 100 libbre di lana vendemmiale bianca, stimata 10 lire).

Giovanni di ser Guido socio di Cristoforo di Matteo e forse anche di Michele di Francesco di Giusto Dini; Giovanni, Angelo e Zaccaria di Guaspare di Tomme (Marchi); Giusto di Iacopo Zucca; Guglielmo di Nuccio; Lodovico del m.o Piero Lotteringhi; Lotto di Iacopo di Manetto Lottini con Bartolomeo Picchinesi; Luca di Giovanni di Feo (Luca di Ciacco); Marco di Giusto Bertini; Matteo di Piero Brandini e il figlio Piero; Mercatante, Gentile e Salvatico Guidi; Michele di Francesco del Babbo; Michele di Francesco Dini socio di Giovanni Serguidi; Michele di Giovanni Gherarducci; Nanni di Nardo di Mone; Nanni di Simone; Niccolaio di Giovanni Mannucci; Nicoloso di messer Musciatto (Rapucci) con bottega assieme a Piero Brandini; Paolo di Nuovo; Piero di Michele di ser Cecco (Incontri); Potente di Giusto; Riccobaldo di Biagio di Francesco; Sasso di Rinieri di ser Potente che faceva una bottega di lana per i del Liscia; Taviano di Piero di Cecco. Segnaliamo anche Iacopo di Giusto e Francesco di Matteo dalla Nera clienti di Biagio Guardavilla, per olio e lana vendemmiaI e lib. 37, 104 lire27.

Dieci lanaioli erano anche comproprietari di una caldaia-tintoria in contrada di S. Stefano, vicina al lavatoio del Comune, gestita da Giusto di Giovacchino. Dei tiratoi invece si trovavano presso la chiesa di S. Michele loro proprietaria, e forse a Docciola (del Comune). Uno era stato affittato per 9 lire a Michele del Babbo e ai figli28.

Le botteghe degli artigiani contenevano lana da lavorare o lavorata, olio e utensili: pettini, cardini, stadere per pesare.

La lana era chiamata in molti modi: lana grossa e soda, lana nostrale sciolta dai pannicelli, lana arighotta, lana vendemmiale e maggese (le due tosature annuali), lana vendemmiale biancha, lana sottile per fare i panni, lana filata da fare un panno, lana soda grossa charminata, lana maggese nera, lana sottile da pannicello tra biancho e bruno, lana maggese tra biancho e bruno grossa d’arbagia (rozza, grossolana), lana sudicia chosta a peso, lana grossa non oprata biancha e soda; fioretto (di qualità migliore) nostrale alle telaia (ai telai), stame di fioretto bigio nostrale, stame sottile e grosso filato o non filato, stame sottile bigio filato, stame grosso nero, stame d’arbagio bruno, stame filato biancho e sottile di lana pelata a santo Matteo, trama biancha filata di santo Matteo, trama, trama bigia filata, trama d’arbagio bruno filato, trama sottile e bigia.

Semilavorati e prodotti erano: panno albagia rozzo, panno albagia alle telaia, albagia nero rozzo, mezza tela d’arbagio la quale si tesse, una tela di panniciello biancho la quale si tesse, pannicelli bruni, pannicelli rozzi e sodi, pannicelli parte nei pettini e parte filati, panni rozzi e sodi, schanpoli e panni chonpiuti, panni di cholore e schanpoli di più ragioni e pezzetti di panni interi, tele di pannicelli, pannicelli chonpiuti, pannicelli chon trama soda29.

Le botteghe della lana davano lavoro a filatori, cardatori, sodatori, orditori, tintori e altri operai purtroppo poco citati nel catasto. I del Liscia avevano 400 libbre di lana vendemmiale alla a lavorare Niccholaio di Michele di Ceccharello; i Picchinesi erano debitori di Nicholaio di Nanni Charnaccia al quaderno dei lavoranti; Paolo battilano (ungeva e batteva la lana) da Firenze aveva affittato una casa in contrada di S. Angelo; Nanni di Piero di Lapo faceva il tessitore ed era menzionato come tale dai Nardi. Il catasto di Pisa invece lo ricorda di 78 anni e residente in questa città con il figlio Bartolomeo e la sua famiglia.

Una volta ottenuto il panno, il pelo che ricopriva la superficie veniva rasato dai cimatori con speciali forbici dette appunto da cimare. Il cascame ottenuto, la borra, era usata per l’imbottitura di selle e basti.

Faceva il cimatore Nanni di Francesco Trombetta. Aveva la bottega a palazzo Baldinotti e vi teneva 3 paia di forbici da cimare, un bancho chon un chanceIlo, 3 tavole da soprastare e panni, quattro paia di chardi, una bilanciuola, un bancho da sarto, un paio di forbici da tagliare panni. Il figlio Francesco aveva sposato Angela Cardini e il lanaiolo Nanni del Liscia aveva fatto il mallevadore per la dote.

Un secondo cimatore era Ercolano di Francesco da Siena, affittuario di un abituro sotto la casa dei Cimini. Lavorava in una bottega in contrada di Piazza a pigione da Lotto di Gadduccio e dichiarava 5 paia di forbici da cimare e un bancho. Suoi clienti erano il lanaiolo Niccolaio Mannucci e il sarto Piero di Nanni.

Le stoffe poi venivano tagliate secondo la misura desiderata dal cliente. Gli artigiani addetti erano chiamati ritagliatori ed esercitavano l’arte in due fondaci.

Il più noto era quello di Morellaccio, cioè Antonio di Michele di ser Cecco Incontri, gestito per metà con i Guidi e con Iacopo Incontri (un quarto ciascuno). I due locali sulla piazza dei Priori erano affittati dalla cappella dei Forti e contenevano mercanzie che, alla data del 29 maggio 1429, valevano 2504 lire. Vista la quantità, gli ufficiali del catasto avevano preso tempo per imporre le tasse. Una aggiunta alla posta infatti riporta: Ragionano detti debitori e trafficho la parte di detto Michele l. 5240 e altrettanti acchatastati a la ragione di Merchatante di Giovanni e a la ragione di Iachopo di Benedetto … l. 2010. Mercatante precisava però che la chonpagnia è partita ma non trovano, perché Antonio di Michele è a Firenze.

Il secondo fondaco del ritaglio si trovava sotto la torre di casa Mannucci ed apparteneva a Francesco Cinciotti e a Bartolomeo Paganellini. Aveva un giro d’affari inferiore e i crediti e le mercanzie erano valutati 803.5.6 lire. Anche il Paganellini stava in ostaggio a Firenze e il rendiconto sul fondaco aveva dovuto aspettare il suo ritorno.

Altri ritagliatori citati dal catasto erano tutti forestieri: Andrea Mancini e compagni da Firenze, Tommaso Bartoli da Firenze e Ciolo e Rinieri Benedetti di Pisa. Un Giovanni di Giovanni e un ser Francesco d’Ambrogio sono ricordati senza patria.

Infine i sarti: uno era Nanni di Puccio che con il figlio Piero aveva la bottega a palazzo Baldinotti, subaffittata a Leonardo di Bartolomeo di Baccione per chucire e scemare. C’erano poi Matteo della Magna (Germania), affittuario di una seconda bottega a palazzo Baldinotti, e Paolo di Paolo Ungaro che teneva la sua in contrada di S. Angelo a pigione dal prete ser Benedetto Mannucci. Aveva smesso il mestiere Arrigo Ormanni, ottantenne e forse inabile con dei figli calzolai. Un Luca d’Arrigo (il figlio?) invece vendeva panno. Ma su di lui abbiamo pochissime notizie.

Era omonimo dell’Ormanni citato, un Arrigo d’Ormanno della Magna tessitore di pannilini e tovagliaio. Lavorava in una casa affittata dai canonici e dichiarava come debitori il conte Fazio della Gherardesca, messer Giovanni Incontri, lo spedaliere Iacopo di Bartolo e il sarto Matteo, suo compatriota.

Se Ughetta Baldinotti era comproprietaria della botteghe del suo palazzo, il figlio Giusto Landini aveva avuto relazioni con sartorie e artigiani provenienti anche dall’Europa centrale: con Matteo della Magna che abitava a Peccioli, con maestro Adamo sarto di Pisa (suo chonpangnjo), con Ranieri setaiolo e Giovanni Boezio tutti sempre di Pisa.

Poche note ricordano i sarti Benedetto di Michele e i defunti Bartolomeo da Verona abitante a Castelnuovo e Biagio di Pace da Firenze. Vale lo stesso per le numerose donne che lavoravano d’ago. Sappiamo solo di una Lucia d’Antonio della contrada di Pratomarzio che aveva cucito delle tele al falegname Guaspare di Naldo30.

© Paola Ircani Menichini, PAOLA IRCANI MENICHINI
III. Società e lavoro in città e nelle pendici, cap. 6 e 7, p. 43, 44, in “Il Quotidiano e i luoghi di Volterra nel catasto del 1429-30”, Ed. Gian Piero Migliorini, Volterra, a. 2007
26 Crediti di Ercolano Contugi, f. 340v: Manna Selvaggia vedova di Piero di Giovanni Chamini (sic) per una dopa rosatta da donna gli prestò I. 34; crediti di Antonia vedova di Iacopo di Mariano,
f. 43r: Bartolomeo d’Andrea di Bruno padre di detta manna Antonia per j ciopa bruna gli lasciò già fa anni lO per suo testamento, l. lO.
27 cfr. il numero e i nomi con FIUMI, Popolazione … , o.c., p. 145 e PINTO, Lineamenti … , o.c., p. 121. CASINI, Il Catasto … , o.c, p. 277, ricorda Luca di Iacopo da Volterra lanaiolo. Sull’attività nel passato di Antonio Broccardi, gli acquisti fatti a Pisa e a Firenze, i panni inviati a Prato o a Firenze per la tintura, i lavoranti ecc., v. PAGLIAZZI, Caratteristiche … , o.c., pp. 19 e ss.
28 v. PINTO, Lineamenti … , O.C., p. 116: «l’arte della lana produceva panni in genere non sottoposti al processo di tintura»; però a p. 120, nota 55 ricorda che «nel corso del sec. XV dovettero essere installate in città botteghe di tintore»; sui tiratoi, v. 193, f. 361v (di S. Michele); BATTISTlNI, Volterra illustrata … , o.c., p. 337 (del Comune).
29 cfr. quanto afferma PINTO, Lineamenti … , o.c., pp. 119, 120.
30 Benedetto di Michele 271, f. 400v; rede di m.o Bartolomeo da Verona f. 340v; Luca d’Arrigo f. 225v; Arrigo sarto, ff. 128r, 274v; sui rapporti di Giusto Landini con alcuni sarti tedeschi, v. A.S.P., Fiumi e Fossi, 1543, f. 433r, cit. a nota 8; v. nota 114; su Nanni di Piero di Lapo tessitore di pannilini (78 anni) e il figlio Bartolomeo, dimoranti a Pisa, v. CASINI, Il Catasto … , O.C., 306.