La conoscevano tutti a Volterra, abitava a metà di Via Ricciarelli e stava spesso alla finestra tra trine e pellicce. Viveva con un fratello Washington, detto «Faina», un vecchio fascista, marciò su Roma, piuttosto ridicolo e sopratutto fifone. Entrambi erano continuamente alle prese con i ragazzi e le ragazze che passando sotto le finestre od incentrandoli, li appellavano rispettivamente «Faina» e «Maliusse». In verità lei si chiamava Amalia. E facevano Colivicchi di cognome.

Era la signorina Amalia, senza denti, imbellettata, con grandi collane di corallo, scarpe con i tacchi alti, cappa con collo di pelliccia nera e spille, anelli e fronzoli vari. Era mingherlina, non troppo vistosamente vestita per poter passare inosservata agli occhi della scanzonata gioventù volterrana. Perciò era una cosa normale vedere lui correre dietro ai giovani, minacciandoli chissà quali castighi e trovare lei – con l’ombrellino tenuto a mo’ di lancia – battendo rapidamente i tacchini sul lastricato, all’inseguimento di singoli o di gruppi di scocciatori.

lo la conobbi meglio in Via San Felice, laggiù vicino alla Porta dove c’è la chiesina, proprietà di un suo parente. Eravamo nel 1930, un periodo particolarmente difficile per Volterra. La miseria in San Felice ci si vedeva bene. La San Felice di quell’epoca era abitata, tra gli altri, da Paris, marito dell’Aspasia, da Nocca, il cantatore della macelleria di Lorenzo, Teofilo alabastraio, Doddo, i Marcellini, la Zela con il marito portiere all’ospedale, Buriella con la moglie Abissina, la figlia Budidola e Lini, la Gigia di cui erano note le doti di preveggenza, infatti segnava i «bachi» a noi ragazzi, l’Annona di Bugheri e molti altri. Insomma era una vita colorita, sana. Noi ragazzi giocavano o nella corte «di dietro» ai piedi del palazzo Campani, oppure in fondo alla strada, vicino alle scalette di Porta San Felice, a due passi dalla via dei Castrucci e dalla sorgente di acqua salata, oggi andata dispersa.

Ricordo tra gli amici, Osvaldo Mechini (caduto in Marina nell’ultima guerra), Vasco della Noemi (Vigilucci, oggi Padre Lino camaldolese), Lilli Bellacchini, Mauro Ghilli, Enio Babastrelli ed alcune amiche come la Milena di Teofilo e la Brunetta. Un giorno appunto che eravamo a giocare sulle scale di San Felice, un po’ tutti trasandati nel vestire, arrivò questa minuscola gran signora, tutta imbellettata, con vezzi di corallo, spilloni d’oro e corallo, pelliccia nera, tacchi alti, ombrellino… La guardammo a bocca aperta con un misto di stupore e di ironia.

Lei aprì la chiesina e noi timidamente entrammo. Era infatti la prima volta che la vedevamo aperta, ed era anche la prima volta che avvicinavamo la già nota «Maliusse». Poi, siccome io ero già un po’ pratico di cose di chiesa, perché come gli altri, andavo a servire la Messa ed a giocare dai Frati Bianchi a San Francesco, mi feci avanti e mi offersi per fare un po’ di pulizia. Fui subito accettato ed invece di Bruno, mi volle chiamare Brunetto. Così sotto la direzione della signorina Amalia pulii la Chiesina che trasudava di muffa.

Mi accorsi allora che sull’altare c’era una bella immagine della Madonna, pitturata sul muro. La signorina Amalia mi raccontò, quasi come una presentazione, parti della sua vita, delle grandi conoscenze, della sua fulgente giovinezza, tutte cose grandi, fastose, belle. Credo che nella maggior parte fossero cose irreali, ma lei ci credeva e raccontandole era come se rivivesse questi sogni. In seguito mi dovetti sorbire queste storie diverse altre volte, perché con lei ogni incontro era come il primo incontro. Dopo di allora la signorina Amalia aprì la chiesina molte volte e, coadiuvata da donne della via, recitava ad alta voce varie preghiere. Si giunse così ai veri culti mariani, con messe e funzioni pomeridiane officiate da un sacerdote. La chiesina sembrava risorta dall’abbandono e la signorina Amalia ringiovanita e serena – anche perché in San Felice, ormai i ragazzi – non la chiamavano più «Maliusse», la ritenevano una di casa. Era lontano il tempo in cui la signorina veniva assediata in Chiesa dal canto di «Maliusse, Maliusse, Maliusse» e lei, dopo un periodo di sopportazione faceva l’uscita, rompendo l’assedio a colpi di granatate, gridando frasi non molto intonate al luogo da cui usciva ed al suo rango di gran dama. Tutto questo oggi è molto lontano, sembra quasi una novella.

Erano tempi duri, difficili, ma per noi erano belli, perché erano i giorni della prima giovinezza.

© Pro Volterra, Bruno Tertulliani
La signorina Maliusse, in “Volterra”