di Pietro Gazzarri

I Matti del San Giovanni



A metà strada circa tra Saline e Pomarance si trova il casolare di San Lorenzo, meta un tempo di allegre e chiassose scampagnate che finivano con abbondanti merende a base di salame e prosciutto, con altrettanto grandi bevute e con l’immancabile ballonzolo all’aria aperta.

Le comitive, specialmente la domenica perché allora il sabato si lavorava purtroppo tutto il giorno, partivano dal paese al suono di chitarre e mandolini e procedevano ridendo e cantando tra i sassi e la polvere della strada.

Il primo casolare che si incontrava sulla sinistra era il podere detto di San Giovanni, colonia dell’Ospedale Psichiatrico di Volterra che vi aveva allogato un certo numero di ammalati addetti ai lavori agricoli. Si trattava certamente di uno dei primi esperimenti di cura all’aria aperta delle malattie mentali. Questo esperimento deve avere avuto senz’altro un esito positivo sia per gli ammalati che per la popolazione locale in quanto mai si verificò il minimo incidente tra le due categorie di persone, anzi, tra di esse si instaurò addirittura una vera e propria corrente di simpatia.

Io ricordo molti degli ospiti del San Giovanni perché durante le mie gita campestri, li incontravo talvolta a zappare o a segare la messe sotto la guida paziente del bravo Egidio (uno degli infermieri) che li comprendeva e li aiutava senza mai rimproverarli.

Di due di tali ospiti del San Giovanni e cioè di un certo Bracco e di un certo Meini, io conservo tuttora un vivissimo ricordo.

Erano due tipi assai diversi tra loro, ma i loro diversi caratteri concordavano in una spontanea allegria che si comunicava irresistibilmente a tutti coloro che avevano la ventura di conoscerli.

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Bracco era alto, grasso e massiccio e portava con grande dignità un bel paio di baffi a virgola ormai più bianchi che grigi. La sua principale specialità erano le pipe di gesso che fabbricava pazientemente con una abilità incredibile, servendosi di un mozzicone di coltello che aveva scovato chissà dove. A noi giovani di quei tempi distribuiva volentieri una o due di queste pipe in cambio di un po’ di tabacco perchè, diceva: voi avete tanto tabacco e nessuna pipa, io invece, ho tante pipe ma sono senza tabacco.

Si vede che Bracco era un libero scambista e che aveva idee assai chiare in fatto di economia. C’è da meravigliarsi che non gli sia stato assegnato un alto ufficio al ministero per il commercio con l’estero.

La seconda abilità di Bracco era prettamente musicale e serviva anch’essa a procurare «al musicista» un po’ di quel tabacco di cui aveva eterno bisogno. Egli aveva composto una serie di stornelli che, pur corretti nella rima, nel metro e negli accenti; non erano certamenti adatti alle caste orecchie di giovani educande.

Di questi stornelli, conservo un vivo ricordo, ma per niente al mondo mi sentirei di cantarne uno solo, nemmeno in un gruppo di amici spregiudicati.

L’unico «strumento» musicale usato da Bracco come accompagnamento era costituito dalla sua mano sinistra posta a stretto contatto con l’ascella destra completamente nuda. Manovrando poi dall’alto verso il basso il braccio destro, faceva uscire dall’incavo dell’ascella l’aria qui contenuta la quale, cercando disperatamente un varco tra le abbondanti cicce del suonatore, produceva un rumore fragoroso e bestiale come quello che emette il porco affamato in procinto di avventarsi sul trogolo.

Quando la comitiva dei gitanti si avvicinava al San Giovanni, Bracco si poneva in attesa sul ciglio della strada ed intanto accordava l0 «strumento» le cui rauche e possenti note già si avvertivano a distanza considerevole.

Dalla comitiva partivano allora grida gioiose: C’è Bracco, c’è Bracco!

Giunti i gitanti al suo cospetto, incominciavano le contrattazioni: tante cicche o tante sigarette per tanti stornelli.

Raggiunto l’accordo, aveva subito inizio l’esibizione col canto del primo stornello: “Fior di fagiolo”.

Le ragazze del gruppo conoscevano lo stornello e fingevano di tapparsi tutte e due le orecchie facendo l’atto di fuggire.

Ma Bracco non se ne dava per inteso e continuava imperterrito fino alla fine.

Di lì a poco attaccava col secondo dei suoi capolavori: “Fior di patata” e intanto guardava in alto ispirato da qualche visione celestiale mentre dalla possente ascella usciva il ritmico grugnito animalesco.

Terminata l’esecuzione, incassate le cicche, Bracco ritornava al suo asilo contento come una Pasqua e se l’incasso era stato particolarmente buono, non mancava di aggiungere «gratis» un ultimo stornello particolarmente sguaiato: “Fico brogiotto”.

Peccato che un uomo simile non sia vissuto al tempo d’oggi: avrebbe certamente accumulato una enorme fortuna come cantautore e sarebbe stato circondato e applaudito da un folto stuolo di giovinette urlanti le quali non si sarebbero nemmeno preoccupate di fingere di tapparsi le caste orecchie.

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Il Meini era ben diverso da Bracco.

Immaginate un ometto anziano, piccolo e per di più già assai incurvato verso quella terra che di lì a poco non avrebbe mancato di inghiottirlo. Aveva labbra grosse, bavose e come tumefatte. Camminava ad angolo retto con le mani intrecciate dietro la schiena e teneva costantemente fissi al suolo un paio di occhi tristi e mansueti.

Al contrario di Bracco il quale coltivava, come abbiamo accennato, le nobili arti della scultura e della musica, il Meini si sentiva irresistibilmente attratto dalla medicina e dalla filosofia. Egli era insomma, senza minimamente sospettarto, un grande medico e un grande filosofo da annoverarsi tra i seguaci della antica scuola peripatetica.

Nella sua «dottrina» , egli sosteneva che tutti i viventi, passati, presenti e futuri erano morti o sarebbero morti nientemeno che per mancanza di fiato. In sostanza, diceva lui, non vi sono né mali, né malattie di sorta, ma è solo la mancanza di fiato che provoca, la morte degli uomini e delle donne i quali, se fossero stati sempre provvisti di fiato, non sarebbero mai morti ed avrebbero quindi realizzato il loro antico sogno d’immortalità.

Perciò, nell’intento di divulgare questa sua dottrina, il Meini aveva adottato una specie di predicazione che si compendiava nella sua celebre frase: Tutti morti ammazzati col fiato!

Quando il Meini si avvicinava al paese per i soliti modesti acquisti di giornali, di sigarette ecc., si sentiva da lontano la sua voce stentorea che gridava la solita ossessionante frase: Tutti morti ammazzati col fiato!.

Ai primi accenni della sua voce i paesani si facevano sulla strada o sulle porte delle case per accoglierlo festosamente e preparavano intanto i mozziconi di sigarette o di sigari.

Il Meini avanzava curvo, senza degnare di uno sguardo i suoi ammiratori ma sornionamente intento a raccogliere i piccoli doni che gli venivano offerti. E non si stancava di sgranare la sua monotona teoria: Tutti morti ammazzati col fiato; carabinieri, guardie di finanza, guardie di pubblica sicurezza, soldati, caporali, sergenti, marescialli, ufficiali, generali, tutti morti ammazzati col fiato!

Recitando le sue filippiche, il Meini non pensava nemmeno un momento di fermarsi per riprendere fiato e tirava diritto per la sua strada. Se però accennava a riposare la lingua che talora tendeva ad impastarsi e a perdere la consueta scioltezza per il grande uso che ne aveva fatto, subito dal pubblico, partiva una voce di incitamento: – O Meini, o allora?
E il Meini non si faceva pregare: – Tutti morti ammazzati col fiato, i frati, le monache, i preti, le suore dell’ospedale di Volterra, tutti morti ammazzati col fiato!

Se il raccolto di cicche era abbondante, il Meini si comportava come il suo amico Bracco ed ammoniva agli ascoltatori una razione supplementare: – commercianti, bottegai, barbieri, vetturini, muratori, falegnami, stagnini, maniscalchì, tutti morti ammazzati col fiato!

Se invece i frutti erano scarsi, chiudeva ostinatamente la bocca e bisognava pregarlo e ripregarlo affinché riprendesse la filastrocca. E talvolta la riprendeva ma, certamente a titolo di punizione per l’esiguo raccolto, finiva con l’includere tutti i presenti nell’ultimo suo elenco: – Tutti morti ammazzati col fiato, gli operai, le operaie, i capocci, sorveglianti, gli impiegati, l’ingegnere, il direttore della Salina di Volterra, tutti morti ammazzati col fiato!

Povero, caro Meini! lo non so come e quando anche a lui venne a mancare il fiato e se in quell’attimo estremo abbia potuto fare qualche cosa per procurarselo, ma ricordo come fosse ora a sua voce monotona scandire con somma sicurezza le infinite categorie di coloro che già erano morti o che sarebbero morti per mancanza di fiato.

© Pro Volterra, PIETRO GAZZARRI
I Matti del San Giovanni, in “Volterra”
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