L’Europa moderna nasce con la diffusione dei principi dell’illuminismo esaltati dalla Rivoluzione francese: l’età napoleonica spazza via un pò ovunque i residui medievali. Ma per capire l’atteggiamento della Toscana e in particolare di Volterra si deve tener conto che nel granducato si usciva da una luminosa stagione di riforme promossa da Pietro Leopoldo.

VOLTERRA FRA POLITICA, SOCIETA’ E CULTURA DAL RISORGIMENTO ALLA REPUBBLICA

Non sorprende dunque che al di là di qualche cenacolo “giacobino” la tendenza prevalente fu quella moderata. Anche se gli ultimi anni del secolo XVIII videro in continuo, altalenante erigere ed abbattere alberi della libertà, l’affissione di stemmi e di simboli vecchi e nuovi. Non ci furono violenze, neppure nel momento di feroce reazione del “Viva Maria”, che da Arezzo si estendeva all’intera Toscana.

Penso, per esempio, alla figura di Marcello Inghirarni Fei, che prima organizza l’attacco ai francesi, per terra e per mare, risalendo da Bibbona a Cecina, a Livorno, poi si oppone (come può) alla violenza reazionaria, alla controrivoluzione. Nel complesso, anche di fronte a Napoleone i più rimasero indifferenti, nel volterrano, e la maggioranza dei pochi che si mossero remò contro. Sotto i clamori del rullo dei tamburi, che percorrevano tutta l’Europa, in città continuarono a svilupparsi le attività produttive, quale la lavorazione dell’alabastro. Questo mi sembra l’aspetto più interessante da sottolineare, e non solo per l’età napoleonica: al di là dei grandi avvenimenti interni e internazionali, al di là delle clamorose e repentine evoluzioni, esiste l’operosità della gente, il procedere della società civile, a Volterra, che non si lascia deviare o distrarre più di tanto. Quasi un dono della natura per questa straordinaria località, l’essere appartata quel tanto da consentirle un provvidenziale distacco dagli eccessi delle passioni di qualsiasi colore.

Non di meno il regime napoleonico colpì a fondo la società volterrana, provocando non poche reazioni e irritazioni: la coscrizione obbligatoria spinse molti giovani a darsi alla macchia; l’introduzione del catasto provocò le imbronciate resistenze dei proprietari. Nessun rammarico dunque, allorché nel maggio del 1814 fu ripristinata la sovranità di Ferdinando III: anzi un clima generale di festa accompagnò l’avvenimento. Volterra ritrovò la sua quiete, il suo isolamento, attratta più dalle proprie vicende, quelle municipali, che non dagli avvenimenti lontani, seppure grandiosi. Cosciente delle peculiarità delle proprie tradizioni e della propria storia, orgogliosa di quella naturale, serena bellezza che tanto affascinava chi riusciva a penetrarla, come il poeta Camille Corot. E anche Manzoni come pure altri ospiti del prestigioso gabinetto fiorentino di Giovan Pietro Vieusseux, quali Leopardi Giordani e Tommaseo, vollero visitarla.

La lunga stagione dei Lorena, in particolare di Leopoldo II, segnò per Volterra un miglioramento della viabilità, specie per i collegamenti esterni, un incremento delle saline e delle miniere di rame, una maggiore attenzione alle scuole, anche femminili, ed al seminario dove aveva studiato il giovane Giovanni Maria Mastai Ferretti, il futuro Papa del “Benedite, gran Dio, l’Italia”. C’è un ritorno della presenza della Chiesa, dopo il “Iaicismo” di Pietro Leopoldo. E c’è anche un ritorno alla carcerazione per attività liberali e reati d’opinione, specie dopo i moti carbonari del 1820-21 e ancora di più dopo quelli del 1830-31. Non mancheranno, alla fortezza medicea, ospiti illustri negli anni del Risorgimento. Da Michele Carducci, il padre di Giosuè, compromesso nei moti liberali del 1830, che a Volterra trovò la futura sposa, Ildegonda CeIIi, a Francesco Domenico Guerrazzi, nel 1849, dopo la sfortunata esperienza di governo a Palazzo Vecchio.

Volterra non fu mai un covo di cospiratori. Né la massoneria, né la carboneria ne fecero un centro vivo della loro azione. L’elezione del Vescovo di Imola al soglio pontificio, nel 1846, col nome di Pio IX sollevò entusiasmi più per i suoi trascorsi volterrani, nel collegio di San Michele (alla scuola del grande astronomo e geografo Giovanni Inghirami) che non per la fama di “liberale” che ne aveva accompagnato l’elezione. Le stesse auspicate riforme non scossero i volterrani in modo particolare. La guardia civica – che nella loro mente doveva servire soprattutto alla sorveglianza del carcere – presentò più aspetti negativi che positivi, essendo gratuita e obbligatoria. Quanto alla libertà di stampa, essa non portò al sorgere di alcuna nuova testata – nonostante il proliferare nell’intera regione, specie nelle città universitarie e a Livorno – anche se è innegabile una maggiore circolazione delle idee. Ne è prova la partecipazione di numerosi volontari volterrani (si parla di una quarantina), giovanissimi, al battaglione toscano, quello di Giuseppe Montanelli, che si distinse eroicamente – è il caso di dirlo – a Curtatone e Montanara nel 1848.

La città, moderata, restò fedele al Granduca. Plaudi a Guerrazzi solo finché governò per volontà di Leopoldo; ma fu centro attivo della controrivoluzione quando si trattò di allontanare il demagogo livornese dal potere.

Ma il ritorno del Granduca sotto protezione austriaca e il ritiro della carta costituzionale e delle altre concessioni creò quella frattura col sovrano, comune a gran parte dell’aristocrazia toscana e ai liberali moderati in genere.

La guerra del 1859 vede una cinquantina di volterrani, quasi tutti alabastrai, schierati a fianco dei piemontesi, o nei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi. Ma non meno importante fu la rete dell’associazionismo e del mutuo soccorso che prese allora piede a Volterra, per le raccolte di fondi o altre iniziative.

Garibaldi non si recò mai a Volterra: l’aveva sfiorata di notte, in fuga, diretto a Sud, braccato da tre eserciti dopo la malinconica conclusione della Repubblica Romana, nell’estate del 1849.

Pio IX, che era appunto “di casa”, vi si era recato da Papa nell’agosto del 1857, facendo registrare il “tetto” nella raccolta delle offerte: base cospicua per l’erigendo ospizio di mendicità e poi per l’ospedale psichiatrico.

Vittorio Emanuele Il ne avrebbe varcato le mura nell’ottobre del 1861, da pochi mesi Re d’Italia. In ognuno di questi casi – è facile intuirlo – apoteosi e acclamazioni.

Con il Regno, ecco il Parlamento con la Camera elettiva.

Le consultazioni elettorali politiche, a suffragio ristretto, vedranno a lungo Celestino Bianchi, l’amico di Ricasoli, prevalere nel Collegio. Fino al 1874, data del primo volterrano eletto a Montecitorio: quel Niccolò Maffei che come gonfaloniere e poi come sindaco aveva ispirato e in qualche modo incarnato il momento patriottico volterrano. Privo di sudditanze nei confronti dei fiorentini, determinato a tutelare le scelte autonome di Volterra e a battersi in favore di programmi più avanzati, quali quelli portati avanti dalla “nuova sinistra”, non disdegnando neppure i voti e l’appoggio dei cattolici.

La storia, cari amici, non è solo politica. C’è, per esempio, l’economia, che merita qualche parola. Il livello generale delle condizioni di vita a Volterra dipendeva in larga misura dalla lavorazione dell’alabastro e dal conseguente andamento sui mercati: prima attraverso le botteghe artigiane, poi con le fabbriche che promuovevano il processo di industrializzazione ed estensione del commercio. Bene gli anni sessanta dell’Ottocento, immediatamente successivi all’unità, male gli anni settanta, di recessione, malissimo il decennio successivo, anche per la guerra doganale con la Francia, intrapresa con qualche leggerezza da Francesco Crispi, che soffocò il mercato di export più importante, quello di oltralpe.

Fabbriche chiuse, disoccupazione crescente, sviluppo del solidarismo mazziniano, e insieme dello spirito filantropico, del mutuo soccorso: la prima associazione del genere, in ordine di tempo, era sorta nel 1851, fatta da alabastrai con presidente Comingio Solaini; l’altra di un certo peso, la Fratellanza artigiana, fondata nel 1870, politica, massonica, mazziniana, tutta protesa ad assicurare l’istruzione popolare.

A proposito di istruzione, nella seconda metà dell’Ottocento fioriscono scuole elementari pubbliche e private, anche serali, opera il ginnasio-liceo dei padri Scolopi e il convitto di San Michele e il mondo culturale ruota intorno all’Accademia dei Sepolti, al museo e biblioteca Guarnacci, all’Accademia dei Riuniti e ad istituti volti alla tutela del patrimonio artistico tipo l’opera del Duomo: una vitalità, in un complesso di centri attivi, tutt’altro che secondaria.

Ma torniamo alla politica. Maffei domina la scena volterrana, anche sul piano delle consultazioni amministrative, fino al 1882. Travolto, più che dal candidato dirimpettaio, Mario Ricciarelli, (liberale con forti venature democratiche) dal nuovo sistema elettorale, che tenne fuori dal Parlamento, per il decennio 1882-92, un rappresentante di Volterra.

Per quarant’anni i monarchico-liberali avrebbero controllato il comune.

Nell’ambito nazionale si possono ricordare le simpatie iniziali per Francesco Crispi, presto rientrate di fronte alla sua politica eccessivamente autoritaria, alla ricordata “guerra doganale”, alla tragica impresa d’Africa, che costò a Volterra non pochi sacrifici di vite umane.

Quanto ai sacrifici, in questo caso di natura economica, non mancarono certo nella seconda metà dell’Ottocento, tanto da rendere talora aspra a Volterra la questione sociale. L’affare del grano nel 1880, con l’arresto e la condanna di numerosi operai; i moti del 1893 conclusi con la modestia delle pene solo per la serrata difesa degli imputati da parte di Enrico Ferri, che fece valere le moderne teorie lombrosiane diffuse da Scipio Sighele, secondo le quali in un delitto di folla la responsabilità individuale è minima.

Nell’ottobre del 1894 la violenta reazione di Crispi colpisce il circolo del “Martello”, la testata dei socialisti volterrani sorta pochi mesi prima, di carattere gradualista, positivamente innestata nella tradizione della locale fratellanza artigiana.

Sono quelli gli anni nei quali si inverte la tendenza nella crisi del settore della lavorazione dell’alabastro: con la nascita della cooperativa, che riuscì a realizzare il monopolio delle lavorazioni, eliminò la dispendiosa concorrenza fra imprese e botteghe, stabilì limiti alla produzione per stare sul mercato.

Gli anni che ci accompagnano alla fine del secolo sono quelli che registrano il punto massimo, quasi di rottura, per la questione sociale. Questione che raggiunge i livelli più alti di tensione per una causa generale, e cioè per l’aggravarsi della recessione economica sul piano internazionale, con echi immediati e conseguenze ancora più disastrose in Italia in quanto paese strutturalmente povero.

Dell’esistenza di una “questione sociale” anche in Italia, direi soprattutto in Italia, se n’erano resi conto assai poco i liberali, a parte certe frange ancora minoritarie, e assai di più i cattolici e i socialisti. Fra l’altro si deve ricordare che i cattolici volterrani si erano inizialmente mossi senza imbarazzi nel sentirsi devoti credenti e buoni cittadini (secondo i canoni del cattolicesimo liberale); poi, – attraverso la sezione locale dell’Opera dei Congressi – si erano spostati sulla linea di intransigente rifiuto dello Stato liberale-unitario invocata da Pio IX. Rivelando tuttavia una forte sensibilità per le aperture sociale auspicate da Toniolo dopo la Rerum Novarum di Leone XIII del 1891.

l socialisti, per l’attrazione e la penetrazione esercitata sulle masse, agitando i problemi del mondo del lavoro, saranno i loro naturali avversari. Ma la reazione del 1898 colpirà entrambi i movimenti come sovversivi.

Ben più prudenti a Volterra i liberali, che dalle pagine del “Corazziere” accompagneranno prima la energica attività repressiva del generale Heusch, prendendo poi le distanze ed accostandosi a quella sinistra costituzionale che avrebbe avuto in Zanardelli e Giolitti i principali artefici della clamorosa “svolta”, successiva al regicidio, all’alba del nuovo secolo.

L’età giolittiana, anche per Volterra come nel resto del centro-nord, rappresentò una fase positiva per la crescita economica, politica, sociale della città. Si pensi all’ospedale psichiatrico, allo sviluppo della lavorazione dell’alabastro, alla crescita delle organizzazioni del mondo del lavoro.

Senza con.questo che il partito socialista – con portavoce prima “Il Martello” di Arnaldo Dello Sbarba e Giulio Topi e poi “la Fiamma” – ne traesse vantaggio tale da invertire una tendenza consolidata, che vide costantemente prevalere nel collegio politico il candidato liberale, Piero Ginori Conti, che resterà a Montecitorio dall’inizio del secolo fino al 1819, allorché sarà nominato senatore.

Se il composito mondo liberale fu agitato anche qua da contrasti interiori, ben più travagliato dalle correnti interne fu il partito socialista, che mancava a Volterra, per intenderei, della carica dirompente e rivoluzionaria dei compagni della vicina Piombino.

Neppure i “blocchi popolari” di radicali, socialisti e repubblicani – stretti intorno alla figura di Ferruccio Niccolini, personalità di notevole spessore politico e civile – riuscirono ad infrangere l’egemonia liberale: nelle elezioni del 1913, le prime a suffragio universale maschile, si assisterà a Volterra all’incredibile convergenza sul nome di Ginori Conti sia dei massoni che dei cattolici, partecipi ormai al confronto elettorale politico a seguito degli accordi del “Patto Gentiloni”.

Per merito essenziale di Piero Ginori Conti, il 15 settembre 1912 a Volterra giunse la ferrovia: non a caso il piazzale antistante la stazione reca il nome del deputato liberale, che era riuscito a fare assumere allo Stato – in virtù di un preciso emendamento nella fase di approvazione di una legge di nazionalizzazione – l’onere di una linea ferroviaria ancora da costruire.

Tre anni prima, 1909, la città è al centro degli interessi e dell’attenzione del mondo della cultura: nell’”erma Volterra”, nella “città di vento e di macigno”, Gabriele D’Annunzio ambienta il suo celebre romanzo “Forse che sì, forse che no”.

Partecipe, ma senza violenze, agli scioperi della settimana rossa, sostanzialmente neutralista nei mesi precedenti l’entrata in guerra, Volterra si aprì al tripudio interventista nel maggio del 1915, pagando poi nel dramma del conflitto un contributo di sangue elevatissimo: trecentocinquanta caduti, cento mutilati.

La città, fedele alla sua tradizione, non condivise certi eccessi del dopoguerra: ma le elezioni del 1919 fecero registrare comunque il trionfo dei due partiti di massa, socialisti e popolari, rivelando che anche a Volterra la lunga stagione liberale si era conclusa. E il successo Socialista si ripeté nelle amministrative dell’ottobre del 1920, col 64% del suffragio conquistato e tutti e 24 i candidati eletti. Ma la giunta. del sindaco Giulio Topi non aveva la necessaria esperienza e neppure il tempo per realizzare grandi trasformazioni: il fascismo era ormai alle porte. In città si affaccerà soltanto nei primi mesi del 1921, ma in poche settimane liquiderà ogni avversario.

Siamo nel gennaio, appunto, del 1921. Anche i socialisti volterrani partecipano al congresso di Livorno divisi in tre correnti: i massimalisti di Topi e Meini, i riformisti di Solaini e i comunisti di Persio Bagnoli. La scissione ha ripercussioni gravi anche in consiglio comunale e nell’amministrazione della città.

La giunta Topi è travolta dalla incapacità di fronteggiare le minacce e le azioni degli squadristi e insieme dall’insuccesso elettorale delle forze politiche che la componevano nelle consultazioni del 1921: quelle che videro – quasi un paradosso – Arnaldo Dello Sbarba a fianco di Costanzo Ciano guidare la lista dei blocchi nazionali voluti da Giolitti.

Sono mesi di intimidazioni, di violenze e di paure. Chi legge le pagine della puntuale ricostruzione storica di Lelio Lagorio ha un quadro esatto degli episodi che avvelenavano il clima di quei mesi. Fra tante, ricordo solo la figura di Oscar Scarselli, mezzo eroe e mezzo bandito, un pò Fra Diavolo e un pò Robin Hood, il capo della “banda dello zoppo” che imperversò nei dintorni di Volterra nonostante la caccia di fascisti e carabinieri, scomparso nel nulla dopo la fuga dalla fortezza di Volterra, dove era stato rinchiuso dopo l’arresto, nel 1923. Alla Marcia su Roma i fascisti volterrani partecipanti erano stati settanta, con particolare rilievo della colonna dei salinesi.

Volterra sottomessa al fascismo già dalla metà del 1921 (Gherardo Maffei e Paolo Pedani furono i primi leaders), non conobbe quel perdurare di scontri e violenze che insanguinò tanta parte della Toscana e dell’Italia fino al definitivo affermarsi del regime, fra il 1925 e il 1926. Ma è altresì vero che il P.N.F. nell’intero ventennio non riuscirà a prendere nelle proprie mani la vita della città. Le antiche classi dirigenti di estrazione liberale riusciranno a conservare notevoli margini di autonomia, spalleggiate dalla Chiesa, specie per la prudente opera del nuovo vescovo, il salesiano Dante Maria Munerati, che specie dopo i Trattati del Laterano seppe tutelare l’autonomia dei giovani dell’Azione Cattolica, e far sentire anche voci di protesta dalle pagine del periodico L’Araldo.

Il fascismo, tuttavia, segnò la decadenza del ruolo della città. Fra 1924 e 1927 Volterra fu privata di antiche prerogative a vantaggio delle “potenti” città di Livorno e di Pisa. Aboliti prima il tribunale e la procura, poi la sotto prefettura, il circondario, il catasto, il commissariato di pubblica sicurezza, la capitaneria dei carabinieri, il presidio militare del 22° reggimento di fanteria. Per “compenso”, il trasferimento da Cecina della caserma della 89″ legione della milizia.

Il regime fu dunque accettato, ma senza particolare entusiasmo.

L’ultirno sindaco eletto, il conte Fabio Guidi, accolse Re Vittorio Emanuele III nel 1925 e poi (1927) cedette all’era dei podestà. Carica da lui stesso ricoperta, dal 1929 al 1934, dopo Antonio Carraro, Colonnello dell’esercito (1927-1929) e prima di Eugenio Lagorio (1935-1940), ufficiale superiore dello Stato Maggiore.

Oltre che negli istituti amministrativi, Volterra fu colpita gravemente nell’economia, specie per la crisi mondiale del 1929. Conseguenza: fallimento delle maggiori imprese industriali, decimazione delle piccole e medie aziende, disoccupazione dilagante, fame e miseria.

Forte la denuncia dal pulpito da parte del vescovo Munerati, scarsa o inesistente la reazione della città, che stava vivendo “anni di abbandono” secondo le parole dello stesso podestà.

La ripresa, che scaturisce dal cahier des doleances del comitato “Pro Volterra” (e non dal partito fascista) si avvalse del diretto interessamento di Mussolini, sollecitato dal pisano Guido Buffarini-Guidi, suo sottosegretario all’Interno.

Rimesse di farina per i poveri, contributi per la cooperativa dell’alabastro, sovvenzioni agli agricoltori, sostanziosi finanziamenti che consentirono l’edificazione del palazzo per la scuola d’arte e quindi la costruzione del grande acquedotto della Carlina. Nel momento critico ed acuto dello stato di necessità, quello iniziale, gli aiuti erano tuttavia giunti dal due istituzioni cittadine, che meritano di essere ricordate: la Congregazione di carità e il Consorzio di bonifica della Valdera, veri e propri “ammortizzatori” della disoccupazione.

In una parte non esigua dei volterrani, rimase vivo nell’arco del ventennio un sentimento antifascista, che andava ad aggiungersi ai ben più numerosi afascisti. Un antifascismo domestico, affidato soprattutto agli alabastrai di prevalente impronta comunista (solo il 5% di loro entrò nel P.N.F. e solo il 20% fu sindacalizzato), e quello degli esuli – in prevalenza artigiani e intellettuali – che, abbandonata la città, erano riparati all’estero. Fra questi Mario Battistini, che animava la folta colonia di volterrani in Belgio.

Numerosi, per gli alabastrai, i processi e le condanne: e non furono pochi quelli che trassero profitto in carcere dalla lezione di Umberto Terracini e Mauro Scoccimarro. Particolarmente attivo – anche sotto l’aspetto della protezione delle persone a rischio – il ruolo della Chiesa, attraverso la rete della propria organizzazione capillare, religiosa, culturale, sportiva.

Con questo, non che al regime mancasse il consenso, specie a metà degli anni trenta. Ma non era certo così solido come certe cifre relative alle elezioni potrebbero far credere. Nel 1934, per esempio, nelle consultazioni politiche dove si doveva apporre un “si” o un “no” alla lista unica approvata dal gran consiglio del fascismo, a Volterra si erano avuti 4313 “si”, due “no” e 101 assenti dalle urne.

Fu l’anno, il 1934, del brutale siluramento di Fabio Guidi e dell’avvento a Palazzo dei Priori di Eugenio Lagorio. Consentitemi, da storico, di elogiare l’assoluto distacco con cui Lelio Lagorio analizza e giudica nel libro già citato il comportamento del padre come amministratore: con riconoscimento obiettivo dell’abile opera di podestà, che consentì di spostare il baricentro della vita cittadina, a Volterra, dal partito fascista verso l’amministrazione, a favore dei notabili, dell’upper class che ben distinta dalle camicie nere gestiva le istituzioni civiche. Una separazione e una distinzione perfino fisica, nel modo stesso di sedersi in occasione delle cerimonie pubbliche.

L’impresa d’Africa sollevò l’orgoglio e l’entusiasmo di tutti, alla fine anche dei cattolici. Settecento cittadini di Volterra prendono parte alle operazioni militari in Abissinia. Ci fu compattezza nella solidarietà, nel fervore patriottico, nel rifiuto delle “sanzioni” della Società delle Nazioni. Il tripudio al discorso di Mussolini per la proclamazione dell’Impero (9 maggio 1936) fu superato solo dall’accoglienza riservata ai soldati volterrani reduci dal continente africano.

Poi, il ritorno nello “splendido” isolamento. L’insofferenza per la cintura autarchica, la nuova crisi dell’economia cittadina riproponevano problemi antichi che il momentaneo delirio coloniale non poteva aver cancellato.

Lo sforzo della giunta Lagorio si indirizzava soprattutto all’istruzione e alle opere pubbliche. In altri settori, quali assistenza, viabilità e turismo, tale sforzo non fu capito, anzi spesso fu avversato e non sortì i suoi potenziali effetti. Con la guerra di Spagna, lontana e poco avvertita, e soprattutto con le persecuzioni razziali, le distanze dal partito si accentuano e il dissenso si diffonde fra la gente, che non capisce, che non sa rispondere ai “perché” che comincia a porsi.

Perché in Spagna? Perché cacciare la “maestrina di Montebradoni” discreta e riservata, solo in quanto ebrea? Perché l’occupazione dell’Albania? Perché precipitarsi nell’immane conflitto mondiale?

Sono solo alcuni dei tanti “perché” che tormentano i volterrani al fronte, in primis l’ultimo podestà, Eugenio Lagorio, che lascia il Palazzo dei Priori con destinazione il confine con la Francia, seguito da tanti giovani, dei quali 109 non tornarono e molti rientrarono feriti, e/o decorati.

Il dramma non era finito e la città, punto basilare di difesa nella strategia di Kesselring, fu l’epicentro della ritirata tedesca nei terribili giorni compresi fra fine giugno e metà luglio 1944.

È la battaglia di Volterra, costellata da episodi di autentico eroismo civico quali il salvataggio dell’antica Porta all’Arco e di Palazzo lnghirami, aggredito dall’incendio. Il cannoneggiamento intenso provocò molte vittime fra la popolazione civile: ed altri cadranno nei campi minati, nella campagna, per ampio tratto.

La città, nelle sue mura, non conobbe azioni della resistenza (assai consistenti invece a Sud) per scelta dei suoi capi, che intendevano risparmiarla da troppe facili, feroci rappresaglie. Il Comitato di liberazione nazionale si era formato nel dicembre del 1943: comunisti, socialisti, democristiani, azionisti. Del maggio 1944 è la formazione della 23° brigata Garibaldi “Guido Boscaglia”, con 131 volterrani, di cui 6 cadranno nella lotta per la liberazione.

Solo un cenno alla ripresa del dibattito, attraverso la carta stampata.

Chiuse le pubblicazioni delle testate “storiche”, il “Corazziere” e “L’Araldo” (che più tardi le riprenderà), ecco “Volterra libera”, sempre più orientata a sinistra, “Il Ribelle”, periodico moderno e scapigliato, “Il Porcellino”, coraggiosamente critico nella sua volontà di informazione verso i C.L.N., “Il popolo di Volterra”, decisamente schierato su posizioni filo-democristiane.

Il ritorno alla normalità, sia pure con qualche trauma, avvenne a Volterra – anche questa volta occorre dirlo – meno drammaticamente che altrove.

Ma le lotte agrarie faranno sentire. intero, il loro effetto, contrapponendo proprietari terrieri e contadini, mettendo in crisi lo spirito unitario dei Comitati di liberazione con prevalenza – specie nelle campagne – dei movimenti di sinistra.

Il grande dibattito e confronto politico avviene nelle elezioni del 2 giugno 1946, per la Costituente che seguivano le amministrative del 24 marzo. Il quadro politico delineatosi allora resterà immutato per cinquant’anni. Successo delle sinistre (71%, con punte dell’84,4% nelle campagne) nelle amministrative, e di poco inferiori, percentualmente, sarebbe stato il risultato per la Costituente. Il 76% dei volterrani si pronuncerà per la Repubblica.

Qui, potrei dire come l’amico storico Lagorio, il racconto si ferma.

Anche perché la storia diventa cronaca e forse quella cronaca non è diventala ancora storia.

Alcune considerazioni, dopo oltre mezzo secolo di Repubblica, possono essere tuttavia formulate. Primo, la stabilità politica. L’amministrazione cittadina si è costantemente mantenuta nelle mani dei partiti di sinistra, attestati in via media intorno al 60% dei suffragi. Figura indimenticabile e di primo piano quella di Mario Giustarini, alabastraio, comunista fin da ragazzo, dalla scissione di Livorno, antifascista, protagonista della lotta di liberazione, sindaco per trentaquattro anni, dal 1946 al 1980, senatore – è il caso di dire suo malgrado, poiché mai “brigò” per la candidatura – nel 1953 per una sola legislatura. Seguito, nella carica di sindaco da Giovanni Brunale, deputato nel 1992, predecessore del sindaco Ivo Gabellieri.

Quanto ai fatti, si può immaginare forse di sfogliare un diario, dove sono annotati avvenimenti particolari che esulano dai ritmi di ogni giorno. Le giornate di tensione successive all’attentato di Togliatti nel luglio del 1948; la frattura in seno alla società derivante dalla scomunica del comunismo e dei comunisti operata dal Santo Uffizio nel luglio del 1949; le ripercussioni nell’opinione pubblica cittadina della caduta del mito di Stalin e dell’invasione dell’Ungheria nel 1956; il tentativo autoritario attribuito al governo Tambroni nel 1960; l’avvento del centro-sinistra, in Italia, nel 1964; l’ondata della contestazione nel “Sessantotto” studentesco e sindacale; gli anni di piombo fra settanta ed ottanta, dominati dal terrorismo, che a Volterra, per la verità non ebbe mai credito o “simpatia” alcuna.

Momento più alto per la città, la visita di Giovanni Paolo II il 23 settembre 1989: che consentì fra l’altro di fugare i dubbi sulla permanenza della diocesi millenaria avanzati nell’ambito del processo di ristrutturazione di tutti i vescovadi d’Italia.

“Volterra è un gioiello”, si dice abbia detto il Sommo Pontefice, quel giorno, nel corso di un colloquio confidenziale. Sintetizzando quanto aveva affermato in pubblico, e cioè che “Volterra si distingue nella sua storia per la ricerca di una giustizia sempre più perfetta e di una stabile pace fondata sul lavoro e sul rispetto dei diritti di ciascuno”.

Si, una città gioiello. Soprattutto perché – la sua intera storia lo dimostra – non ha mai smarrito la qualità forse più preziosa, cioè la straordinaria vocazione di essere una città a misura d’uomo.

© Accademia dei Sepolti, COSIMO CECCUTI
Volterra fra politica, società e cultura dal Risorgimento alla Repubblica, in Rassegna Volterrana, a. LXXVI, 1999, p. 135