Non sempre fra i due litiganti il terzo gode; a volte ha anche la peggio. Così almeno capitava ai tempi in cui quelle case non solo erano aperte, ma addirittura spalancate per contrastare il vizio della sodomia.

L’11 luglio del Seicento, nel tardo pomeriggio, accadde un fatto di cronaca nera (ma poco prima era stata rosa e poi a luci rosse) che finì davanti al giudice. In quell’intrico di vicoli che era la contrada di Firenzuola, davanti alla fortezza, il comune aveva da qualche tempo trasferito il postribolo. Tuttavia ma vi abitavano anche libere professioniste in concorrenza con la struttura pubblica.

E di una di queste, certa Giulia, era spesso ospite caloroso, tal Giovan Battista Cristofori, schermitore e guascone, originario di Verza nel regno di Napoli. Quella sera, dopo aver cenato (e anche ben bevuto), pretendeva di coricarsi con l’amante. Lei, che non voleva saperne in punte maniere, si era affacciata alla finestra e aveva chiesto aiuto alla sua dirimpettaia e collega, certa Lena di Giuseppe detto Lacera, che non se l’era tatto ripetere. Era salita in casa dell’arnica e, con le buone e più con le cattive, insieme n’avevano fatto uscire l’ospite importuno.

Questi, deluso e ferito nell’onore, non trovando di meglio per difendersi, aveva cominciato a inveire contro la Giulia. Iniziò a raccontare nei dettagli l’oscenità dei loro incontri, a riferire di certe prestazioni particolari. Il battibecco era diventato schiamazzo, e poi strepito e fracasso, con lui che insisteva, la Lena che dava dell’ingenua alla Giulia e questa che non sapeva più che pesci prendere, tanto che era risalita subito in casa.

E in casa sua era tornata anche la Lena, ma visto e considerato che il napoletano non voleva proprio smetterla con quella cagnara, aveva preso un sasso e gliel’aveva tirato dalla finestra. Sarà stata la luce crepuscolare o il tremito causato dal nervoso, fatto sta che la mira andò per conto suo e il sasso pure. O peggio, andò a spaccare la testa di Piero di Domenico Giachi che passava di lì bel bello in compagnia del nobile Geremia Contugi (a proposito, che ci giravano a quell’ora da quelle parti?).

Scompiglio, urla, guardie.

“Frattura ed effusione di sangue”, diagnosticò iI cerusico per il povero Piero.

“Carcere segreto”, sentenziò il giudice per il napoletano che a Volterra, almeno quella volta, fece come i pifferi di montagna.

© Accademia dei Sepolti, FRANCO PORRETTI
Il Postribolo Pubblico, in “Rassegna Volterrana”